Quante certezze ha il
relativismo| Il senso comune e i suoi valori di riferimento; un saggio
del filosofo Boudon |
| Tutto è relativo? Se questa visione totalizzante fosse vera, allora
sarebbe relativo anche che tutto è relativo. Viene spontaneo il
gioco di parole. Ma i valori sono "disperatamente soggettivi"
come oggi sostengono le filosofie nietzschiane e post-moderne? O
è possibile individuarne alcuni, che possono considerarsi oggettivi
e razionalmente fondati?
Parte da qui il saggio del sociologo francese Raymond Boudon
che appare sul numero della rivista di etica, scienza ed economia
Kéiron (diretta da Ivan Cavicchi e edita da Farmindustria,
06-675801), interamente dedicato all'"Obiettività" e che sarà
presentato domani alle 10 a Palazzo San Macuto a Roma.
Dapprima Boudon descrive lo status imperante. La collega
americana Ann Mary Glendon, ad esempio, ha analizzato come i
giudici della Corte Suprema tendano a considerare le proprie
valutazioni come se "la convinzione personale ne sia l'unico
fondamento legittimo". Così, sempre negli Usa, esiste una
corrente di pensiero detta "chiarificazione dei valori" che vuole
proibirne la trasmissione a scuola, essendo essi scelta individuale.
Tutto insomma - nella tocquevilliana "società dell'opinione
pubblica", che secondo Boudon "porta acqua al mulino del
relativismo" - tende a confermare il "politeismo dei valori"
(secondo l'espressione weberiana) e i suoi correlati: decisionismo
e determinismo.
Ma le cose stanno così? Boudon ricusa innanzitutto che Weber,
pur influenzato da Nietzsche, volesse parlare di un "ribaltamento
di tutti i valori". Invece, sostiene l'autore, semplicemente credeva
"che la sintesi cristiana aveva perso forza e che contrariamente a
quanto speravano Comte e Durkheim era vano sognare un'altra
sintesi moderna a carattere non religioso". Ma è il senso comune a
fornire altri esempi di valori ormai condivisi e razionalmente non
intaccabili. Uno per tutti: la maggioranza della gente ormai pensa
che la democrazia sia migliore della dittatura. Come conciliare
allora relativismo etico e osservazioni sociologiche su mentalità e
"intime certezze"?
L'autore si addentra in questa frattura, comparando giudizi morali
- ma anche giuridici o politici - con quelli della scienza. Mentre un
po' tutti tendono a svalutarli. Gli argomenti morali, infatti, per
empirismo e positivismo sono "pura espressione di sentimenti" o
"comandi". Per il sociologismo sono determinati dalla cultura di
appartenenza. Per il decisionismo sono "deformazioni morali
degli interessi sociali del soggetto". Per nietzschiani, freudiani e
post-modernisti, rispettivamente "espressioni distorte e inconsce
degli interessi psichici", "pulsioni provenienti dal sottosuolo
della personalità", "illusioni". Per Rorty addirittura "i sentimenti
di orrore che Auschwitz ispira sarebbero il prodotto di un
condizionamento storico". Senza contare l'obiezione degli
antropologi e dei sociologi che puntano sulla storicità dei valori
per dimostrarne l'"infondatezza" razionale.
Boudon propende invece per un progresso della morale, così come
della scienza: "Quando compare un'innovazione assiologica, se
sembra rafforzare la dignità umana", tende a essere razionalmente
"selezionata". Allora "modifica l'universo prescrittivo, un po'
come un'innovazione scientifica modifica l'universo descrittivo".
Impossibile, dunque, tornare indietro dalla constatazione che
realtà prima accettate o osteggiate, dopo essere state sperimentate,
ora ripugnano o sono accolte? Come, da un lato, pena di morte,
tortura, guerra; dall'altro idea di non nuocere al prossimo,
preferibilità della democrazia alla dittatura, ma anche solidarietà
nei rapporti internazionali, prima improntati alla morale
hobbesiana.
Una storia in tutto simile, ribadisce Boudon, a quella del
progresso scientifico. Chi potrebbe oggi sostenere che la Terra è
piatta, anche se questa verità è stata creduta per secoli? "Per il
fatto che non si può arrivare subito al vero in ogni questione -
conclude Boudon - chi ne concluderebbe che l'oggettività è
un'illusione?". |