RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 2000
TITTI MARRONE
Che Pasqua è?
Di rivoluzione, forse. Quale significato ha questa Pasqua di fine-inizio millennio, contrassegnata da una sensibile crisi ideologica e dal documento di Giovanni Paolo II con il quale il Papa chiede perdono per le colpe della Chiesa nel corso dei secoli?
Due "voci" si confrontano in questo dialogo sul senso speciale della Pasqua del 2000, stimolate da Titti Marrone: quella religiosa del teologo Bruno Forte e quella laica del filosofo Eugenio Mazzarella.
BRUNO FORTE - Il Novecento tutto intero si può definire come il secolo della crisi. Inizia e termina in tale segno - 1914-1989 - ed è un'epoca in cui le grandi certezze della modernità vengono messe in discussione. È di fronte a questo che ci si interroga: la religione e la fede hanno ancora un rilievo possibile per l'umanità? Tutti sono abbastanza unanimi nel notare un ritorno del sacro. È un processo non privo di ambiguità, perché molte volte è solo ricerca di rassicurazioni di fronte al senso di smarrimento e di naufragio. Ma proprio la personalità di Giovanni Paolo II, la dialettica fra debolezza fisica apparente e forza, la tenacia con cui egli propone il messaggio e la radicalità di questo ne fanno la figura che incarna una possibilità nuova per la religiosità del Ventunesimo secolo. La religione si presenta tutt'altro che come ideologia, anzi come alternativa alle ideologie. È una riserva di senso e di speranza che non cattura, non imprigiona la lettura della realtà, ma la lascia aperta. È in questo senso che s'inserisce anche il riconoscimento delle colpe del passato. L'ideologia non sa riconoscerle. Se lo facesse, dovrebbe dichiararsi sconfitta. Ecco perché soltanto una fede religiosa, cioè aperta al mistero e alla trascendenza, può al tempo stesso affermarsi, proporsi e riconoscere le sue colpe senza timore di essere smentita. Il secolo che si è appena concluso, del resto, si può leggere attraverso quattro grandi metafore. La prima è quella del tramonto, evocata dal libro di Spengler "Il tramonto dell'Occidente", in cui la civiltà volge verso la sua fine. Un'altra metafora potente è quella del naufragio, evocata da Blumenberg, che richiama la condizione dell'uomo moderno come fusione di naufrago e spettatore: sono la stessa persona, il che vuol dire che siamo tutti sulla stessa barca, in balìa delle onde. Una terza metafora è quella della brevità. È usata dallo storico Eric Hobsbawm, che definisce il Novecento come secolo breve, chiuso fra la crisi della Prima Guerra Mondiale e la fine dei blocchi ideologici nel 1989. L'ultima metafora è quella di Fukuyama su "La fine della storia", dove il Novecento emerge come compimento del tempo, perché si raggiunge quella vittoria del modello capitalistico occidentale che, con tipico ottimismo americano, Fukuyama legge come il solo possibile per rendere l'umanità felice. Queste metafore alludono tutte alla medesima idea, quella della crisi. EUGENIO MAZZARELLA - Quelle richiamate da te sono tutte metafore di una conclusività. E rinviano a un ciclo chiuso di tutta la storia occidentale, quello del moderno. In fondo questa Pasqua che apre un millennio si trova a fare i conti con l'archiviazione del moderno, che ha raggiunto il suo estremo nel Novecento. Questo secolo evoca orrori come Auschwitz, o come la devastazione tecnica del pianeta che si legge nella crisi ecologica. Il moderno chiude un ciclo che mostra lati positivi, ma anche una serie di ombre irrisolte: la maggiore di tutte, la più inquietante è la superbia della ragione strumentale, che ha creduto di poter diventare tutto. Questa ha creato il presunto primato dell'economia. La riduzione dei valori dell'uomo al primato dell'economico è l'altra faccia della strumentalità di chi ha ridotto il senso della ragione all'efficacia strumentale. La crisi delle ideologie è la crisi del sogno che queste potessero avverarsi sulla Terra. È crisi dell'idea che la ragione economica potesse garantire la speranza dell'uomo. Tutto questo ha restituito un ruolo al messaggio della Chiesa perché, nell'apparente antimodernità della Chiesa, c'è la sua ultramodernità. Il messaggio delle religioni in generale riprende dignità teorica, anche per la coscienza laica, perché ripropone un vecchio problema: la ragione dell'uomo non può esser solo strumentale. Il senso dell'uomo, il senso delle nostre società, non è il primato dell'economico. Credo che la Chiesa stia ricordando questo all'uomo contemporaneo. Che stia cercando di restituire l'uomo al suo perenne essere in viaggio. La Chiesa è pellegrina sulla Terra come metafora istituzionale dell'uomo. E anche un laico può arrivare al senso dell'essere in cammino. Un "essere in cammino" è la testimonianza di Wojtyla. Il papa, andando in giro per il mondo, mostra che l'uomo è pellegrino di una speranza che va al di là di questa Terra. FORTE - Di fronte alla crisi della modernità di cui parli, sono proprio le religioni monoteiste, cioè quelle che hanno forte il senso della trascendenza di Dio, ad avere una riserva di significato per l'uomo moderno. È in crisi la presunzione di una ragione che ha voluto essere totale, che ha voluto spiegare tutto, e che così si è convertita storicamente in totalitarismo.
Dunque, abbiamo bisogno di qualcosa che spezzi l'universo onnicomprensivo della ragione. E le religioni monoteiste testimoniano il senso dell'altro, del trascendente. Qui ebraismo e cristianesimo mostrano la loro straordinaria forza nell'aver segnato l'intera cultura occidentale. Il messaggio del primato di Dio sulla storia, tipico di questa cultura, ritorna oggi attraverso la figura mistica di Giovanni Paolo II. E in questo senso del forte primato di Dio le religioni monoteiste si sentono chiamate a un nuovo incontro fra loro, di testimonianza comune. Il pellegrinaggio papale in Terra Santa e il suo incontro tanto con gli ebrei quanto con i palestinesi è in fondo un richiamo a ricordarci che la pace non si costruisce solo fra due ma davanti al Terzo, il Dio vivente, il trascendente a cui rifarci. Uno scrittore israeliano, David Grossman, ha usato un'immagine potente per parlare di questo viaggio di Giovanni Paolo II, ha detto che ebrei ed israeliani sembravano come Giacobbe ed Esaù alla ricerca della benedizione del Padre comune, Isacco. Quest'immagine dice come la figura di Wojtyla è diventata metafora di questo Padre comune di tutti. MAZZARELLA - Questo senso unico del divino può servire a ricomporre lo scontro tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri del mondo. E può anche aiutare nella sfida tecnologica posta dall'uomo contemporaneo: per esempio, nella bioetica dove, tra cultura laica e cultura religiosa, lo scontro è su un'idea di sacralità della vita. Perché non sempre si riesce a pensare in termini corretti all'unicità del senso della vita. Probabilmente sia una cultura laica che una cultura religiosa, se intendono la sacralità della vita come il comune incontro sul dono della carne, sul dono del corpo, sul dono biologico, possono trovare comuni ragioni di rispetto. FORTE - A questo proposito ti voglio proporre di riflettere sul testo dell'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia, il più adatto a pensare, pieno com'è di colori, di suoni, di metafore. Qui la Terra c'è tutta, e con essa anche il Cielo. E nel punto dell'incontro fra cielo e Terra c'è il Cristo, l'agnello sgozzato in piedi dell'Apocalisse. Questo vuol dire che il corpo può essere interpretato in due modi: come espansione del soggetto, possesso da gestire da parte di chi lo abita; oppure come dono e come pegno, come qualcosa che ci è dato. Se è così, allora non è possibile gestirlo semplicemente con criteri arbitrari. Ecco, la bioetica diventa una scienza dell'edificazione della qualità della vita per tutti, in cui non è possibile parlare di etica senza l'altro. L'altro con la A minuscola: cioè non c'è etica senza esodo verso gli altri, dove ci si afferma il proprio io egoisticamente, individualisticamente, ma l'altro, si sa, è sempre traccia dell'Altro con la A maiuscola. In suo nome sentiamo di poter criticare la presunzione di una scienza totale, di quello che viene chiamato lo scientismo, che è totalitarismo della scienza. E allora, una scienza che sia rispettosa dei suoi limiti non può che essere riconosciuta come un bene per tutti. MAZZARELLA - Hai ragione. Anche da laico si può sostenere che il corpo non può essere letto che come dono, e che persino lo spazio del corpo va inteso in questo modo. E questo spazio del corpo, da intendere come dono, non è solo la natura, la nicchia ecologica, ma anche la tradizione, la storia. Ecco allora che la bioetica porta a riflettere sull'ecologia, sul bisogno di memoria. E diventa allora fondamentale il senso dell'ultimo documento papale, "Memoria e riconciliazione", dove si mostra come la storia può essere ancora abitata da una speranza dell'uomo. Ho la sensazione che se l'uomo contemporaneo saprà guardare anche l'ambiente del corpo come dono, dove per ambiente intendo sia la natura che la storia, inverando una notazione già di Bateson per cui la vera nicchia di sopravvivenza dell'uomo è l'io più il suo ambiente, allora l'uomo di questo millennio potrà costruire una più complessiva ecologia dello spirito, quella di cui avrebbe ampiamente bisogno. FORTE - Mi sembra che questi discorsi ci riportino al grande tema del nostro dialogo, questa Pasqua del millennio. La Pasqua ebraica e quella cristiana quest'anno coincidono. Pasqua è anzitutto un atto della memoria, anzi, precisamente di quello che l'ebraico chiama Zikkaron, il memoriale, cioè l'atto per il quale l'evento di salvezza passato, una volta per sempre, si fa presente, contemporaneo a noi. Dunque la Pasqua è questo recupero della memoria di salvezza nell'oggi degli uomini, e questo continuo attualizzarsi delle meraviglie di Dio nel presente. Allora, la storia diventa gravida di una presenza dell'eterno, di una presenza dell'altro, e non è semplicemente l'espansione delle soggettività che la abitano. È incontro fra queste soggettività pellegrine verso una patria, un futuro comune, con il Dio vivo che entra nella storia stessa. Questo incontro si compie nel gesto, nel rito, nella parola, nel pane, nel vino, nell'agnello, cioè in corpi, in carni, in colori, in terra, in sangue, in profumi. Tutto questo è Pasqua, e se l'uomo avesse dimenticato che il suo corpo non è semplicemente possesso o espansione di sé, ma è pegno, è dono, è custodia, la Pasqua viene a ricordarglielo. Se Dio mette le sue tende nella storia, nella carne degli uomini, questa storia e questa carne non sono solo luogo del dominio dell'uomo ma anche della sua espressione e del suo servizio, della relazione all'altro; fondamentalmente il luogo dell'incontro, dell'alleanza, dell'amore. L'ultima parola che la Pasqua ricorda agli uomini è che il senso della vita e della storia non è nell'io enfatizzato ma nell'incontro con l'altro. È in quella forma dell'incontro che nella maniera suprema ci è stato rivelato nella Croce e nella Pasqua di Cristo. È il dono di sé agli altri per amore.
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