L'oro del Duemila? Non merci, ma ideeJeremy Rifkin descrive il futuro disegnato
dalla "new economy" La proprietà sarà sempre
meno importante Si venderanno tempo e servizi anziché
beni materiali |
| Erano sei anni che quell'idea gli ronzava per la testa: che il capitalismo di oggi non sia più uno scambio di beni materiali, ma
l'accesso a una rete di servizi. Che la proprietà lasci il passo all'affitto, al leasing, alla cessione temporanea dietro pagamento di una
tariffa o di un abbonamento. Che le imprese si spoglino di tutto ciò che non è essenziale, affidandolo all'esterno, secondo il verbo
dell'"outsourcing". Che si dematerializzino i prodotti stessi, diventando leggeri e dalla vita brevissima, tanto che non conviene più
comprarli. Che la nuova dimensione non sia più lo spazio, la geografia, ma il tempo o - che è lo stesso - il cyberspazio. E i
componenti del valore economico non siano più le cose ma le idee, le esperienze, da cedere "a tempo". Che, insomma, siamo
passati dal "capitalismo industriale" al "capitalismo culturale", che si nutre non solo di idee, ma di viaggi e turismo. "E in questo -
anticipa Jeremy Rifkin - l'Italia può ancora rappresentare un modello alternativo agli Stati Uniti".
Baffetti alla Clark Gable, elegante completo beige con pochette in tinta, in un'ora di intervista Rifkin difende tutti gli assunti de L'era
dell'accesso - La rivoluzione della new economy, il libro che esce oggi in Italia per la nuova collana di Mondadori "Frontiera". Negli
Stati Uniti è sugli scaffali da una settimana, e il Los Angeles Times ha già aperto un dibattito che finirà su Internet. Insegna alla
Wharton School of Finance, l'economista americano, e presiede la Foundation on economic Trends. Ha scritto altri due best sellers,
La fine del lavoro e Il secolo Biotech, rispettivamente con 15 e 17 edizioni straniere.
| Non è troppo "americana" la sua visione della realtà? |
"In che senso?"
| Prendiamo la casa in proprietà. Secondo lei è in rapido declino, come lo sono tutte le forme di possesso. |
"Negli Stati Uniti, le famiglie che vivono in affitto sono già un terzo del totale, ma il numero sta crescendo. L'affitto favorisce la
mobilità e dà meno grane. E grande successo stanno avendo i "Cid", comunità residenziali in condominio o a cooperativa indivisa, in
cui la proprietà è sottoposta a fortissime prescrizioni e limitazioni da parte delle immobiliari. Entro la fine di quest'anno 48 milioni di
americani vivranno così. In più, si diffonde a macchia d'olio la multiproprietà, che risponde a un concetto di vendita a tempo, e mi
risulta sia nata in Europa".
| Ma in Italia la proprietà della casa è un valore forte, radicato, che interessa l'80 per cento delle famiglie. Difficile che
svanisca. |
"Vi sono, certo, differenze culturali. Ma la direzione è quella che ho indicato. Nelle imprese, poi, il venir meno dell'importanza degli
immobili è innegabile. Non c'è più tanto bisogno di magazzini, con la produzione "just in time", su ordine del cliente. Né di
voluminosi contenitori cartacei: entro il 2005 il 50% dei dati saranno archiviati elettronicamente. Si lavorerà di più a casa o presso il
cliente. La rete impone che gli spazi privati facciano posto a quelli sociali: la Ibm ha già tagliato 1,4 miliardi di spese immobiliari.
L'impresa diventa virtuale, senza cespiti. Si prende tutto in leasing, e ci si affida ai fornitori: la Nike è solo un ufficio di progettazione.
Vedremo sempre più società come Nike e Benetton, che altre con grandi immobilizzi come General Motors e Fiat".
| Anche la proprietà dell'auto, verrà meno? |
"Certo. Il secondo bene rifugio dopo la casa, in America, è la macchina, che per i giovani è l'ingresso nel mondo della proprietà.
Bene: già adesso un terzo delle auto Usa sono in leasing. Fra 10 anni la Ford non ne venderà più una: potendo lo farebbe già
adesso. La Ford vuole vendere il tempo, non più il bene. I consumatori diventano clienti di un rapporto lungo. Avverrà lo stesso anche
in Italia. Tutto invecchia, col leasing è più facile accedere al nuovo".
| Non c'è una forma di proprietà destinata a resistere? |
"Sì, la proprietà intellettuale. Saranno sempre più fantasia, idee, concetti a essere venduti, mercificati, in questa era dell'accesso e
di Internet, delle reti e dei servizi, in cui lo spazio perde di importanza e l'indirizzo virtuale (quello della posta elettronica) soppianta
quello geografico. Bisognerà trovare nuovi modi per tutelare e remunerare la proprietà intellettuale".
| Ma c'è il Sud del mondo che vende ancora, e a basso costo, la fatica fisica. Nike non sarebbe quel colosso che è senza
i ragazzi indiani che le cuciono le scarpe. |
"Sì, è vero. Ciò che ho scritto vale solo per quel 20 per cento del mondo che è più evoluto. Ma c'è un 40 per cento che non ha luce
elettrica, un altro 60 che non ha mai fatto telefonate. Tra "connessi e non connessi" alla rete, vi sarà un baratro come mai, nella
storia dell'umanità".
"Le multinazionali dei media sono i colossi del nuovo capitalismo culturale. Sony, Disney, Viacom, Time-Warner, Seagram,
Microsoft, Bertelsmann, Polygram. Stanno impiegando la rivoluzione digitale nelle comunicazioni per connettere il mondo e per
spingere la sfera culturale nel dominio di quella economica. Negli Stati Uniti le risorse culturali, depauperate, sono in via di
estinzione. La speranza è nel modello italiano...".
| In che senso, professore? |
"Il vostro paese è riuscito fino ad oggi a mantenere un equilibrio tra cultura e commercio. Ha saputo imporre a livello mondiale la
moda, la cucina, il turismo, serbando però un buon rapporto tra il tempo e lo spazio. Ma temo che il modello americano vincerà,
mercificando tutto e privandovi di migliaia di anni di storia e di cultura".
| Un vantaggio della nuova "era dell'accesso"? |
"Sarà meno inquinante. La Carrier, colosso dei condizionatori d'aria, prima cercava di vendere gli impianti più grandi e dispendiosi.
Oggi fornisce semplicemente "cool services", e le interessano impianti efficienti che consumino poco. Così la Ppg, che prima
vendeva vernici alla Ford, ora ha in appalto le operazioni di verniciatura e ne controlla la tossicità".
"Non c'è più tempo per il sociale, tutto diventa tempo commerciale". |