| Sartre L'amore per l'individuo
fino all'ultima "rottura" | Vent'anni fa, il 15 Aprile del 1980, moriva a Parigi Jean Paul Sartre. Intorno alla sua figura si è fatto sempre un gran parlare, sia per la singolarità del personaggio sia per la forte schiera di nemici che l'intellettuale si è sempre attirato in vita e che anche da morto, lo colpisce, accusandolo indebitamente, in maniera spesso faziosa. Mi riferisco all'articolo apparso domenica scorsa sul "Giornale" in cui Marc Fumaroli, senza troppi complimenti ribadisce l'inutilità di commemorarlo e definisce Sartre "il bambino viziato dalla sinistra", un "mostro di vanità", un "despota di quartiere", esponente di una "politica sinistrese" che tutto si può permettere e che alla quale si perdona ciò che non si perdona alla destra. Pur riconoscendo in una certa misura i torti di una linea politica che Sartre ha appoggiato per un certo periodo della sua vita, credo sia eccessivo gettare sulla sua figura questo totale discredito, rinnegando la validità innovativa del suo pensiero sia sotto il profilo filosofico che letterario. Sartre ha costruito la sua filosofia attraverso una serie di "rotture": il primo Sartre, teorico dell'individualismo, che come Roquentin, (l'eroe della "Nausea") è un individuo che non ha niente a che spartire con la collettività, rifiuta i ruoli sociali ed elabora una morale dell'uomo solo; il secondo Sartre, l'intellettuale impegnato, che scopre, attraverso le stranezze della guerra, l'immagine della storia nella sua vita individuale e di riflesso l'importanza della fusione comunitaria, del gruppo, è felice di immolare la singolarità dell'individuo sull'altare della comunità; il terzo Sartre, infine, è quello che scopre il "giudaismo" e vede nel popolo ebraico un popolo errante, oppresso, spodestato, cosmopolita, che ha saputo sopravvivere alle terribili prove alle quali è stato sottoposto. L'espressione della solidarietà fu costante e mai smentita da Sartre fin dalla pubblicazione di "Riflessioni sulla questione ebraica", un testo importante per capire il suo pensiero e per afferrarne la grande audacia e la grande forza.
L'idea libertaria è stata sovrana nelle tappe della sua vita ed è proprio in nome di questa grande libertà che auspicava per l'uomo, che ha intrapreso con grande coraggio le sue lotte: dal sostegno al femminismo e all'aborto, alla difesa dei prigionieri politici, alla difesa dei paesi del Terzo Mondo; interviene all'Eliseo a favore dei rifugiati d'Indocina, vive la guerra d'Algeria come un dramma personale. Dal Maggio 1968 a causa dell'intervento sovietico a Praga e del movimento studentesco in Francia rifiuta il ruolo dell'intellettuale classico, appoggia gli studenti contro ogni forma di repressione allo scopo di difendere, costi quel che costi, i diritti dell'uomo (posizione questa che sarà poi all'origine della sua querelle con Camus),
Tutti i suoi scritti, filosofici e politici nascondono una buona prosa letteraria. Non va dimenticato che, malgrado l'azione politica che talvolta ha coperto il lavoro dello scrittore, Sartre ha condotto sempre l'esistenza di un grande lavoratore intellettuale dimostrando, prima del 1950, una bulimia inesorabile nella lettura di testi di vario genere, per poi passare successivamente alla lettura di libri di storia che erano utili al suoi scritti. Scrivere è stata la sua grande passione, ogni giorno vi dedicava sei ore, scrittura distensiva lasciata e ripresa secondo il proprio piacere quando si trattava di un'opera letteraria, scrittura urgente e frenetica quando era costretto a drogarsi per finire la "Critica della ragione dialettica". La stesura di un'opera poteva richiedere alcuni giorni ma anche dieci anni (come successe con "Chemins de la liberté") e più di venti ("L'idiot de la famille").
Bernard Henri Levy autore del libro "Le siècle de Sartre" descrive l'uomo Sartre, che come un gioco ad incastro è composto da varie parti che si integrano straordinariamente l'una con l'altra. Levy difende anche il libro diffamato di Sartre "Qùest ce que la littérature?". Un libro non politico ma contro la posterità ("La letteratura è come le banane, e si consuma subito, all'istante, e tanto peggio per coloro che si nutrono ancora dei miraggi di una ipotetica immortalità dei testi"), ma, soprattutto, prende le difese dell'ultimo Sartre, quello che ha scritto "Pouvoir et liberté" considerato anche dal suoi seguaci una parentesi non felice dovuta alla sua età.
Sartre è stato sempre ostile ai feudatari della cultura ed ha espresso sempre la sua approvazione per i "penseurs à explosion": attua l'ultima rottura. Così come Lacan aveva sciolto, nello stupore gemale, la sua scuola quindici anni dopo che Mao aveva sciolto il suo partito, Sartre fa lo stesso gesto. Il gesto di un uomo non più giovane che ha deciso di ricominciare daccapo, di ridiventare giovane nello spirito. "Pouvoir et liberté" è rimasto incompiuto, ed è forse l'ultimo atto di libertà che ha creduto di dovere a se stesso. La morte l'ha colpito a 75 anni mentre stava vivendo la sua nuova giovinezza. L'ultimo bacio è stato per Simone de Beauvoir, per lei sono state le ultime parole "je vous aime beaucoup, mon petit Castor". Come Deleuze, che non era certo favorevole a Sartre, l'ha definito, "il mio maestro" (in occasione dell'uscita del libro di Bernard Henri Lévy "Le jour ou Sartre a refusé le Nobel"), noi più che mai dobbiamo commemorarlo e ricordarlo se non altro anche solo per quel coraggio di accollarsi le responsabilità delle sue scelte anche nelle situazioni più difficili e per quell'idea di libertà che in tutta la sua vita ha sempre cercato di trasmettere. |