RASSEGNA STAMPA

18 MAGGIO 2000
GIANNI SANTAMARIA
Quante certezze ha il relativismo
Il senso comune e i suoi valori di riferimento; un saggio del filosofo Boudon
Tutto è relativo? Se questa visione totalizzante fosse vera, allora sarebbe relativo anche che tutto è relativo. Viene spontaneo il gioco di parole. Ma i valori sono "disperatamente soggettivi" come oggi sostengono le filosofie nietzschiane e post-moderne? O è possibile individuarne alcuni, che possono considerarsi oggettivi e razionalmente fondati?
Parte da qui il saggio del sociologo francese Raymond Boudon che appare sul numero della rivista di etica, scienza ed economia Kéiron (diretta da Ivan Cavicchi e edita da Farmindustria, 06-675801), interamente dedicato all'"Obiettività" e che sarà presentato domani alle 10 a Palazzo San Macuto a Roma. Dapprima Boudon descrive lo status imperante. La collega americana Ann Mary Glendon, ad esempio, ha analizzato come i giudici della Corte Suprema tendano a considerare le proprie valutazioni come se "la convinzione personale ne sia l'unico fondamento legittimo". Così, sempre negli Usa, esiste una corrente di pensiero detta "chiarificazione dei valori" che vuole proibirne la trasmissione a scuola, essendo essi scelta individuale.
Tutto insomma - nella tocquevilliana "società dell'opinione pubblica", che secondo Boudon "porta acqua al mulino del relativismo" - tende a confermare il "politeismo dei valori" (secondo l'espressione weberiana) e i suoi correlati: decisionismo e determinismo. Ma le cose stanno così? Boudon ricusa innanzitutto che Weber, pur influenzato da Nietzsche, volesse parlare di un "ribaltamento di tutti i valori". Invece, sostiene l'autore, semplicemente credeva "che la sintesi cristiana aveva perso forza e che contrariamente a quanto speravano Comte e Durkheim era vano sognare un'altra sintesi moderna a carattere non religioso". Ma è il senso comune a fornire altri esempi di valori ormai condivisi e razionalmente non intaccabili. Uno per tutti: la maggioranza della gente ormai pensa che la democrazia sia migliore della dittatura. Come conciliare allora relativismo etico e osservazioni sociologiche su mentalità e "intime certezze"?
L'autore si addentra in questa frattura, comparando giudizi morali - ma anche giuridici o politici - con quelli della scienza. Mentre un po' tutti tendono a svalutarli. Gli argomenti morali, infatti, per empirismo e positivismo sono "pura espressione di sentimenti" o "comandi". Per il sociologismo sono determinati dalla cultura di appartenenza. Per il decisionismo sono "deformazioni morali degli interessi sociali del soggetto". Per nietzschiani, freudiani e post-modernisti, rispettivamente "espressioni distorte e inconsce degli interessi psichici", "pulsioni provenienti dal sottosuolo della personalità", "illusioni". Per Rorty addirittura "i sentimenti di orrore che Auschwitz ispira sarebbero il prodotto di un condizionamento storico". Senza contare l'obiezione degli antropologi e dei sociologi che puntano sulla storicità dei valori per dimostrarne l'"infondatezza" razionale. Boudon propende invece per un progresso della morale, così come della scienza: "Quando compare un'innovazione assiologica, se sembra rafforzare la dignità umana", tende a essere razionalmente "selezionata". Allora "modifica l'universo prescrittivo, un po' come un'innovazione scientifica modifica l'universo descrittivo".
Impossibile, dunque, tornare indietro dalla constatazione che realtà prima accettate o osteggiate, dopo essere state sperimentate, ora ripugnano o sono accolte? Come, da un lato, pena di morte, tortura, guerra; dall'altro idea di non nuocere al prossimo, preferibilità della democrazia alla dittatura, ma anche solidarietà nei rapporti internazionali, prima improntati alla morale hobbesiana. Una storia in tutto simile, ribadisce Boudon, a quella del progresso scientifico. Chi potrebbe oggi sostenere che la Terra è piatta, anche se questa verità è stata creduta per secoli? "Per il fatto che non si può arrivare subito al vero in ogni questione - conclude Boudon - chi ne concluderebbe che l'oggettività è un'illusione?".
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