Mirko Grmek ha scelto la morte ma non per paura del doloreLa decisione di "staccare la spina" fa discutere intellettuali e
filosofi. Che non si sentono di definirla "eutanasia" né di esprimere giudizi
religiosi del dolore "Coraggio, certo però un atto che suscita anche orrore" |
| Una morte come quella di Mirko Grmek è destinata a suscitare le emozioni più difformi:
dall'ammirazione per la lucidità e il coraggio del grande storico della medicina che - inchiodato a
un respiratore dalla sclerosi multipla - decide di staccare la spina, all'orrore che l'atto di por fine
alla propria esistenza suscita in chiunque lo percepisca come un gesto contro natura.
In realtà, di fronte all'evento vita-morte le "posizione teoriche, anche più sofisticate, sono parziali
e semplificatorie"; per questo, forte della sua esperienza ai dibattiti del Comitato nazionale per la
bioetica, l'epistemologo Mauro Ceruti (già collega di Grmek a Ginevra) diffida dei preconcetti
ideologici e sente il bisogno di "fare tanti passi indietro nel silenzio" della sua coscienza per
capire "quanto accaduto nella coscienza dell'altro".
Nel caso di Grmek, continua Ceruti, "si può parlare tanto di eutanasia quanto di suicidio. E io
sento dialogare in me stesso una prospettiva razionale, da epistemologo laico, che mi
consentirebbe di esprimere giudizi; e una prospettiva spirituale, di fede, che non mi consente di
farlo".
Per il filosofo, insomma, una posizione religiosa non dovrebbe indurre a giudizi di fronte al
mistero di una morte, anche se spesso avviene il contrario. Ma anche un intellettuale cattolico
come Carlo Bo si accosta in punta di piedi alla fine di Grmek: "Anche se il suo atto non
corrisponde a un'etica cristiana - dice - perché la morte come la nascita dipendono da Dio,
questo è un caso speciale che somiglia sì e no all'eutanasia. Si tratta di uno scienziato che ha
fatto un calcolo preciso dopo avere resistito fino all'ultimo. Non lo ha fatto per sottrarsi al dolore.
E in quanto all'accanimento terapeutico, lo stesso Pio XII giudicava inutile insistere nelle cure
quando non sia il paziente a volerlo".
Le parole di un altro filosofo, Sergio Givone, confermano quanto sia difficile semplificare.
Premesso che il gesto di Grmek "ha più a che fare con il suicidio stoico che con l'eutanasia",
Givone distigue tre situazioni: l'accanimento terapeutico che "bisogna far di tutto per evitare"; la
tradizione nobile di prendere congedo dalla vita in modo libero e responsabile, alla quale "non si
può dire di no"; infine, l'eutanasia vera e propria, quando cioè il paziente non può più decidere e
altri debbono farlo per lui". È quest'ultima la situazione più ambigua: "Per un laico come per un
religioso, è arduo stabilire dove passi il confine fra accanimento ed eutanasia: confine che non
deve allargarsi aprendo le porte a pratiche equivoche o a forme di violenza attuate nell'interesse
di chi resta. Certe operazioni da "Dottor Morte" sono pura manipolazione dei confini
dell'esistenza e denotano soltanto l'incapacità di pensare la malattia e il dolore; che vanno
elaborati e non eliminati barbaramente. L'assioma "dove c'è dolore tanto vale morire" nasconde
solo crudeltà". |