RASSEGNA STAMPA

21 MAGGIO 2000
FELICE PIEMONTESE
Ma le utopie sono l'origine di ogni male?
Sarà pur vero (e, sostanzialmente, è vero) che nell'epoca della globalizzazione tendiamo a pensare tutti allo stesso modo e le stesse cose, ma, proprio per questo, fanno un certo effetto talune vistose discordanze e contraddizioni. Esempio clamoroso: sui giornali italiani leggiamo ogni giorno, da un certo tempo a questa parte, che le utopie sono l'origine di ogni Male, anzi, sono esse stesse il Male Assoluto; e contemporaneamente in Francia, cioè dietro l'angolo, si celebra con grande clamore "la renaissance", la rinascita, dell'utopia. Per quel che riguarda l'Italia, tutto ha avuto origine da un libro di Pierluigi Battista, giornalista de "La Stampa", intitolato La fine dell'innocenza. Utopia, totalitarismo e comunismo, pubblicato dalla Casa editrice Marsilio, il cui intento polemico è evidente fin dal titolo. Secondo Battista - che riprende peraltro un tema ampiamente dibattuto negli ultimi anni - i due grandi totalitarismi del Novecento hanno avuto e continuato ad avere un "un trattamento diseguale". Mentre il nazismo è oggetto di una condanna assoluta e totale, il comunismo viene da molti giudicato invece come "una buona illusione andata male", laddove - secondo Battista - si tratterebbe invece di ideologie entrambe "sterminazioniste". La colpa sarebbe appunto dell'utopia, "storicamente associata a qualcosa di nobile e di generoso" e invece "legata al crimine". Perché criminale, in partenza, sarebbe il progetto di costruzione di una società perfetta, che contiene in sé un elemento autoritario, repressivo. L'utopista, secondo Battista, non accettando quel tanto o molto di imperfetto che la storia porta inevitabilmente con sé, progetta "lo sradicamento violento e drastico della malattia da cui l'umanità è afflitta". E tanto peggio se la realizzazione del nobile fine richiede "massicci sacrifici di esseri umani innocenti". Come diceva Lenin, "non si può fare la frittata senza rompere le uova". Il libro di Battista ha avuto un'eco assai notevole. Tra i sostenitori più decisi ed entusiasti, Indro Montanelli, che ha proclamato: "Basta con l'Utopia (la maiuscola è sua; ndr.), di qualunque colore sia. Ormai sappiamo dove conduce e cosa costa, l'Utopia. Basta con questa seduttrice marcia di Aids".Il settimanale berlusconiano "Panorama" ha dedicato alla questione un servizio di molte pagine, in cui si è trovato il modo di ricordare, non senza malizia, che la più recente collana dedicata per l'appunto all'utopia ha un editore a dir poco sconcertante: si tratta infatti di Silvio Berlusconi, che ha certo fondato il suo impero mediatico sulla convinzione che l'italiano medio ha una cultura che nel migliore dei casi non va oltre la terza media, ma che ama concedersi di queste stravaganze. La sua "Biblioteca dell'utopia", del resto, ha un direttore non meno sorprendente, e cioè Marcello dell'Utri, e ha pubblicato perfino, in lussuosa edizione, il Manifesto del partito comunista, di un certo (orrore!) Karl Marx. Molto meno drastico di Montanelli è proprio un berlusconiano doc come Marcello Pera. Se si nega l'utopia "perché tenta di realizzare fini impossibili, allora si nega quasi tutto ciò che oggi consideriamo progresso civile. Chi, per secoli, ha ritenuto possibile che lo schiavo avesse gli stessi diritti del padrone o la donna dell'uomo?". Dunque, "non si può condannare l'utopia in assoluto", anche se si tratta di "un arnese da manovrare con cura". Problematico anche un altro esponente della "destra pensante", e cioè l'onnipresente Marcello Veneziani. "Basterà eliminare l'utopia per redimere la storia e vaccinarla dagli orrori, per esempio dagli orrori compiuto nel segno del cinismo, anti-utopista per eccellenza?", si chiede. E del resto, dice da sinistra l'antichista Luciano Canfora, non è una grande utopia anche il modello parlamentare, attualmente percepito come "eterno, unico e prevalente"? Dovrebbe consentire "il libero esprimersi, scevro da condizionamenti, della volontà, pienamente consapevole, di ciascuno", ma tutti sanno come sia "sempre più impuro il concreto esplicarsi di quel meccanismo, tanto che oggi esso ci appare come la caricatura del modello ideale".
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vedi anche
Filosofia (e) politica