RASSEGNA STAMPA

18 MAGGIO 2000
STEFANIA GIORGI
La cronaca, di diritto e di rovescio
Prima che mi piegassi ai prodigi della comunicazione totale della Grande Rete - democratica, veloce, ubiqua - spulciavo tra le righe dei giornali di annunci e scambi. Ho imparato molto da quest'internet dei poveri: carta grigiastra, grafica spartana, nemmeno l'ombra di un'icona, nuda e cruda nella sbrigatività del linguaggio dello scambio, mi mostrava alcune verità elementari del vivere, i "segreti" della gente cosiddetta comune.
Un'umanità in cerca di passeggini e cassettiere, ansiosa di disfarsi di cucciolate di volpini e soriani, pronta a barattare la pendola della nonna con un cellulare. Donne e uomini in trasloco, accaldati nelle faccende quotidiane, fotografati forse meglio di qualunque indagine statistica o di mercato.
Leggendo La folla nel cuore - Pratiche editrice, a cura di Clara Jourdan, introduzione di Natalia Aspesi, pp. 189, L. . 28.000 -, ho pensato che Luisa Muraro, in fondo, usa la cronaca un po' allo stesso modo. Vent'anni di letture e riletture di fatti e personaggi pensati e scritti da Muraro per destinatari e contesti diversi: seminari al Virginia Woolf-gruppo B, Gioia, noidonne, il manifesto l'Unità, Via Dogana. E' lei stessa spiegare la ragione di questa passione: "Dei giornali, la cosa che leggo più volentieri, oltre alle lettere, è la cronaca. La cronaca non è mai noiosa né stupida né saccente. La cronaca non ha pregiudizi, è piena di bambine e bambini e di gente del terzo, quarto mondo, anche quinto, sesto, quanti ce n'è, perché la cronaca è accogliente. E non è ipocrita: nella cronaca la gente piange, ride, si ubriaca, ruba, imbroglia, tradisce, ammazza, muore di cancro, aids, come nelle altre pagine ma più apertamente, a volte fin troppo. E, soprattutto, la cronaca è piena di donne, che sono personaggi molto interessanti per me donna, ma nelle altre pagine piuttosto scarsi, in ogni caso".
Certo non è la Vispa Teresa - figura da lei definita "simbolo della donna che si slancia in mezzo a questioni gravi senza mostrare di sapere la loro gravità. Forse invece lo sa".
Muraro certamente lo sa: avverte il pregiudizio, le censure, ha antenne sensibili per i segni della libertà femminile nel mondo e per i sussulti di un patriarcato che tenta di richiamare al suo ordine le relazioni delle donne. Certo non crede nell'oggettività dell'informazione britannica (ma è mai esistita?), come nel neutro-universale maschile.
E' maestra, infatti, nello svelare i lapsus - soprattutto se a scrivere di donne sono uomini - sempre in agguato, perché anche i cronisti hanno l'inconscio che irrompe "facendo casino" peggio di un refuso tipografico. Basta saperla leggere, la cronaca, per scoprire l'eroismo e l'"inermia" - neologismo da lei usato per indicare la condizione della creatura, animale o umana, inerme, alla mercé di altri -, la grandezza e le sconfitte che ci narra l'umanità che finisce in quel settore della stampa. Una moltitudine di donne e di uomini, riecheggiata dalla dedica-citazione che apre e titola il libro: "La folla dentro il cuore/ nessuna polizia potrà disperdere". I versi folgoranti di una poeta che definì i suoi versi "la mia lettera al mondo": Emily Dickinson, la monarca ribelle di se stessa che continua a mostrarci l'altrove irriducibile di una scrittura che resta fedele a sé.
Tentarono gli uomini di quel patriarcato puritano ottocentesco che si credeva infallibile, di oscurare la forza delle sue parole. Subì l'oltraggio di veder scambiate come difetti di armonia proprio le anomalie - sintassi, punteggiatura, metrica visionarie, eccentriche - che erano la grammatica della sua aderenza tra parola e cosa, di fedeltà all'esperienza della vita. In un'altra epoca avrebbe pagato con la vita questa sfida. Allora si limitarono a consigliarle di conformare quella lingua al canone letterario (sociale e sentimentale) dell'epoca. Per nostra fortuna non lo fece.
La folla nel cuore si chiude con un inedito del '97, "L'arte di disfare le maglie". Nei fatti, una postfazione a questa raccolta, un "bigino" di istruzioni per l'uso, arricchito da un "Vocabolario dei nomi propri e comuni meno comuni". Da Albania a Virginia Woolf, passando per Brigate Rosse, sfida fallica, mistica, Onu, Apollo, Dolly, Dolto, Giulietta e Romeo, Guerra del Golfo e mucca pazza, Muraro condensa il senso delle parole che usa col grassetto di un'ironia tagliente e di una creatività linguistica folgorante. Disfare le maglie, trovare il bandolo della matassa, nel linguaggio della filosofia postmoderna decostruzione. Muraro - con la materialità che forse si porta dietro dalla sua infanzia, come azzarda Aspesi, in un Veneto agreste popolato di campi, galline e fosi - spiega: "Una frase che ha perso il suo significato letterale e conserva solo quello figurato (punto su cui fare capo per fare ordine in una situazione ingarbugliata). Ci sono donne ancora vive che si ricordano di aver cercato il bandolo della matassa alla lettera; io le ho viste farlo. Che importanza può avere questo? Per chi ama (la lingua), ce l'ha". Lei che certamenta la lingua l'ama molto, ci insegna la tecnica per ripercorrere a ritroso quell'unico filo intrecciato. Si può fare un gomitolo disfando una maglia, in un ciclo imperfetto come le nostre vite, in fondo siamo maglie e tanti gomitoli. Il potere no, è uno pseudogomitolo, amante più dell'allegoria che della metafora, nel senso - rozzamente - che è maestro nell'occultare l'esperienza (ma se volete capire meglio, vi rimando alla lettura di un più antico testo di Muraro, Maglia o uncinetto, ripubblicato da manifestolibri con introduzione di Ida Dominijanni). L'arte del disfieri che propone Muraro, è concreta, ancorata all lettera della vita, ad esempi ed esperienze. E il suo libro si può leggere come un manuale di applicazione di questa arte.
Il gomitolo di La folla nel cuore, disfa la lettura facile di fatti e persone, gesti e comportamenti, quella che cancella le differenze, gli scarti e le eccedenze, cioè il sugo della vita. L'inverso di queste storie mostra così tramature finissime e fili intrecciati, legami anche antichi là dove si lasciava intravvedere un vuoto, un'interruzione. La differenza sessuale che abita il mondo, la libertà e l'autorità femminile che lo segnano, i giochi di guerra di un patriarcato occidentale che, ormai padrone del mondo, non è all'altezza del suo compito - "tant'è che, più della volontà di dominio dell'Occidente, si deve ormai temere la sua incapacità di dominio" -, ma anche gli uomini che scartano la violenza di quell'ordine simbolico e provano a parlare la lingua della relazione e dell'amore; i prezzi e i guadagni che derivano dal non agire secondo il senso attribuito al nostro agire (e al nostro sesso). Interrogando il desiderio, scartando il divieto che lo interdice, la costrizione inibitrice dei ruoli sociali, messi alla prova dalla vocazione alla fedeltà verso noi stesse/i.
Le storie di questo mondo che abitano La folla nel cuore parlano di guerra, clonazione, violenza sessuale, di sinistra e sottrazione femminile al voto e alla politica istituzionale, di Hillary Clinton e Lady D., di talebani e Mani Pulite, "pedofili e femministe", Marta Russo e il Vangelo di Marco, Nelson Mandela e Thelma e Louise, donne-soldato (vedi alla voce "sfida fallica") e politiche femminili modeste, automoderate (vedi alla voce "femminismo di stato" e "pari opportunità"), di tendenza alla distruzione della relazione materna, una distruzione che non passa solo attraverso le nuove tecnologie riproduttive, ma "attraverso l'uguaglianza, e una forsennata tendenza alla realizzazione di una simmetria nei rapporti donna-uomo, adulti-bambini, dove lo squilibrio e la disparità non sono più sopportati".
E' una cronaca popolata di principesse che scuotono monarchie secolari, mostrando con la loro rinuncia alla corona, che potere e autorità non coincidono. Di figlie separate dalle madri (come nell'antico mito di Demetra e Core reinterpretato nel quartiere operaio milanese della Bovisa), per l'atavica paura maschile delle genealogie femminili.
Di giovani madri che abbandonano il figlio per rendersi visibile agli occhi del marito, inconsapevoli testimoni del teatro conflittuale di una famiglia dove ci si ama ma spesso ci si fa fa "una guerra feroce per la spartizione del tempo per sé, dello spazio per sé, della libertà dei soldi". Di clienti che uccidono prostitute perché non sopportano il giudizio femminile sulla virilità, tragico sintomo della necessità - sempre più elusa - del dirsi la verità sulle miserie del rapporto e degli scambi tra donne e uomini. Di fidanzati che si uccidono perché le famiglie non autorizzano un loro viaggio all'estero, fiori invernali di quel fragile e mortale desiderio comune a tanti giovani, insieme troppo intenso e troppo fragile perché non gli si concede il tempo di realizzarsi.
La folla nel cuore è un libro che raccomandiamo vivamente di leggere a tutte/i, ma in particolare a: chi crede che il pensiero della differenza sessuale sia un gioco iperuranico di filosofe con la testa fra le nuvole; chi non teme (o se ne fa complice) il trionfo dell'astrattezza giuridica sulla sostanza della vita, e una politica che ignora sempre più la parola felicità ("una specialità borghese. Anzi, borghese e maschile, sia detto senza offesa. Corrisponde alla separazione tra pubblico e privato, tra politico e personale") e incapace di farsi mediazione della realtà che cambia. Forse perché dovrebbe essersi accorta che già molto è cambiato.
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