SE Bill Hamilton fosse stato un soldato, si direbbe che è caduto sul campo
dell'onore. Biologo evoluzionista - "Darwin del XX secolo" era chiamato nel mondo scientifico
anglosassone - è stato ucciso a 63 anni non da una pallottola ma dalla malaria. Forse. O forse
da uno dei parassiti cui è stato esposto per anni nei suoi viaggi dall'Africa all'America Latina e
che non si curava di combattere, per non sprecare quell'occasione di studio: i parassiti, aveva
capito assai presto, sono il motore dell'evoluzione.
Hamilton, che aveva passato gli ultimi 15 anni a Oxford, professore della Royal Society, entrò
nella storia della scienza a 27 anni, con un articolo fondamentale sull'altruismo. Era la risposta a
una delle sue tipiche domande, facili da porre ma difficili da spiegare: perché le api operaie si
annullano nella cura dell'ape regina? Hamilton spiegò che gli insetti sociali hanno molti più geni in
comune con le sorelle che non con le figlie. Dunque, se il successo di una vita si misura nella
quantità di geni trasmessi, è meglio collaborare alla prolificità della madre che non riprodursi in
proprio. Il lavoro fu la base per la teoria della selezione parentale, nota come "legge di
Hamilton", in tutti i viventi, uomo compreso. Le sue idee sono alla base della sociobiologia
(tentativo assai discusso di ridurre le scienze sociali a branca della biologia) anche se lui è
sempre rimasto radicato nella storia naturale. Non si immaginava vecchio, né lo desiderava.
Perché non avrebbe più potuto vivere con lo spirito avventuroso, l'energia fisica e intellettuale
che l'avevano sorretto nell'esplorazione della natura. |