RASSEGNA STAMPA

21 MAGGIO 2000
GIUSEPPE CANTARANO
Un'Enciclopedia per ridare spazio alla politica
Carlo Galli e Roberto Esposito riformulano per Laterza i "termini" della teoria
Nietzsche e Schmitt. Un percorso tra "antipolitico" e "impolitico" che risale ai due autori
Ma veramente la politica è finita? Sembrerebbe di sì, a sentire alcuni sconfortati e malinconici commenti al recente voto del 16 aprile. E sapete perché la politica sarebbe finita? Non è poi così difficile immaginarlo: perché la sinistra, nonostante il buongoverno, viene sconfitta dalla destra. In una democrazia "normale" e "bipolare", nulla di sconvolgente: si tratterebbe semplicemente di una fisiologica alternanza dei gruppi dirigenti, come in questi casi si dice. Del resto, insieme alla sinistra, anche la destra è parte imprescindibile di quella configurazione geometrica che dà forma e sostanza al tradizionale sistema politico.
E' mai possibile una sinistra senza la destra?
Norberto Bobbio, acutissimo studioso di questa - secondo tanti ormai logora dicotomia, non avrebbe esitazione a rispondere. Siamo d'accordo, questa destra che ha vinto il 16 aprile non è la destra che preferiamo. Tuttavia, è già difficile per la sinistra pensare a ridefinire la propria identità politica, figuriamoci se è in grado di profilare i contorni addirittura del suo avversario ideale. Eppure, se si continua equivocamente a identificare la "virtuosa" sinistra con la politica tout court e la "sulfurea" destra con l'antipolitica, non si può che immalinconire di fronte al progressivo senso di distacco di sempre più numerosi cittadini nei confronti della politica. Giovani, soprattutto. Ma non per questo si può sbrigativamente affermare che la politica è finita. Sarebbe finita, evidentemente, anche la sinistra, seguendo questa apocalittica profezia.
E invece, non solo la politica non si dissolve e pertanto non finisce. A finire, semmai, è quella sua immagine onnicomprensiva e totalizzante che sin qui abbiamo conosciuto. La politica assoluta, per intenderci. Quella politica che pur essendo realmente una parte, si pensa tuttavia teologicamente come tutto.
D'altronde, come fa a finire, a terminare la politica se la politica, di per sé, è costitutivamente già "finita"? Finita a partire dai suoi stessi termini, cioè dal suo lessico partito, sovranità, rappresentanza, libertà, democrazia, stato, compromesso, conflitto. Allora, piuttosto che profetizzare improbabili quanto ingenui oltrepassamenti neoromantici della politica - e dei suoi "termini" - è necessario operare uno scavo genealogico dei suoi concetti. Che rischiano, essi sì, di non evocare più nulla e di svuotarsi semanticamente.
E' quanto viene egregiamente svolto nell'"Enciclopedia del pensiero politico" (Laterza, pp. 787, lire 130.000), curata da Carlo Galli e Roberto Esposito. Un'impresa editoriale non solo imponente per la sua mole (più di mille voci), ma del tutto singolare per l'impianto metodologico che la sottende. Partendo da due presupposti teorici lontanissimi - Galli, dal realismo politico condensato nella figura di Carl Schmitt, mentre Esposito dall'"impolitico" di matrice nietzscheana - i due curatori convergono in un medesimo atteggiamento. Che è quello di rovesciare la prospettiva storico-concettuale dentro la quale la metafisica occidentale ha raggelato le categorie della politica rendendole sempre più inespressivo. Insomma, per poter continuare a declinare il linguaggio della politica con la storia, per rendere cioè "effettuale" il suo potere nei confronti del pervasivo predominio della tecnica e dell'economia che lo stanno progressivamente corrodendo, si tratta di decostruire i suoi termini, il suo lessico, i suoi concetti.
Perché se è vero che dal trionfo della politica sulla società si è passati al trionfo della società e dell'economia sulla politica, la cui autonomia è divenuta eteronomia, è altrettanto vero che non si può parlare di morte nichilistica o di tramonto tecnico-economico della politica. Alla politica, invece, non solo restano ancora compiti specifici, scrive Galli. Ma permangono, anche dopo la caduta del comunismo e la crisi delle ideologie, "contraddizioni, conflitti interni e internazionali, e sfide, che non possono essere risolte dalle logiche del contratto privatistico e che richiedono nuove soggettività politiche, nuovi progetti e nuove istituzioni" (voce "Politica", p. 545).
Nella consapevolezza "impolitica", però, che non si dà redenzione facendo esodo in un presunto spazio salvifico "oltre" quello della politica. In quanto l'intera realtà è strutturata nel codice genetico del potere e del conflitto di interessi contrapposti. Pertanto, osserva Esposito, "non c'è che la realtà del potere circondata, o tagliata, dalla linea d'ombra di ciò che esso non può essere, dal silenzio implicito e sempre coperto dalla sua unica voce. Ma se il potere è l'unica realtà e tutta la realtà, per l'impolitico, esso è solo la realtà - nel senso che non può dimenticare la propria insuperabile finitezza senza cadere nell'idolatria " ( voce "Impolitico", p. 336 ). Proviamo a riassumere così: è impossibile continuare a concepire gli esausti "termini" della politica in maniera diretta e frontale. Per sottrarli dal movimento antinomico che li trascinerebbe a rovesciarsi antipoliticamente e nichilisticamente nel loro opposto, è invece necessario riconoscere tutte le dirompenti contraddizioni che abitano in essi.
Ecco perché oltre alle canoniche voci interne alla storia delle dottrine politiche, in questa innovativa Enciclopedia vengono passati in rassegna concetti elaborati da discipline confinanti, quali l'economia politica, l'antropologia, la psicologia, la sociologia, il diritto, la teologia.
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vedi anche
Filosofia (e) politica