Travolti da un insolito
ribelle| L'indagatore di miti, amico di Kerényi e
Calvino, autore di una storia della
cultura di destra, scrisse negli anni '60 un
saggio dedicato a Spartakus e alla rivolta |
| Colpiti dalle intuizioni di cui è ricca la sua
"opera interrotta", saremmo davvero
tentati, proiettandoci con l'immaginazione
oltre il destino che spense anzitempo il suo
genio, di porci questa domanda: che cosa
sarebbe diventato Furio Jesi - precocissimo
egittologo, germanista e studioso del mito
- se la morte non lo avesse strappato, non
ancora quarantenne, al febbrile e
tumultuoso lavoro che andava compiendo?
Un libro inedito scoperto di recente tra le
sue carte, e pubblicato a cura di Andrea
Cavalletti (Spartakus, Simbologia della
rivolta, Bollati Boringhieri, pagg. 136, lire
35.000) alimenta ulteriormente queste
immaginazioni. Un po' come nel caso di un
altro precoce studioso del mito e delle
religioni, Ioan P. Culianu, anch'egli
strappato da un assurdo destino a un lavoro
scientifico molto promettente.
Mentre Culianu aveva però incanalato e
urbanizzato il suo talento nell'alveo della
ricerca accademica, il genio di Jesi era una
forza naturale troppo genuina, troppo
spontanea e originaria per sottomettersi ai
canoni abituali del lavoro scientifico.
Troppo imprevedibile per dire che cosa
ancora avrebbe potuto dare. Una nuova
testimonianza della sua prorompente
genialità è questo libro su Spartakus, che
Jesi aveva consegnato all'editore Silva per
la stampa alla fine del 1969, ma che non fu
pubblicato per le sopraggiunte difficoltà
economiche dell'editore.
Assolutamente originale la impostazione.
Non si tratta di una storia del movimento
spartachista di Rosa Luxemburg e Karl
Liebknecht, dalla scissione dal partito
socialdemocratico fino alla rivolta
dell'inverno 1918-'19 e all'assassinio dei
due capi. Jesi studia il movimento tedesco
solo come caso paradigmatico di "rivolta"
da cui ricavare - è questo che gli sta
veramente a cuore - conclusioni generali,
ossia antropologiche, sociologiche,
teorico-politiche, teorico-mitologiche,
concettuali e filosofiche.
Ma che cosa presenta di tanto singolare e
interessante il fenomeno della rivolta? Per
Jesi esso mette in crisi la concezione
marxiana della storia e la sua capacità di
intrepretare gli eventi: lo specifico della
"rivolta", nella sua radicale differenza dalla
"rivoluzione", sfugge alle maglie della
spiegazione storico-dialettica. E'
soprattutto la scarsa considerazione della
simbologia del mito a privare la visione
marxista dell'azione politica di quel
potenziale esplicativo che invece la
mitologia, con i suoi simboli, può
sviluppare. L'agire politico ha bisogno di
trovare rappresentazione, di cagliare in
un'idea, nella parola o nel gesto che la
esprimono, in un progetto. E il mito ha
essenzialmente questa funzione, sia come
mito- fonte che come mito-strumento,
secondo la precisazione di Jesi che riprende
la distinzione di Kerényi tra mito genuino,
veritativo, e mito strumentale, tecnicizzato.
Da qui la spiegazione del movimento
spartachista: "L'assunzione del nome di
Spartaco da parte dell'ala estrema
dell'opposizione separatasi dal Partito
socialdemocratico tedesco allo scoppio
della prima guerra mondiale è un rimando
al mito o - in altri termini - una
cristallizzazione strategica del presente
storico tale da evocare l'epifania del tempo
mitico: dei giorni in cui l'antico Spartaco
guidava la rivolta degli schiavi".
Ma, al di là del movimento storico, la
"simbologia" di Jesi intende portare alla
luce i caratteri generali del fenomeno della
rivolta, proponendosi come alternativa alla
comprensione storicista. E ciò in anni in
cui lo storicismo marxista era il
riferimento metodologico dominante nelle
scienze umane. Jesi, insomma, intona un
controcanto a Lukács e illumina in modo
nuovo la scena: "Non i grandi teorici del
marxismo", scriveva minando alla base i
blocchi compatti dell'ortodossia, "ma gli
ultimi maggiori rappresentanti della
cultura borghese hanno fatto luce spesso
con estrema franchezza... E' sintomatico
che i chiarimenti maggiori vengano non
tanto dagli economisti, dai sociologi, dai
filosofi, quanto dagli ultimi e più alti
esponenti borghesi dell'arte letteraria".
Quindi più che Scheler, Weber o Sombart,
Jesi prende come suoi riferimenti
Dostoevskij, Storm, Thomas Mann e
perfino il "triviale" Eliade, come rimarca
preoccupato il mitologo Kerényi (a sua
volta considerato "grafomane" dal sobrio e
raffinato Walter P. Otto).
Già la perentoria definizione con cui Jesi
esordisce imprime alla sua analisi una
decisa virata rispetto alla tradizionale
svalutazione storico-dialettica della rivolta,
intesa in subordine alla rivoluzione:
"Usiamo la parola rivolta per designare un
movimento insurrezionale diverso dalla
rivoluzione". La differenza tra rivolta e
rivoluzione non va però cercata nella
presunta diversità dei fini dell'una e
dell'altra, giacché entrambe possono
perseguire il medesimo scopo, cioé
impadronirsi del potere. La vera differenza
è data, sostiene Jesi, da una diversa
esperienza del tempo. Se la rivolta è "un
improvviso scoppio insurrezionale", che di
per sé non implica una strategia a lungo
termine, e la rivoluzione è invece "un
complesso strategico di movimenti
insurrezionali coordinati e orientati a
scadenza relativamente lunga verso gli
obiettivi finali", allora la differenza
potrebbe essere fissata in questo modo:
mentre la rivoluzione è interamente calata
nel tempo, la rivolta sospende il tempo
storico e instaura un tempo in cui tutto ciò
che si compie vale per se stesso; mentre la
rivoluzione si inserisce nell'attualità lungo
un arco temporale continuo, teso tra il
passato e l'avvenire, tra la storia e l'utopia,
la rivolta è invece radicalmente inattuale.
Come ogni esperienza-limite, come lo
stato d'eccezione, essa cambia l'esperienza
del tempo, sospende il ritmo normale della
vita, instaura l'attesa (della vittoria, della
pace, della salvezza) e quindi produce una
dilatazione d'animo: ogni scelta decisiva,
ogni azione irrevocabile crea l'accordo col
tempo; ogni indugio mette fuori tempo.
Quando lo scontro è finito, quando
l'esperienza del limite è riabitualizzata e lo
stato di eccezione tolto, ritorna il tempo
quotidiano, la regola, la sincronia con
l'orologio universale della storia e della
produzione.
Si affollano a questo punto associazioni
pericolose e probabilmente non volute da
Jesi, ma inevitabili: con la concezione
jungeriana del Ribelle, che "passando al
bosco" sospende il tempo della
quotidianità borghese, le sue regolarità e le
sue norme; con le forme e le opposizioni
estreme che caratterizzano lo stato
d'eccezione secondo Carl Schmitt,
ammirato da Walter Benjamin, a sua volta
amato da Jesi; con l'attimo di Kierkegaard
e la temporalità autentica di Heidegger.
Con questo libro Jesi apre un singolare ma
illuminante itinerario transdisciplinare che
ci fa vedere il legame dell'agire politico
con la sua rappresentazione, connettendo
teoria dell'azione e teologia politica,
antropologia e letteratura, analisi sociale e
studio del mito. Era probabilmente uno dei
molti lavori di avvicinamento
all'"Introduzione alla scienza del mito" che
Jesi aveva in animo di scrivere. E nel quale
egli avrebbe certamente sviluppato quella
che potremmo chiamare l'analisi dell'uomo
"eterno mitologo" e la storia della sua
cacciata dal "paradiso degli archetipi", in
particolare quel folgorante capitolo, qui
solo accennato, che racconta come e perché
il deus absconditus ebraico-cristiano, entità
senza volto, abbia spezzato la fiducia
umana nella veridicità del mito,
riducendolo a favola da cui non scaturisce-
salvezza.
Sono ormai passati vent'anni dalla
scomparsa di Furio Jesi, ma, davvero,
dovremo rammaricarci ancora a lungo per
tutto ciò che egli ci avrebbe dato se la
morte non avesse tragicamente spezzato il
filo della sua ricerca. |