RASSEGNA STAMPA

12 MARZO 2000
LUCA ZUCCHI
La volontà di non volere
Strategie razionali indirette per uscire da vari tipi di assuefazione
Jon Elster and Ole-Jørgen Skog (a cura di), "Getting Hooked: Rationality and Addiction", Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1999, pagg. 286, £ 36,95
"Ero io che volevo, io che non volevo: ero proprio io che né volevo pienamente, né rifiutavo pienamente. Perciò lottavo con me stesso e mi straziavo da me stesso", scrive S. Agostino nelle sue Confessioni (397-398). Analogamente, in Nuts and Bolts for the Social Sciences, così Jon Elster esemplifica il conflitto fra gli interessi a lungo termine di un individuo e i suoi impulsi verso una soddisfazione immediata: "Vorrei non volere mangiare la torta alla crema. Vorrei mangiare la torta alla crema perché mi piace. Vorrei che non mi piacesse perché, quale persona moderatamente vanitosa, penso sia più importante non ingrassare. Ma vorrei essere meno vanitoso". A sua volta Thomas De Quincey, nelle autobiografiche Confessioni di un mangiatore d'oppio Inglese (1821), descrive, con grande ironia, come fosse solito ingaggiare chi potesse impedirgli fisicamente di entrare in una farmacia per comprare la droga. Puntualmente, l'indomani, "il filosofo trascendentale" minacciava di denunciare per "aggressione e percosse" colui che, appellandosi alla sua ragionevolezza e supplicandolo, tentava di sbarrargli il passo.
È interessante notare come il termine inglese addiction (dipendenza) derivi dalla parola latina addictio, che nel lessico giuridico romano indica la sentenza con cui una persona viene condannata a divenire schiava di un'altra; metafora di una servitù causata dal desiderio piuttosto che dal bisogno, dove l'attrazione verso una sostanza o un comportamento è accompagnata da conflitto interno e ambivalenza.
All'esame della logica sottostante le azioni generate da varie forme di compulsione e dipendenza - dall'alcolismo al gioco d'azzardo - è dedicata un'opera a cura di J. Elster e O. Skog (l'unica sull'argomento sinora edita in forma di volume) che include contributi di filosofi, psichiatri, neurobiologi, sociologi ed economisti. Gli interventi, pur con diversi esiti legati anche alle molteplici prospettive disciplinari, hanno in comune il rifiuto della convinzione diffusa, tanto presso l'opinione pubblica che nella comunità scientifica, secondo cui la dipendenza impedisce a chi ne è affetto di scegliere e di rispondere a incentivi. Nei saggi ricorre l'analisi critica delle due principali tesi avanzate per spiegare il "paradosso" di un agire volontario dagli esiti autodistruttivi sulla base della teoria delle decisioni, dove (nella versione standard) i desideri - a differenza di azioni, credenze, modalità con cui si raccolgono informazioni - non possono essere definiti come razionali o irrazionali: essi costituiscono "postulati motivazionali" o "fatti bruti".
La prima ipotesi, formulata da Gary Becker, interpreta il comportamento del tossicomane come tentativo di automedicazione, risultato di una scelta in favore dell'opzione migliore fra quelle disponibili al soggetto.
Diversamente dalla fruizione di altri beni, il precedente consumo relativo a stupefacenti da un lato influenzerebbe l'utilità di quello presente (tolleranza) secondo un discounting esponenziale, dall'altro l'utilità marginale del consumo immediato è alta, poiché determina la scomparsa dei sintomi disforici prodotti dall'astinenza.
La seconda ipotesi esplicativa è proposta da George Aisle, di cui compare un saggio in questo volume. Egli ritiene che dipendenza e dissociazione creino problemi irresolubili in base agli assunti del senso comune e del paradigma utilitarista classico circa l'homo oeconomicus.
Esse, tuttavia, risulterebbero senz'altro compatibili con la massimizzazione dell'utilità attesa da un individuo portatore di scelte riguardo a una gerarchia di valori, per quanto tale stima sia complessivamente inattendibile, poiché determinata da un meccanismo d'"inversione di preferenza". A parere di Aisle, queste oscillazioni nella valutazione delle prospettive future - generalmente considerate "irrazionali" e attribuite a una "debolezza del volere" - non risulterebbero traducibili, come sostengono molti utilitaristi, nelle curve esponenziali in grado di rendere conto di numerosi aspetti dell'agire economico umano. Il discounting sarebbe invece di tipo iperbolico: "Le curve iperboliche predicono che la gente esprimerà regolarmente preferenze in favore della più piccola ma anche più vicina tra molte possibili coppie di ricompense alternative".
Come osserva nel suo intervento Ole-Jørgen Skog, il modello "esponenziale" di Becker di per sé comporterebbe che l'agente razionale trovi un punto di equilibrio, assestandosi su un consumo basso e regolare che non genera dipendenza: quest'ultima può essere solo causata da una crisi personale o dall'assunzione miope di un rischio.
Sulla base di questa teoria, è in particolare difficile spiegare le ricadute in termini di parametri relativi alla massimizzazione del proprio benessere. A sua volta Olav Gjelsvick, confrontando l'ipotesi del filosofo Donald Davidson con quella di Aisle riguardo alla "debolezza del volere", rileva che la prima - a differenza della seconda - può colmare lo iato fra l'adozione di una regola e le preferenze effettive del soggetto, ma essa richiede l'introduzione di fattori aggiuntivi per intendere fenomeni come l'incapacità di smettere e la ricaduta, in grado di venire chiariti dall'altro modello.
In linea di massima, gli autori sembrano giudicare i vari generi di compulsione quali difficilmente riconducibili a un unico schema interpretativo. Nell'Introduzione, i due curatori affermano che una definizione della "dipendenza" è inseparabile dalla sua spiegazione causale. Il ricorso ad approcci metodologici tanto diversi, nell'affrontare problemi come, per esempio, quelli legati all'alcolismo e alla cleptomania, potrebbe dunque far pensare che includere tutte le azioni compulsive sotto un medesimo concetto sia paragonabile al tentativo di formulare una sola categoria tassonomica, di significato analogico, comprendente "la balena e lo squalo". Anche nel solo ambito del gioco d'azzardo, cui è dedicato lo studio di Jon Elster, la varietà delle regole e delle strategie comportamentali porterebbe a concludere che "da una parte, differenti spiegazioni possono applicarsi a differenti stadi della carriera del giocatore; dall'altra, differenti spiegazioni possono applicarsi a differenti tipi di gioco".
Un rilevante apporto conoscitivo proviene dalla ricerca in campo neurobiologico. Nel loro saggio, Eliot L. Gardner e James David mostrano come cavie di laboratorio assumano sistematicamente - in base a un medesimo caratteristico pattern - le stesse "droghe" (con l'eccezione degli allucinogeni) che gli uomini usano a scopo "ricreativo".
Stimolanti e sedativi operano, con processi chimici affini, sui circuiti del piacere presenti nel cervello di ogni individuo appartenente alla classe dei mammiferi. Ciò che ci distingue dagli altri animali non è dunque l'assuefazione o la compulsione, ma piuttosto la capacità di anticiparne le conseguenze (prima); ed eventualmente (dopo) di smettere. Sotto questo rispetto, una teoria circa i rapporti fra razionalità e dipendenza dovrebbe innanzitutto chiarire come l'uomo, per suo privilegio e magari disgrazia, possa fare in modo di "voler non volere".
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vedi anche
Sociologia