RASSEGNA STAMPA

29 MARZO 2000
GIANCARLO GHIRRA
Bodei tra le pieghe del delirio
La filosofia moderna ha confinato tutto ciò che non era ritenuto razionale in una sfera quasi marginale. Le passioni, i sentimenti individuali, ma talvolta anche quelli collettivi delle ideologie politiche e persino il pensiero religioso sono stati abbandonati al loro destino. Non potendo applicare all'analisi degli affetti, delle fantasie, dei deliri le categorie e i modelli rigorosi delle scienze matematiche e fisiche, quella filosofia ha trascurato lo studio di aspetti decisivi dell'esistenza individuale e sociale. Ha di fatto abdicato al suo compito, lasciando al potere politico e religioso, alle tradizioni, all'abitudine, il compito di stabilirne le regole. E così un'area enorme dell'esperienza umana è stata consegnata in balia dell'irrazionale.
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Remo Bodei, filosofo nato a Cagliari sessanta anni fa, tenta di colmare questa lacuna in un libro in uscita in questi giorni per le edizioni Laterza (Le logiche del delirio, sottotitolo "Ragione, affetto, follia"), cimentandosi in un'opera di ricognizione di questi inesplorati terreni. Si pone un obiettivo ambizioso: riportare in terraferma - dichiara- chi "si era imbarcato nella nave dei folli". Si avventura oltre le colonne d'Ercole della filosofia, per cercare di capire se c'è una logica nel delirio. Dieci anni dopo la pubblicazione di uno dei suoi libri più noti, La Geometria delle passioni, Bodei affronta una nuova tappa del suo viaggio filosofico dentro le fantasie, le credenze, i deliri. Dopo aver analizzato agli albori degli Anni Novanta sentimenti quali amore, odio, rancore, invidia, lo studioso cagliaritano ha raccolto i suoi studi e le sue riflessioni più recenti in un libro presentato lo scorso anno in forma di lezione all'Università di Pavia. Docente di Storia della filosofia all'Università di Pisa ma anche impegnato negli Stati Uniti in corsi all'Università di New York e alla Ucla di Los Angeles, Bodei ha compiuto i suoi studi al liceo classico cagliaritano "Siotto" prima di approdare alla Normale di Pisa, dove si è laureato e dove ha poi insegnato dopo sei anni di studi nelle maggiori università tedesche, da Tubinga a Friburgo passando per Heidelberg. Oltre a importanti lavori su Hegel, ha pubblicato una decina di libri, e ora torna allo studio di quei fenomeni in cui la razionalità non sembra godere diritto di cittadinanza. Nel suo ultimo lavoro chiarisce già nelle prime righe dell'introduzione che il delirio trae il suo nome da una metafora contadina. De-lirare significa oltrepassare la lira, cioè la porzione di terreno compresa fra due solchi: significa insomma uscire dal seminato. "L'idea di uscire dal seminato ingloba le connotazione salienti della sterilità e dell'eccesso. Come Odisseo che si fingeva pazzo arando la sabbia- spiega - così il delirante si sforza inutilmente di mettere a coltura un suolo che non dà frutti, voltando le spalle ai fertili campi della ragione". Bodei, però, non si arrende all'idea di confinare il delirio nell'ambito dell'irrazionalità e del caos. Tenta perciò di trovarne la logica, anzi le logiche: il che - spiega - non significa evocare un paradosso barocco, bensì individuare le modalità specifiche, per quanto anomale, di articolare percezioni, immagini, pensieri, credenze, affetti, umori. Parlare di incompatibilità fra ragione e delirio ha senso soltanto dal punto di vista di una razionalità difensiva, autoreferenziale. Una ragione più umile ma non per questo meno rigorosa, è in grado di riconoscere i nuclei di verità, le tipicità e la frastagliata varietà dei deliri. Citando Eraclito, Bodei ricorda che i cani, non gli uomini, hanno l'abitudine di abbaiare a chiunque non conoscano. La questione centrale è individuare e descrivere le forme in cui il delirio si organizza. Il delirio costringe la ragione pigra e pavida a guardare nelle sue stesse pieghe, a riconoscersi non come un monolito, bensì come una famiglia di procedure che rinviano a un ceppo comune e che, per evolversi, deve accettare continue sfide. Bodei non pretende di dare sistematicità alla sua analisi, che pure approda a risultati soprendenti. "Mi basta- scrive nella conclusione- aver mostrato l'esistenza e il peculiare funzionamento delle logiche cognitivo affettive del delirio e di aver eventualmente indicato e aperto nuovi e percorribili sentieri di ricerca". Sta qui il nodo principale: il delirio si caratterizza proprio per la volontà di blindare un fragile mondo nuovo destinato a rimpiazzare quello reale, mentre chi si situa nell'ambito della razionalità ha imparato che l'ignoranza è più vasta del sapere, e che bisogna resistere alla tentazione di trovare più coerenza di quella che attualmente si è in grado di conseguire. C'è qualcosa di socratico nell'approccio di una ricerca nella quale va segnalato il carattere rigoroso e critico dell'atteggiamento verso Freude la sua psicanalisi. Bodei non si aggiunge al coro dei detrattori e delle prefiche oggi in auge né a quello dei dogmatici esegeti del padre della psicanalisi. Per lui la psicoanalisi ha un ruolo importante. Non è morta. É però destinata a invecchiare e isterilirsi se ignora l'evoluzione del pensiero psichiatrico del Novecento, che in ogni caso l'ha ridimensionata. Invecchia se è vista come un'officina di riparazioni dell'anima a buon mercato. Freud è un classico, non si deve né buttarlo a mare come una zavorra da buttare né prenderlo come il Vangelo, anche perché quest'ultimo atteggiamento ha fatto perdere solidità al pensiero psicoanalitico, non sempre capace di adattarsi alle nuove paure, ai conflitti della contemporaneità, diversi da quelli d'inizio secolo. Se una volta il nemico principale era l'isteria, oggi dilaga la depressione. Nel tentativo di affrontare le varie dottrine psichiatriche cercando di innestare il loro pensiero sul ramo della filosofia, Remo Bodei rifiuta la logica di chi tratta Freud come un pensatore da buttare alle ortiche: tendenza diffusa, talvolta anche in maniera sgradevole se si pensa che negli Usa c'è addirittura chi ha visto il padre della psicanalisi addirittura come un complice dei pedofili perché avrebbe considerato le aggressioni sessuali ai bambini semplici fantasie. Senza la psicoanalisi, noi non saremmo gli stessi e, dal punto di vista della cultura, l'intero Novecento sarebbe inimmaginabile. Anche perché la psicoanalisi ha avuto il merito di sconvolgerci, in senso letterale, di farci saltare tutti i parametri che avevamo, di costringerci a guardarci dentro. Ha mostrato come la crescita di ciascuno passi attraverso il conflitto. Né un uomo né una civiltà si sviluppano senza ostacoli da superare. Il loro terreno è la lotta, non solo quella reale, constatabile dall'esterno, ma anche il furibondo scontro interiore di pulsioni, fantasie, ricordi, affetti, che condiziona tutte le forme di esistenza umana, riuscite o mancate. Al di qua dei conflitti sociali e di classe, Sigmund Freud ha scoperto un altro focolaio di conflittualità: la casa, con il suo impasto di gerarchie e di affetti, di violenza e di protezione, di sessualità e competizione, di passioni e di interessi, di matrimonio e di patrimonio.
Le fasi della vita
Nelle Logiche del delirio, Bodei riprende Freud proprio a proposito del tema della discontinuità della nostra vita psichica, per sottolineare l'importanza della trascrizione del tempo, l'esigenza di ridonare senso alle fasi trascorse della vita per non rischiare appunto di cadere nel delirio. Il passato, insomma, va messo al suo posto, nella sua giusta collocazione. É passato, non deve sporgere sul futuro. Quando il passato sta incollato al presente, quando il passato non passa, può tornare ogni qualvolta un trauma lo rimetta in gioco. Il passato va metabolizzato e trasformato in un presente che è in grado di considerarlo trascorso. Qui sta probabilmente una delle possibilità di superare il delirio: in un passato che viene staccato dal presente, che non preme più sull'individuo nel duplice senso che non gli fa pressione e non gli sta più a cuore. Solo in questo caso non si è schiacciati dai ricordi e dall'assenza di futuro, da un mondo che si tinge del colore nero della perdita delle possibilità. Il passato, perché passi, va dunque sempre elaborato, mai rimosso. Non lo si può nascondere, non ci si può nascondere. Con il passato bisogna farci i conti, affrontando il dolore, che serve a crescere. Come dicevano i greci, i dolori sono insegnamenti. Alla base del delirio c'è anche questo tentativo, questo sì folle eppure così diffuso nel nostro tempo, di sfuggire al dolore, di risolvere i conflitti che lacerano ogni uomo ricorrendo a una sorta di anestesia della coscienza. E invece con il passato cimentarsi, senza paura delle lacerazioni che fare i conti con se stessi comporta.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo