Noi uomini toccati dal misteroIn un articolo comparso domenica su
queste pagine il filosofo novantenne
spiegava le ragioni del suo non credere Gli risponde Enzo Bianchi |
| Enzo Bianchi, il priore di Bose, ha letto
con molto interesse la riflessione sulla fede
di Norberto Bobbio, pubblicata in parte
domenica scorsa su queste pagine (ed edita
integralmente sull'ultimo numero di
MicroMega)
Commenta: "E' bello che Bobbio si
esprima con tanta chiarezza. Il fatto che ci
siano dei non credenti è importante, ci
ricorda che la fede cristiana non è
totalitaria, che il Dio cristiano non vuole
essere subìto da tutti, ma cercato, amato
liberamente, creduto, desiderato dai singoli
individui. Il Dio creatore ha sottoposto la
propria libertà alla limitazione costituita
dalla libertà della sua creatura, dell'uomo.
E Bobbio ha ragione quando dice che la
vera differenza - che è anche la vera
discriminante per un cristiano in vista della
salvezza - non è quella tra credenti e non
credenti, ma quella tra chi combatte gli
idoli che asserviscono e alienano l'umanità
e chi invece li serve, e si rivela idolatra".
L'idea del creatore che dona la libertà alla
sua creatura lei la ricava dalla Bibbia. Ma
Bobbio, di fronte alla Bibbia, recalcitra.
Per lui è difficile credere nell'Antico
Testamento, nel Dio crudele che chiede a
Abramo di sacrificargli il figlio Isacco.
"Alcune convinzioni di Bobbio mi paiono
dipendere da immagini di Dio e della fede
cristiana che deve avere ricevuto
nell'infanzia, quando frequentava la chiesa:
e sono immagini che raffigurano degli dèi
perversi, non il Dio della rivelazione
ebraico-cristiana. La cosa ha del
paradossale, ma quando Bobbio afferma di
non poter credere a un Dio che chiede il
sacrificio del figlio, esprime il significato
autentico del racconto della Genesi, che si
conclude non con l'immolazione di Isacco
ma con il sacrificio di un ariete. Quel
racconto sta nella Bibbia a significare che
il Dio di Israele vuole obbedienza alla sua
volontà ma non vuole i sacrifici umani che
erano invece graditi agli dèi delle
popolazioni tra cui viveva allora Israele".
Quel racconto ha generato infinite
interpretazioni. Penso a certe pagine di
Kierkegaard.
"Nei racconti biblici sono presentati dei
fatti esistenziali che si ripresentano ad ogni
generazione".
Di qui la necessità della interpretazione.
Bobbio non sembra consapevole di questo
fatto, e le sue osservazioni sembrano
derivare dal bisogno di opporsi alle letture
fondamentaliste della Bibbia, che non sono
condivise della chiesa di Roma.
"Questo vale anche per quello che Bobbio
dice sul peccato originale, mito cui si
rifiuta di credere. Ma oggi nessuna chiesa
cristiana vede nella storia di Adamo ed Eva
il motore di un meccanismo perverso per
cui il peccato si eredita senza colpa
alcuna".
Anche la sua idea che chi ha fede possa
vivere nella certezza, senza il tormento dei
dubbi, ha pochi riscontri nelle Scritture.
"La Bibbia testimonia che fede e
incredulità attraversano il credente. Persino
Mosè nell'Antico Testamento, e Pietro nel
Nuovo, che sono i testimoni per eccellenza
della fede, vengono descritti in alcune
situazioni come persone di poca fede".
Sia Abramo che Sara ridono, quando Dio
gli promette un figlio. E Dio chiede che lo
chiamino Isacco, un nome che in italiano è
solo buffo, ma che in ebraico suona come
una voce del verbo ridere. Qui è
chiarissima la contiguità tra fede e dubbio.
Mentre Bobbio sembra pensare pure che -
nei credenti - la certezza della fede si
traduca in certezze su questioni di altro
ordine, come l'origine dell'universo.
"Dio non è un tappabuchi, pronto a fornire
le spiegazioni cui l'uomo da solo non
arriva. A questo proposito non possiamo
dimenticare l'insegnamento di Dietrich
Bonhoeffer, il teologo luterano impiccato
a Flossenburg nell'aprile del '45, per il
quale Dio, appunto, non è un tappabuchi
delle questioni irrisolte, ma va trovato in
ciò che conosciamo!"
Pochi laici conoscono Resistenza e resa, le
lettere dal carcere di Bonhoeffer (Edizioni
Paoline) e comunque ne ignorano
l'influsso sul pensiero dei cattolici. Ma se
non dà certezze, se non è consolatoria, cosa
dà, la fede, al credente?
"La fede cristiana è una certezza
esistenziale. Se credo, io sento la presenza
di Dio nella mia vita, però non lo vedo,
questo Dio, non lo tocco, non lo misuro,
quindi la mia ragione è insufficiente,
rispetto alla mia fede. La fede, secondo san
Paolo, è un vedere le cose "in aenigmate", è
vederle come in uno specchio, facendo
fiducia a un Altro: dunque è rischio e
ricerca. Insomma, anche quando la fede è
salda, quando è esistenzialmente certezza,
intellettualmente resta ricerca".
Si può dire che la certezza esistenziale
permette di convivere coi dubbi dati dal
fatto che la fede trascende la ragione?
"La fede non è contro la ragione, ma la
ragione di per sé non basta per approdare
alla fede. "Non di tutti è la fede" dice san
Paolo nella Seconda lettera ai
Tessalonicesi. Noi distinguiamo tra le
persone che credono o non credono in Dio
o in Gesù Cristo, come se la cosa
dipendesse unicamente da loro; in realtà,
secondo la teologia cristiana, la fede
dipende da un dono dello Spirito Santo.
Dunque c'è anche chi non può credere".
Questo è duro, che Dio doni la fede agli
uni e non agli altri.
"Ma per la salvezza, criterio ultimo, conta
una prassi d'amore. Gesù dice: "Avevo
fame, e mi avete dato da mangiare...". E poi
io non amo la distinzione tra credenti e non
credenti. Io penso che la dimensione della
fede, dell'affidarsi, sia propria dell'uomo.
Si può vivere senza una fede religiosa, ma
non senza una qualche forma di
affidamento, di fede. Il termine latino
"fides" viene da una radice che ha prodotto
pure fidanzamento, confidenza, fiducia...
Ci si può capire". |