RASSEGNA STAMPA

15 MAGGIO 2000
FRANCO VOLPI
Travolti da un insolito ribelle
L'indagatore di miti, amico di Kerényi e Calvino, autore di una storia della cultura di destra, scrisse negli anni '60 un saggio dedicato a Spartakus e alla rivolta
Colpiti dalle intuizioni di cui è ricca la sua "opera interrotta", saremmo davvero tentati, proiettandoci con l'immaginazione oltre il destino che spense anzitempo il suo genio, di porci questa domanda: che cosa sarebbe diventato Furio Jesi - precocissimo egittologo, germanista e studioso del mito - se la morte non lo avesse strappato, non ancora quarantenne, al febbrile e tumultuoso lavoro che andava compiendo? Un libro inedito scoperto di recente tra le sue carte, e pubblicato a cura di Andrea Cavalletti (Spartakus, Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, pagg. 136, lire 35.000) alimenta ulteriormente queste immaginazioni. Un po' come nel caso di un altro precoce studioso del mito e delle religioni, Ioan P. Culianu, anch'egli strappato da un assurdo destino a un lavoro scientifico molto promettente.
Mentre Culianu aveva però incanalato e urbanizzato il suo talento nell'alveo della ricerca accademica, il genio di Jesi era una forza naturale troppo genuina, troppo spontanea e originaria per sottomettersi ai canoni abituali del lavoro scientifico.
Troppo imprevedibile per dire che cosa ancora avrebbe potuto dare. Una nuova testimonianza della sua prorompente genialità è questo libro su Spartakus, che Jesi aveva consegnato all'editore Silva per la stampa alla fine del 1969, ma che non fu pubblicato per le sopraggiunte difficoltà economiche dell'editore.
Assolutamente originale la impostazione.
Non si tratta di una storia del movimento spartachista di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, dalla scissione dal partito socialdemocratico fino alla rivolta dell'inverno 1918-'19 e all'assassinio dei due capi. Jesi studia il movimento tedesco solo come caso paradigmatico di "rivolta" da cui ricavare - è questo che gli sta veramente a cuore - conclusioni generali, ossia antropologiche, sociologiche, teorico-politiche, teorico-mitologiche, concettuali e filosofiche.
Ma che cosa presenta di tanto singolare e interessante il fenomeno della rivolta? Per Jesi esso mette in crisi la concezione marxiana della storia e la sua capacità di intrepretare gli eventi: lo specifico della "rivolta", nella sua radicale differenza dalla "rivoluzione", sfugge alle maglie della spiegazione storico-dialettica. E' soprattutto la scarsa considerazione della simbologia del mito a privare la visione marxista dell'azione politica di quel potenziale esplicativo che invece la mitologia, con i suoi simboli, può sviluppare. L'agire politico ha bisogno di trovare rappresentazione, di cagliare in un'idea, nella parola o nel gesto che la esprimono, in un progetto. E il mito ha essenzialmente questa funzione, sia come mito- fonte che come mito-strumento, secondo la precisazione di Jesi che riprende la distinzione di Kerényi tra mito genuino, veritativo, e mito strumentale, tecnicizzato.
Da qui la spiegazione del movimento spartachista: "L'assunzione del nome di Spartaco da parte dell'ala estrema dell'opposizione separatasi dal Partito socialdemocratico tedesco allo scoppio della prima guerra mondiale è un rimando al mito o - in altri termini - una cristallizzazione strategica del presente storico tale da evocare l'epifania del tempo mitico: dei giorni in cui l'antico Spartaco guidava la rivolta degli schiavi".
Ma, al di là del movimento storico, la "simbologia" di Jesi intende portare alla luce i caratteri generali del fenomeno della rivolta, proponendosi come alternativa alla comprensione storicista. E ciò in anni in cui lo storicismo marxista era il riferimento metodologico dominante nelle scienze umane. Jesi, insomma, intona un controcanto a Lukács e illumina in modo nuovo la scena: "Non i grandi teorici del marxismo", scriveva minando alla base i blocchi compatti dell'ortodossia, "ma gli ultimi maggiori rappresentanti della cultura borghese hanno fatto luce spesso con estrema franchezza... E' sintomatico che i chiarimenti maggiori vengano non tanto dagli economisti, dai sociologi, dai filosofi, quanto dagli ultimi e più alti esponenti borghesi dell'arte letteraria".
Quindi più che Scheler, Weber o Sombart, Jesi prende come suoi riferimenti Dostoevskij, Storm, Thomas Mann e perfino il "triviale" Eliade, come rimarca preoccupato il mitologo Kerényi (a sua volta considerato "grafomane" dal sobrio e raffinato Walter P. Otto).
Già la perentoria definizione con cui Jesi esordisce imprime alla sua analisi una decisa virata rispetto alla tradizionale svalutazione storico-dialettica della rivolta, intesa in subordine alla rivoluzione: "Usiamo la parola rivolta per designare un movimento insurrezionale diverso dalla rivoluzione". La differenza tra rivolta e rivoluzione non va però cercata nella presunta diversità dei fini dell'una e dell'altra, giacché entrambe possono perseguire il medesimo scopo, cioé impadronirsi del potere. La vera differenza è data, sostiene Jesi, da una diversa esperienza del tempo. Se la rivolta è "un improvviso scoppio insurrezionale", che di per sé non implica una strategia a lungo termine, e la rivoluzione è invece "un complesso strategico di movimenti insurrezionali coordinati e orientati a scadenza relativamente lunga verso gli obiettivi finali", allora la differenza potrebbe essere fissata in questo modo: mentre la rivoluzione è interamente calata nel tempo, la rivolta sospende il tempo storico e instaura un tempo in cui tutto ciò che si compie vale per se stesso; mentre la rivoluzione si inserisce nell'attualità lungo un arco temporale continuo, teso tra il passato e l'avvenire, tra la storia e l'utopia, la rivolta è invece radicalmente inattuale.
Come ogni esperienza-limite, come lo stato d'eccezione, essa cambia l'esperienza del tempo, sospende il ritmo normale della vita, instaura l'attesa (della vittoria, della pace, della salvezza) e quindi produce una dilatazione d'animo: ogni scelta decisiva, ogni azione irrevocabile crea l'accordo col tempo; ogni indugio mette fuori tempo.
Quando lo scontro è finito, quando l'esperienza del limite è riabitualizzata e lo stato di eccezione tolto, ritorna il tempo quotidiano, la regola, la sincronia con l'orologio universale della storia e della produzione.
Si affollano a questo punto associazioni pericolose e probabilmente non volute da Jesi, ma inevitabili: con la concezione jungeriana del Ribelle, che "passando al bosco" sospende il tempo della quotidianità borghese, le sue regolarità e le sue norme; con le forme e le opposizioni estreme che caratterizzano lo stato d'eccezione secondo Carl Schmitt, ammirato da Walter Benjamin, a sua volta amato da Jesi; con l'attimo di Kierkegaard e la temporalità autentica di Heidegger.
Con questo libro Jesi apre un singolare ma illuminante itinerario transdisciplinare che ci fa vedere il legame dell'agire politico con la sua rappresentazione, connettendo teoria dell'azione e teologia politica, antropologia e letteratura, analisi sociale e studio del mito. Era probabilmente uno dei molti lavori di avvicinamento all'"Introduzione alla scienza del mito" che Jesi aveva in animo di scrivere. E nel quale egli avrebbe certamente sviluppato quella che potremmo chiamare l'analisi dell'uomo "eterno mitologo" e la storia della sua cacciata dal "paradiso degli archetipi", in particolare quel folgorante capitolo, qui solo accennato, che racconta come e perché il deus absconditus ebraico-cristiano, entità senza volto, abbia spezzato la fiducia umana nella veridicità del mito, riducendolo a favola da cui non scaturisce- salvezza.
Sono ormai passati vent'anni dalla scomparsa di Furio Jesi, ma, davvero, dovremo rammaricarci ancora a lungo per tutto ciò che egli ci avrebbe dato se la morte non avesse tragicamente spezzato il filo della sua ricerca.
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