| Cari filosofi scrivete chiaro |
| L'ultimo numero in uscita di "Reset"
contiene un ampio dossier dedicato alla
filosofia. Qui anticipiamo parte del saggio
- dal titolo "A proposito di stile" - firmato
da Bryan Magee, intellettuale molto
eclettico. E' infatti scrittore, critico teatrale
e musicale, ex deputato laburista, già
professore al King's College di Londra e
nelle università di Yale, Harvard e
Berkeley. Il suo libro più noto è
Confession of a Philosopher, pubblicato in
italiano con il titolo L'arte di stupirsi
(Mondadori), e narra dei suoi incontri con
alcune grandi figure della filosofia del
Novecento (su tutti, Karl Popper e
Bertrand Russell). Da Astrolabio è apparso
invece Della cecità. |
In passato incontravo più spesso di quanto
mi accada ora l' affermazione che la
filosofia è una branca della letteratura. In
effetti quando ero più giovane, incontravo
spesso persone - intelligenti e istruite, ma
non esperte di filosofia - che pensavano che
un filosofo fosse qualcuno che dava voce
al proprio atteggiamento nei confronti
delle cose in generale, allo stesso modo in
cui potrebbe farlo un saggista, o magari un
poeta, ma in una maniera più sistematica, e
forse su scala più vasta: meno supponente
di un saggista, meno emotivo di un poeta,
ma anche più rigoroso, e forse più
imparziale, di entrambi. Per il filosofo,
così come per gli altri due, la qualità della
scrittura era una parte essenziale di ciò che
era più importante. Come il saggista e il
poeta possedevano un loro proprio stile
caratteristico, facilmente identificabile, che
era parte integrante di quanto volevano
esprimere, così anche il filosofo. Ed
esattamente come sarebbe stato un evidente
controsenso dire di qualcuno che era un
pessimo scrittore, ma un bravo saggista, un
pessimo scrittore ma un bravo poeta, così
doveva essere un controsenso dire di
qualcuno che era un pessimo scrittore ma
un buon filosofo. Questo atteggiamento è
completamente erroneo, ovviamente,
perché è contraddetto da alcuni dei più
grandi filosofi. Aristotele viene
considerato uno dei maggiori filosofi di
tutti i tempi, ma tutto quello che ci resta
della sua opera sono gli appunti di lezioni,
presi o da lui o da un allievo. E come è
lecito attendersi da appunti sono
pesantissimi, del tutto privi di merito
letterario. Contengono però ugualmente
una filosofia splendida, e hanno fatto di
Aristotele una delle figure chiave della
civiltà occidentale. La saggezza comune da
tempo ritiene che il filosofo più eminente
dopo l'antico greco sia Immanuel Kant, ma
non credo che qualcuno abbia mai
considerato Kant un grande scrittore, non
diciamo poi un maestro dello stile (...).
Il fondatore dell'empirismo moderno e
della teoria politica liberale, John Locke, è
certamente una delle figure più importanti
e influenti nella storia della filosofia
occidentale, ma scrive in un modo che i più
sembrano trovare noioso e pedestre.
Questi esempi - uno per ognuna delle tre
lingue che hanno dato maggiori apporti alla
filosofia - bastano per affermare che la
qualità della prosa in cui leggiamo un
filosofo non è legata necessariamente al
suo valore in quanto teoria filosofica.
(...)Quella di Platone viene ampiamente
considerata la più raffinata prosa greca
giunta fino a noi, ma questo non fa di lui
un filosofo migliore di Aristotele, e chi lo
ritiene tale non lo fa certo per il suo stile.
In ogni modo, è accaduto che le opere di
Aristotele pubblicate quando egli era in
vita siano state ammirate per la loro
bellezza nell'intero mondo antico. Cicerone
descrisse la prosa di Aristotele come un
"fiume d'oro". Ma ora è andato tutto
perduto, e ci rimangono soltanto degli
appunti basati su circa un quarto dei suoi
scritti. Eppure la filosofia contenuta in
quegli appunti ha avuto un'importanza
incalcolabile. Nel mondo di lingua tedesca
Schopenhauer e Nietzsche sono considerati
fra i migliori scrittori di prosa, forse i
migliori, a parte Goethe, ma questo non li
rende affatto dei filosofi migliori di Kant.
Certo, la qualità della prosa fa la differenza
per gli studenti e i potenziali lettori. Alcuni
filosofi sono un piacere a leggersi; oltre a
quelli che ho ricordato abbiamo, in lingua
inglese anche Berkeley e Hume; in lingua
francese Cartesio, Pascal e Rousseau;
Sant'Agostino in latino. Tutti costoro
rimangono piacevoli da leggere anche in
traduzione. Nel ventesimo secolo ci sono
stati filosofi insigniti, credo meritatamente,
del premio Nobel per la letteratura:
Bertrand Russell, Jean- Paul Sartre, Henri
Bergson. È ovviamente più piacevole
studiare filosofi come questi che quelli i
cui scritti sono pesanti da digerire. Ma non
per questo sono filosofi migliori.
Dobbiamo allora dire che lo stile non conta
in filosofia? Non posso spingermi ad
affermare tanto. Credo infatti che tanto la
chiarezza quanto la capacità di
comunicazione rivestano una grande
importanza. Mi sembra una vera e propria
tragedia culturale che le opere di Kant, per
quanto enorme sia il loro valore e
l'influenza da esse esercitata, vengano lette
da così poche persone a parte gli studenti di
filosofia e i loro insegnanti. Tali opere mi
sembrano costituire la strada che conduce
alle più alte conquiste della filosofia nel
mondo moderno, in un modo non molto
diverso da quello in cui l'analisi è la strada
che porta alla matematica di alto livello.
Ma è improbabile che anche un lettore
eccezionalmente intelligente ne ricavi
molto (...). Una volta Macaulay, dopo aver
ricevuto la prima traduzione inglese della
Critica della ragion pura, scrisse sul
proprio diario: "Ho provato a leggerla, ma
l'ho trovata completamente
incomprensibile, come se fosse stata scritta
in sanscrito".
(...) Chiunque abbia studiato seriamente
filosofia simpatizzerà con Macaulay. E
questo spiega perché non saremo mai in
grado di attenderci che la filosofia di Kant
diventi parte del bagaglio culturale di ogni
persona colta e intelligente allo stesso
modo in cui, per esempio, la filosofia di
Cartesio è parte del bagaglio culturale di
ogni francese colto. Sebbene il suo valore
in quanto filosofia e la sua influenza
all'interno del mondo filosofico
accademico non siano modificate dal modo
intrattabile in cui è scritta, la sua posizione
nell'ambito della nostra cultura media e
l'influenza che essa è quindi in grado di
esercitare sulle menti delle persone
intelligenti in generale viene drasticamente
ridotta, e questo è tanto sconcertante
quanto non necessario.
A proposito di chiarezza e di intellegibilità
della filosofia, sembrano esserci dei cicli, o
delle oscillazioni simili a quelle di un
pendolo, così come ce ne sono in molti
altri ambiti. Dopo un periodo in cui ha
dominato l'oscurità, o almeno essa è stata
accettata professionalmente, si ha
solitamente una reazione contraria e essa, e
una nuova generazione di filosofi cercherà
in modo consapevole di scrivere più
chiaramente. (...) Quando mi iscrissi
all'università, nel 1949, i filosofi che
vivevano allora in Gran Bretagna, e le cui
opere venivano lette da tutti coloro che
erano davvero interessati a quegli
argomenti, erano Bertrand Russell, George
E. Moore, Ludwig Wittgenstein, Karl
Popper, Isaiah Berlin, John L. Austin,
Gilbert Ryle e Alfred J. Ayer. Tutti, tranne
Wittgenstein e Austin, scrivevano in un
modo che risultava interessante per tutte le
persone intelligenti disposte a dedicarvisi
(...). Russell, in particolare, aveva
un'enorme influenza sulla pubblica
opinione di stampo liberale, e nei suoi
ultimi anni divenne un'icona per i giovani
radicali.
Oggi i successori di questi filosofi, coloro
che occupano le loro cattedre o detengono
le loro posizioni in ambito accademico,
non rivestono affatto ruoli così ampi. Nel
complesso i loro scritti non risultano
attraenti, e forse neppure accessibili, per i
non-filosofi, e non si propongono
nemmeno di esserlo, il che vuol dire: i loro
scritti sono in gran parte rivolti a loro
stessi. |