La volontà di non volere| Strategie razionali indirette per uscire da vari
tipi di assuefazione |
|
| Jon Elster and Ole-Jørgen Skog (a cura di), "Getting Hooked: Rationality
and Addiction", Cambridge University Press, Cambridge-New
York-Melbourne 1999, pagg. 286, £ 36,95 | "Ero io che volevo, io che non volevo: ero proprio io che né volevo
pienamente, né rifiutavo pienamente. Perciò lottavo con me stesso e mi
straziavo da me stesso", scrive S. Agostino nelle sue Confessioni
(397-398). Analogamente, in Nuts and Bolts for the Social Sciences,
così Jon Elster esemplifica il conflitto fra gli interessi a lungo termine di
un individuo e i suoi impulsi verso una soddisfazione immediata: "Vorrei
non volere mangiare la torta alla crema. Vorrei mangiare la
torta alla crema perché mi piace. Vorrei che non mi piacesse perché,
quale persona moderatamente vanitosa, penso sia più importante non
ingrassare. Ma vorrei essere meno vanitoso". A sua volta Thomas De
Quincey, nelle autobiografiche Confessioni di un mangiatore d'oppio
Inglese (1821), descrive, con grande ironia, come fosse solito ingaggiare
chi potesse impedirgli fisicamente di entrare in una farmacia per
comprare la droga. Puntualmente, l'indomani, "il filosofo trascendentale"
minacciava di denunciare per "aggressione e percosse" colui che,
appellandosi alla sua ragionevolezza e supplicandolo, tentava di
sbarrargli il passo.
È interessante notare come il termine inglese addiction (dipendenza)
derivi dalla parola latina addictio, che nel lessico giuridico romano indica
la sentenza con cui una persona viene condannata a divenire schiava di
un'altra; metafora di una servitù causata dal desiderio piuttosto che dal
bisogno, dove l'attrazione verso una sostanza o un comportamento è
accompagnata da conflitto interno e ambivalenza.
All'esame della logica sottostante le azioni generate da varie forme di
compulsione e dipendenza - dall'alcolismo al gioco d'azzardo - è
dedicata un'opera a cura di J. Elster e O. Skog (l'unica sull'argomento
sinora edita in forma di volume) che include contributi di filosofi,
psichiatri, neurobiologi, sociologi ed economisti. Gli interventi, pur con
diversi esiti legati anche alle molteplici prospettive disciplinari, hanno in
comune il rifiuto della convinzione diffusa, tanto presso l'opinione
pubblica che nella comunità scientifica, secondo cui la dipendenza
impedisce a chi ne è affetto di scegliere e di rispondere a incentivi. Nei
saggi ricorre l'analisi critica delle due principali tesi avanzate per
spiegare il "paradosso" di un agire volontario dagli esiti autodistruttivi
sulla base della teoria delle decisioni, dove (nella versione standard) i
desideri - a differenza di azioni, credenze, modalità con cui si
raccolgono informazioni - non possono essere definiti come razionali o
irrazionali: essi costituiscono "postulati motivazionali" o "fatti bruti".
La prima ipotesi, formulata da Gary Becker, interpreta il comportamento
del tossicomane come tentativo di automedicazione, risultato di una
scelta in favore dell'opzione migliore fra quelle disponibili al soggetto.
Diversamente dalla fruizione di altri beni, il precedente consumo relativo
a stupefacenti da un lato influenzerebbe l'utilità di quello presente
(tolleranza) secondo un discounting esponenziale, dall'altro l'utilità
marginale del consumo immediato è alta, poiché determina la
scomparsa dei sintomi disforici prodotti dall'astinenza.
La seconda ipotesi esplicativa è proposta da George Aisle, di cui
compare un saggio in questo volume. Egli ritiene che dipendenza e
dissociazione creino problemi irresolubili in base agli assunti del senso
comune e del paradigma utilitarista classico circa l'homo oeconomicus.
Esse, tuttavia, risulterebbero senz'altro compatibili con la
massimizzazione dell'utilità attesa da un individuo portatore di scelte
riguardo a una gerarchia di valori, per quanto tale stima sia
complessivamente inattendibile, poiché determinata da un meccanismo
d'"inversione di preferenza". A parere di Aisle, queste oscillazioni nella
valutazione delle prospettive future - generalmente considerate
"irrazionali" e attribuite a una "debolezza del volere" - non
risulterebbero traducibili, come sostengono molti utilitaristi, nelle curve
esponenziali in grado di rendere conto di numerosi aspetti dell'agire
economico umano. Il discounting sarebbe invece di tipo iperbolico: "Le
curve iperboliche predicono che la gente esprimerà regolarmente
preferenze in favore della più piccola ma anche più vicina tra molte
possibili coppie di ricompense alternative".
Come osserva nel suo intervento Ole-Jørgen Skog, il modello
"esponenziale" di Becker di per sé comporterebbe che l'agente
razionale trovi un punto di equilibrio, assestandosi su un consumo basso
e regolare che non genera dipendenza: quest'ultima può essere solo
causata da una crisi personale o dall'assunzione miope di un rischio.
Sulla base di questa teoria, è in particolare difficile spiegare le ricadute
in termini di parametri relativi alla massimizzazione del proprio
benessere. A sua volta Olav Gjelsvick, confrontando l'ipotesi del filosofo
Donald Davidson con quella di Aisle riguardo alla "debolezza del volere",
rileva che la prima - a differenza della seconda - può colmare lo iato
fra l'adozione di una regola e le preferenze effettive del soggetto, ma
essa richiede l'introduzione di fattori aggiuntivi per intendere fenomeni
come l'incapacità di smettere e la ricaduta, in grado di venire chiariti
dall'altro modello.
In linea di massima, gli autori sembrano giudicare i vari generi di
compulsione quali difficilmente riconducibili a un unico schema
interpretativo. Nell'Introduzione, i due curatori affermano che una
definizione della "dipendenza" è inseparabile dalla sua spiegazione
causale. Il ricorso ad approcci metodologici tanto diversi, nell'affrontare
problemi come, per esempio, quelli legati all'alcolismo e alla
cleptomania, potrebbe dunque far pensare che includere tutte le azioni
compulsive sotto un medesimo concetto sia paragonabile al tentativo di
formulare una sola categoria tassonomica, di significato analogico,
comprendente "la balena e lo squalo". Anche nel solo ambito del gioco
d'azzardo, cui è dedicato lo studio di Jon Elster, la varietà delle regole e
delle strategie comportamentali porterebbe a concludere che "da una
parte, differenti spiegazioni possono applicarsi a differenti stadi della
carriera del giocatore; dall'altra, differenti spiegazioni possono applicarsi
a differenti tipi di gioco".
Un rilevante apporto conoscitivo proviene dalla ricerca in campo
neurobiologico. Nel loro saggio, Eliot L. Gardner e James David
mostrano come cavie di laboratorio assumano sistematicamente - in
base a un medesimo caratteristico pattern - le stesse "droghe" (con
l'eccezione degli allucinogeni) che gli uomini usano a scopo "ricreativo".
Stimolanti e sedativi operano, con processi chimici affini, sui circuiti del
piacere presenti nel cervello di ogni individuo appartenente alla classe
dei mammiferi. Ciò che ci distingue dagli altri animali non è dunque
l'assuefazione o la compulsione, ma piuttosto la capacità di anticiparne
le conseguenze (prima); ed eventualmente (dopo) di smettere. Sotto
questo rispetto, una teoria circa i rapporti fra razionalità e dipendenza
dovrebbe innanzitutto chiarire come l'uomo, per suo privilegio e magari
disgrazia, possa fare in modo di "voler non volere". |