RASSEGNA STAMPA

27 MAGGIO 2000
ANACLETO VERRECCHIA
O credere o pensare: così Schopenauer "scomunicava" i vu' cumprà dello spirito
Arthur Schopenhauer, "O si pensa o si crede. Scritti sulla religione", traduzione di Bettino Retti e Anacleto Verrecchia, Rizzoli Bur, pp.330, L. 16. 000
Esce nella Bur Rizzoli "O si pensa o si crede" di Schopenhauer, antologia di scritti (alcuni inediti) sulla religione. Pubblichiamo un brano dell'introduzione di A. Verrecchia.
SCHOPENHAUER, con logica implacabile, ma spesso anche con sarcasmo micidiale, prende per le corna la teologia e l'atterra. Già l'idea che un essere personale, come vuole il teismo, abbia creato il mondo dal nulla è di un'assurdità colossale e fa a pugni con l'assoluta certezza che dal nulla non si crea nulla. Queste cose si possono forse credere, dice il filosofo, ma non pensare. Oltre a ciò il teismo pone all'esterno quello che è all'interno: la causa del mondo va cercata nel mondo stesso e non fuori di esso. E siamo noi stessi, non un individuo diverso e staccato da noi, causa della nostra vita. Qui Schopenhauer è in perfetta sintonia con il buddhismo.
Alla religione, che chiama metafisica popolare, egli riconosce tutt'al più un valore allegorico, dato che la filosofia è fatta per pochi. "Le religioni, essendo state calcolate sulla capacità di comprensione della grande massa, possono avere solo una verità mediata, non immediata". Se però le religioni "vogliono opporsi al progresso dell'umanità nella conoscenza della verità, allora, pur con tutta la delicatezza possibile devono essere messe da parte. E pretendere che perfino un grande spirito - uno Shakespeare, un Goethe - si convinca e accetti implicite, bona fide et sensu proprio i dogmi di qualche religione è come pretendere che un gigante calzi le scarpe di un nano".
Disgraziatamente i giganti dello spirito sono molto più rari di quelli fisici, e questo spiega perché ì fabbricanti di scarpe o di ciabatte per nani, vale a dire i preti, facciano tanti affari. E più si cerca di contrastarli, più essi, i "vu' cumprà" dello spirito, imperversano con la loro paccottiglia: miracoli, stigmate, madonne di legno che piangono lacrime di sangue, favole insulse e via di seguito. "Quante fantasticherie - dice Lucrezio - essi sanno architettare per sconvolgere la vita e turbare col terrore ogni tua gioia". E hanno un mezzo sicuro per assicurarsi la credulità del loro pubblico: gli castrano il cervello fin dalla più tenera età, e vi imprimono i loro dogmi. In altre parole lo imprintano. E non c'è dubbio che un dogma ben impresso in un cervello tenero concresca con lui e diventi una specie di idea innata. Per questo la Chiesa ha sempre cercato di accaparrarsi le scuole elementari, più ancora di quelle superiori. Con tale sistema, scrive Schopenhauer, i preti vogliono garantirsi il "diritto di imprimere molto presto i loro dogmi metafisici negli uomini, ancor prima che la capacità dì giudizio si svegli dal suo leggero sonno del mattino, ossia nella prima infanzia: è il momento in cui qualsiasi dogma ben impresso, per quanto insensato possa essere, si fisserà per sempre. Se i preti dovessero aspettare la maturità di giudizio, i loro privilegi non potrebbero esistere".
Invece sono sempre esistiti e continueranno a esistere, quei privilegi, almeno fino a quando uno Stato veramente libero e laico non impedirà ai preti, che qui potremmo chiamare norcini dello spirito, di castrare il cervello dei bambini. Sentiamo Schopenhauer: "Solo quando il mondo sarà diventato abbastanza onesto da non impartire lezioni di religione ai ragazzi prima del quindicesimo anno di età, ci si potrà aspettare qualcosa da lui". E aggiunge: "Mediante il precoce indottrinamento, In Europa si è arrivati al punto che la credenza in un dio personale è letteralmente diventata, in quasi tutti, un'idea fissa".
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Filosofia e Religione