UNA SINISTRA SENZA DUBBI| Fecondazione assistita, nuovi radicalismi? |
| Ciò che più colpisce nelle reazioni dei laici doc autoproclamatisi tali, di fronte al voto del
Senato sulla fecondazione assistita, ciò che più colpisce non sono le opinioni: è piuttosto la
convinzione ultrasicura di sé, la convinzione spinta fino alle soglie della passione militante, con
la relativa radicalità ideologica che minaccia ad ogni parola di prendere il sopravvento. Tanto
più perché si tratta di materia - almeno a me così pare - dove un'elementare prudenza
consiglia che siano il dubbio, le domande dalle difficili risposte il filo obbligato di ogni riflessione
possibile. Sembra, viceversa, che abbia diritto di chiamarsi laico e liberale solo chi sia pronto a
credere ciecamente che la fecondazione assistita debba riguardare (come ha deciso il Senato)
donne di qualsiasi età, di qualsiasi condizione di coppia o no, e che vi possa essere impiegato
senza problemi il seme di un donatore estraneo. Sembra che solo a queste condizioni si abbia
diritto a considerarsi abitanti di un tempo "non sprofondato negli integralismi" e "orgogliosi di
vivere in un Paese un po' più moderno, un po' più tollerante, un po' più all'altezza dei problemi
del momento" (Clara Sereni, l'Unità ). Che solo se si dà per scontato che quanto avvenuto
al Senato sia "una vittoria delle donne, dei loro diritti e della loro libertà" (Miriam Mafai, La
Repubblica ) si abbia diritto alla qualifica di seguace autentico dei Lumi.
Sarà, ma personalmente resto convinto che sia sempre la capacità di avere dubbi piuttosto
che quella di nutrire certezze a permetterci di avvicinarci di più alla verità e alla libertà. Non
ho la sicurezza di chi, come Miriam Mafai, afferma che è una "vittoria della ragione e del
buonsenso" il fatto che materie come quella di cui stiamo discutendo siano sottratte
"all'incerto e controverso campo della valutazione, del giudizio morale", per essere invece
ricollocate "nel luogo che loro appartiene: quello della validità, dell'efficacia e della
opportunità clinica". È permesso dirlo?
Mi sembrano parole terribili, forse scappate dalla penna nella fretta giornalistica del
commento. Dove porta, infatti, dove può portare questo primato della "validità,
dell'efficacia e dell'opportunità clinica"? Da parole come queste mi sembra delinearsi un
dominio così profondo della "ragione strumentale", un'abdicazione così radicale ai dettami
degli "esperti", tali da superare perfino le più apocalittiche profezie degli intellettuali
francofortesi.
Davvero è così laico e liberale chiudersi la bocca davanti a categorie come "validità" e
"efficacia", "opportunità clinica"? Davvero il carattere "incerto e controverso della
valutazione e del giudizio morale" basta per eliminare l'una e l'altro da ogni decisione che,
come la trasmissione della vita, riguarda sì gli individui ma - spero che lo si vorrà ammettere
- riguarda pure la collettività? Mi chiedo ancora dove porti questa micidiale riduzione
dell'ambito di efficacia sociale di ogni criterio etico sulla base del pluralismo delle opinioni
degli individui. Conosce dei confini? E se sì, quali? E perché?
Immagino che queste domande siano considerate ben poco laiche tanto meno liberali dai
nuovi custodi dell'ortodossia. Se così fosse direi che tuttavia non ce ne dovrebbe importare
molto: vorrebbe solo dire che quelle due, un tempo non indegne parole e le cose che
significavano, non hanno in realtà più nulla da dire ai nostri problemi, di noi uomini e donne
alle prese con la più rapida e travolgente mutazione culturale della storia umana. |