Il rovescio della new economy| Come le nostre vite sono influenzate dai cambiamenti che viviamo |
| "IL libero mercato non esiste allo stato di natura. Non venne creato da Dio in nessuno dei sei primi giorni". A pronunciarsi in questi termini, iconoclasti per qualche vestale nostrana del neo-liberismo, non è uno del "popolo di Seattle", ma un ex (da non molto) uomo di governo americano. Secondo il quale sono le società umane a compiere la serie di scelte che confluiscono in un sistema, oltre che economico, di vita. Così avvenne all'epoca della prima rivoluzione industriale, così avviene ai tempi nostri, di "new economy". Già ministro del Lavoro con Clinton, ritornato all'insegnamento all'università di Brandeis, Robert B. Reich compie, in The future of success , da noi ancora non tradotto, una analisi, più che brillante acuta, di come le nostre società e le nostre vite sono e saranno influenzate dal nuovo che viviamo. Le sue tesi non possono essere qui che richiamate, al fine di trarre un paio di indicazioni, su punti che sono all'ordine del giorno anche, e forse sopra tutto, in Europa e in Italia (e nella sinistra). Lo sviluppo tecnologico offre, a getto continuo, alternative senza precedenti a consumatori e investitori. E ciò vuol dire per i produttori il costante assillo a rinnovarsi per sopravvivere; la necessità di collegarsi a grandi marchi che assumono, loro, funzione di garanti alla distribuzione e in Borsa (Coca-Cola, Disney, persino l'Università di Harvard); la pressione incessante a ridurre i costi. Così si arriva a metter mano, al di là dei salari, sui contratti di categoria dichiarandone il non luogo a applicarsi. Tanti i prodotti, confezionati su misura come un tempo gli abiti dal sarto; altrettanti i contratti. Il consumatore, inizialmente benedetto dalla infinita libertà di scelta a prezzi discendenti, vede alla fine farsi precario lo stesso suo potere d'acquisto. Il produttore, prima premiato dalle vendite, lavorerà sempre di più per finire comunque scalzato dalla concorrenza. E le comunità, dalla scuola al quartiere al paese al continente, saranno preda di sempre più rigide stratificazioni, pratici "apartheid". Il rovescio della medaglia è pesante per tutti. Due osservazioni, tra tante, possono servire almeno a impostare un dibattito che provi a uscire dal grottesco ideologico quanto dai luoghi comuni più superficialmente rassicuranti del "pensiero unico". Così come la prima rivoluzione industriale portò le forze sociali a reagire e la politica a legiferare su condizioni di lavoro e regole "antitrust", nella fase che si è aperta dovrà darsi risposta politica alle tendenze che ne rappresentano insieme i vantaggi e i rischi. E si tratterà di leggi, non di caratteri sull'acqua: che facciano, come non esita a chiedere Reich, da misura, anche morale, del successo, "il nostro e della società". Seconda osservazione: nella ricerca dei contrappesi alle dinamiche della "new economy", che non potrà dunque risolversi nella sfera privatistica, occorrerà - e anzi occorre già, e in specie alla sinistra - guardarsi dallo sbagliare colpevoli o inventarne o autoassolversi. Non basteranno le formulette del presidente della Confindustria (l'ex ministro di Clinton parla addirittura di "fondi di stabilizzazione" da creare a diversi livelli, da quello dei redditi a quello mondiale!), però dovrà trattarsi di solide mura, come lo sono state, per buona parte almeno del secolo scorso, quelle erette con il contributo del movimento sindacale. Alla stessa stregua del libero mercato, anche altri istituti - uno per tutti, il posto di lavoro "sicuro" quale abbiamo conosciuto - non datano da uno dei sei giorni della creazione. |