Le religioni della fine| L'eutanasia secondo cattolici, valdesi, ebrei, islamici e buddisti |
| Già all'inizio del Novecento, Max Weber sosteneva che nella società moderna il mondo dei valori corrispondeva a un regno politeista. Tale predizione è confermata oggi dall'articolazione delle posizioni morali in materia di bioetica e particolarmente quando si tratti di decisioni mediche di fine vita. In questo ambito, inoltre, le contrapposizioni assumono forme più dialogiche e meno apodittiche che in altri settori come la fecondazione assistita o le biotecnologie. Come dimostrato da una vasta letteratura scientifica, gli orientamenti etici o confessionali degli individui influenzano sensibilmente le "richieste" rivolte alla classe medica nelle fasi finali dell'esistenza, come anche l'attitudine dei medici stessi a soddisfarle o rifiutarle.
Da un punto di vista laico-liberale i valori di riferimento sono quelli dell'autonomia e dell'autodeterminazione delle singole persone che, in assenza di danni certi a terzi, sarebbero autorizzate a gestire i modi e i tempi del morire in piena libertà. E' interessante notare come ad analoghe conclusioni è possibile giungere pur assumendo un quadro valoriale di tipo cristiano ortodosso. E' il caso dì uno dei maggiori bioeticisti contemporanei, Tristram Engelhardt, secondo il quale "il divieto di suicidio, di suicidio assistito e di eutanasia non è altro che un tabù, un complesso di proibizioni radicate in considerazioni etiche ereditate dal passato ma che non ci appaiono più degne di essere prese sul serio". La sola guida generale ai nostri comportamenti sarebbe quella che "deriva dal consenso delle persone coinvolte".
Anche il documento del Sinodo Valdese (1998) ammette la domanda di suicidio assistito secondo il principio che la sua accoglienza "può essere assunta da un accompagnamento pastorale che tiene aperta la dimensione di conflittualità che tale decisione implica". Per i valdesi, in una situazione di malattia inguaribile "per quanto paradossale possa essere, accogliere la domanda di morte significa accogliere la domanda della vita" e "il medico che si rende disponibile al suicidio assistito o all'eutanasia non commette un crimine, non viola alcuna legge divina, ma compie un gesto umano, di profondo rispetto, a difesa di quella vita che ha un nome e una storia di relazioni".
Riguardo a entrambi i casi ricordati, si tratta evidentemente di posizioni minoritarie all'interno delle grandi religioni monoteiste. L'Evangelium Vitae, riferimento dottrinale del Cattolicesimo per queste tematiche, ricomprende l'eutanasia nelle "attuali minacce alla vita umana" e sottolinea come nel nostro contesto sociale e culturale "acuisce la tentazione di risolvere il problema del soffrire eliminandolo alla radice con l'anticipare la morte al momento ritenuto più opportuno". Viceversa, "anche nel momento della malattia, l'uomo è chiamato a vivere lo stesso affidamento al Signore e a rinnovare la sua fondamentale fiducia in lui che "guarisce tutte le malattie"". Il suicidio, del resto, "costituisce un rifiuto della sovranità assoluta di Dio sulla vita e sulla morte".
La Chiesa cattolica mostra grande sensibilità relativamente alla questione del dolore: "Se può essere considerato degno di lode chi accetta volontariamente di soffrire rinunciando a interventi antidolorifici" tale comportamento eroico non può essere ritenuto doveroso per tutti".
L'indisponibilità per l'uomo della propria esistenza è concetto fondante anche nella visione ebraica. Come ricorda il rabbino Riccardo Di Segni "la vita non ci appartiene ed è nostro dovere tutelarla. Abbiamo un diritto-dovere di sottoporci alle cure con lo scopo di alleviare la sofferenza ma non dì estendere innaturalmente la vita". Nel diritto ebraico, il suicidio assistito è chiaramente proibito tuttavia "in casi particolari è consentito rimuovere ciò che prolunga artificialmente l'agonia".
Quanto ai casi di incoscienza del paziente, secondo l'ebraismo non sono ammessi testamenti biologici ma gli individui "delegheranno all'autorità rabbinica le scelte da compiersi".
La bioetica islamica si basa strettamente sui princìpi coranici e il primo e fondamentale dovere dell'uomo è conservare e rispettare la vita che gli è stata donata. Il Corano (4, 33) infatti comanda "non distruggete le vostre persone" e la Sharia afferma "il vostro corpo ha dei diritti sopra di voi".Considerando la preziosità della vita è inoltre ritenuto peccato rifiutare le medicine necessarie alla salute e pur essendo un dovere conservare e rispettare la vita che gli è stata donata. Il Corano (4, 33) infatti comanda "non distruggete le vostre persone" e la Sharia afferma "il vostro corpo ha dei diritti sopra di voi".Considerando la preziosità della vita è inoltre ritenuto peccato rifiutare le medicine necessarie alla salute e, pur essendo un dovere astenersi dall'assumere sostanze che possano compromettere la padronanza di se stessi, è lecito l'uso degli antidolorifici ma solo in ambito medico.
La questione del dolore è centrale per il Buddismo. Il Dalai Lama si è detto favorevole al suicidio assistito a condizione di ragionare caso per caso: "Se un individuo vuole morire, non si configura la possibilità di prolungare la vita suo malgrado. Prima che si provi tropo dolore o che la malattia sia troppo grave, vi è la libertà di nutrire se stessi con la meditazione. Ma un dolore che sia divenuto insopportabile provoca sentimenti di profonda rabbia e frustrazione. Dal nostro punto di vista avere, una mente pacifica al momento della morte è essenziale e quindi, prima che il dolore divenga intollerabile, l'eutanasia è giustificabile".
Le diversi posizioni etiche e religiose di fronte alla fine della vita sembrano tutte comunque accomunate da un medesimo senso di rispetto e inquietudine che è stato assai ben descritto da Emily Dickinson: "Il cuore chiede piacere - prima / poi - assenza di dolore / poi - quei piccoli calmanti / che ottundono la sofferenza / E poi - addormentarsi / e poi - se è volontà del suo inquisitore - / il privilegio di morire". |