RASSEGNA STAMPA

27 MAGGIO 2000
BRYAN MAGEE
Cari filosofi scrivete chiaro
L'ultimo numero in uscita di "Reset" contiene un ampio dossier dedicato alla filosofia. Qui anticipiamo parte del saggio - dal titolo "A proposito di stile" - firmato da Bryan Magee, intellettuale molto eclettico. E' infatti scrittore, critico teatrale e musicale, ex deputato laburista, già professore al King's College di Londra e nelle università di Yale, Harvard e Berkeley. Il suo libro più noto è Confession of a Philosopher, pubblicato in italiano con il titolo L'arte di stupirsi (Mondadori), e narra dei suoi incontri con alcune grandi figure della filosofia del Novecento (su tutti, Karl Popper e Bertrand Russell). Da Astrolabio è apparso invece Della cecità.
In passato incontravo più spesso di quanto mi accada ora l' affermazione che la filosofia è una branca della letteratura. In effetti quando ero più giovane, incontravo spesso persone - intelligenti e istruite, ma non esperte di filosofia - che pensavano che un filosofo fosse qualcuno che dava voce al proprio atteggiamento nei confronti delle cose in generale, allo stesso modo in cui potrebbe farlo un saggista, o magari un poeta, ma in una maniera più sistematica, e forse su scala più vasta: meno supponente di un saggista, meno emotivo di un poeta, ma anche più rigoroso, e forse più imparziale, di entrambi. Per il filosofo, così come per gli altri due, la qualità della scrittura era una parte essenziale di ciò che era più importante. Come il saggista e il poeta possedevano un loro proprio stile caratteristico, facilmente identificabile, che era parte integrante di quanto volevano esprimere, così anche il filosofo. Ed esattamente come sarebbe stato un evidente controsenso dire di qualcuno che era un pessimo scrittore, ma un bravo saggista, un pessimo scrittore ma un bravo poeta, così doveva essere un controsenso dire di qualcuno che era un pessimo scrittore ma un buon filosofo. Questo atteggiamento è completamente erroneo, ovviamente, perché è contraddetto da alcuni dei più grandi filosofi. Aristotele viene considerato uno dei maggiori filosofi di tutti i tempi, ma tutto quello che ci resta della sua opera sono gli appunti di lezioni, presi o da lui o da un allievo. E come è lecito attendersi da appunti sono pesantissimi, del tutto privi di merito letterario. Contengono però ugualmente una filosofia splendida, e hanno fatto di Aristotele una delle figure chiave della civiltà occidentale. La saggezza comune da tempo ritiene che il filosofo più eminente dopo l'antico greco sia Immanuel Kant, ma non credo che qualcuno abbia mai considerato Kant un grande scrittore, non diciamo poi un maestro dello stile (...).
Il fondatore dell'empirismo moderno e della teoria politica liberale, John Locke, è certamente una delle figure più importanti e influenti nella storia della filosofia occidentale, ma scrive in un modo che i più sembrano trovare noioso e pedestre. Questi esempi - uno per ognuna delle tre lingue che hanno dato maggiori apporti alla filosofia - bastano per affermare che la qualità della prosa in cui leggiamo un filosofo non è legata necessariamente al suo valore in quanto teoria filosofica.
(...)Quella di Platone viene ampiamente considerata la più raffinata prosa greca giunta fino a noi, ma questo non fa di lui un filosofo migliore di Aristotele, e chi lo ritiene tale non lo fa certo per il suo stile.
In ogni modo, è accaduto che le opere di Aristotele pubblicate quando egli era in vita siano state ammirate per la loro bellezza nell'intero mondo antico. Cicerone descrisse la prosa di Aristotele come un "fiume d'oro". Ma ora è andato tutto perduto, e ci rimangono soltanto degli appunti basati su circa un quarto dei suoi scritti. Eppure la filosofia contenuta in quegli appunti ha avuto un'importanza incalcolabile. Nel mondo di lingua tedesca Schopenhauer e Nietzsche sono considerati fra i migliori scrittori di prosa, forse i migliori, a parte Goethe, ma questo non li rende affatto dei filosofi migliori di Kant. Certo, la qualità della prosa fa la differenza per gli studenti e i potenziali lettori. Alcuni filosofi sono un piacere a leggersi; oltre a quelli che ho ricordato abbiamo, in lingua inglese anche Berkeley e Hume; in lingua francese Cartesio, Pascal e Rousseau; Sant'Agostino in latino. Tutti costoro rimangono piacevoli da leggere anche in traduzione. Nel ventesimo secolo ci sono stati filosofi insigniti, credo meritatamente, del premio Nobel per la letteratura: Bertrand Russell, Jean- Paul Sartre, Henri Bergson. È ovviamente più piacevole studiare filosofi come questi che quelli i cui scritti sono pesanti da digerire. Ma non per questo sono filosofi migliori. Dobbiamo allora dire che lo stile non conta in filosofia? Non posso spingermi ad affermare tanto. Credo infatti che tanto la chiarezza quanto la capacità di comunicazione rivestano una grande importanza. Mi sembra una vera e propria tragedia culturale che le opere di Kant, per quanto enorme sia il loro valore e l'influenza da esse esercitata, vengano lette da così poche persone a parte gli studenti di filosofia e i loro insegnanti. Tali opere mi sembrano costituire la strada che conduce alle più alte conquiste della filosofia nel mondo moderno, in un modo non molto diverso da quello in cui l'analisi è la strada che porta alla matematica di alto livello.
Ma è improbabile che anche un lettore eccezionalmente intelligente ne ricavi molto (...). Una volta Macaulay, dopo aver ricevuto la prima traduzione inglese della Critica della ragion pura, scrisse sul proprio diario: "Ho provato a leggerla, ma l'ho trovata completamente incomprensibile, come se fosse stata scritta in sanscrito".
(...) Chiunque abbia studiato seriamente filosofia simpatizzerà con Macaulay. E questo spiega perché non saremo mai in grado di attenderci che la filosofia di Kant diventi parte del bagaglio culturale di ogni persona colta e intelligente allo stesso modo in cui, per esempio, la filosofia di Cartesio è parte del bagaglio culturale di ogni francese colto. Sebbene il suo valore in quanto filosofia e la sua influenza all'interno del mondo filosofico accademico non siano modificate dal modo intrattabile in cui è scritta, la sua posizione nell'ambito della nostra cultura media e l'influenza che essa è quindi in grado di esercitare sulle menti delle persone intelligenti in generale viene drasticamente ridotta, e questo è tanto sconcertante quanto non necessario. A proposito di chiarezza e di intellegibilità della filosofia, sembrano esserci dei cicli, o delle oscillazioni simili a quelle di un pendolo, così come ce ne sono in molti altri ambiti. Dopo un periodo in cui ha dominato l'oscurità, o almeno essa è stata accettata professionalmente, si ha solitamente una reazione contraria e essa, e una nuova generazione di filosofi cercherà in modo consapevole di scrivere più chiaramente. (...) Quando mi iscrissi all'università, nel 1949, i filosofi che vivevano allora in Gran Bretagna, e le cui opere venivano lette da tutti coloro che erano davvero interessati a quegli argomenti, erano Bertrand Russell, George E. Moore, Ludwig Wittgenstein, Karl Popper, Isaiah Berlin, John L. Austin, Gilbert Ryle e Alfred J. Ayer. Tutti, tranne Wittgenstein e Austin, scrivevano in un modo che risultava interessante per tutte le persone intelligenti disposte a dedicarvisi (...). Russell, in particolare, aveva un'enorme influenza sulla pubblica opinione di stampo liberale, e nei suoi ultimi anni divenne un'icona per i giovani radicali.
Oggi i successori di questi filosofi, coloro che occupano le loro cattedre o detengono le loro posizioni in ambito accademico, non rivestono affatto ruoli così ampi. Nel complesso i loro scritti non risultano attraenti, e forse neppure accessibili, per i non-filosofi, e non si propongono nemmeno di esserlo, il che vuol dire: i loro scritti sono in gran parte rivolti a loro stessi.
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