Partita a scacchi sulla verità | Dalla metafisica al nichilismo: un dialogo fra il teologo Coda e il filosofo Severino |
| E' forse lo specifico del pensiero italiano dell'ultimo decennio quello di aver sviluppato un
fecondo dibattito fra filosofi e teologi, mischiando e purificando le acque, non sempre
limpide ultimamente, della ricerca filosofica di origine greca, con quelle, troppo spesso
imbevibili, della riflessione teologica sulla rivelazione della fede cristiana. Filosofi come
Massimo Cacciari, Giovanni Ferretti, Salvatore Natoli, Vincenzo Vitiello, teologi come
Gianni Baget Bozzo, Piero Coda, Bruno Forte, Pierangelo Sequeri, hanno concentrato i
loro sforzi nell'approfondire un dialogo dalle origini lontane e dal futuro incerto, quello fra
filosofia e teologia o addirittura fra fede cattolica e ragione greca. L'incontro fra il maggior
filosofo italiano vivente, Emanuele Severino, e il più noto e profondo dei giovani teologi
italiani, Piero Coda, in un dibattito di cui le Edizioni San Paolo propongono a cura di
Piergiuseppe Bernardi la versione integrale, costituisce quindi l'occasione migliore per
approfondirne la portata.
Il tema del confronto è quello della verità. Consunto vestito smesso dalla cultura nichilistica
contemporanea? Ideale sempre disatteso di ogni possibile ricerca umana? Secondo
Severino, riguardo alla verità, la prima cosa da comprendere è come essa non sia oggetto
del nostro anelito, quale che sia il metodo per perseguirla, ma sia piuttosto all'origine della
nostra vita e della nostra cultura, del nostro fare e del nostro pensare. Precisamente, la
verità in cui viviamo è quella costituita dal pensiero greco, che intende la verità come la
stabilità e innegabilità di ciò che è manifesto, non-nascosto, evidente. Il pensiero greco delle
origini è l'ambito di verità che costituisce propriamente la scacchiera - secondo un'efficace
immagine esemplificativa di Severino - su cui ogni concezione successiva di essa, comprese
quelle più imprevedibili per la grecità stessa quali la fede cristiana o la tecnica
contemporanea, non farà che svolgere il proprio gioco, più o meno consapevole delle
regole veritative, degli spazi di azione, dell'ambito di pensiero in cui è destinata stabilmente a
"muoversi".
Ferma restando la scacchiera greca della verità, il senso veritativo della fede cristiana è
secondo Severino contraddittorio. Quando infatti San Paolo dichiara la fede come
"dimostrazione di ciò che non appare", intende la fede come la certezza veritativa greca,
tuttavia applicandola all'ambito dell'invisibile, che propriamente evidente e stabile non è
ritenuto. Così tutto il pensiero occidentale cerca di giocare sulla scacchiera greca della
verità le proprie argomentazioni, per fissare al propria personale fede nel divenire,
nell'oscillare fra l'essere e il non-essere di tutte le cose, senza poter mai esser convincente.
La follia estrema compiuta dall'Occidente è stata quella di ribaltare la convinzione
parmenidea dell'inesistenza del divenire rispetto all'eternità dell'essere, in quella della fede in
un nichilistico divenire privo di qualsiasi traccia di eternità.
La mossa portata incisivamente nei suoi interventi da Coda consiste nel mostrare come la
fede nata con la rivelazione cristiana metta in crisi la scacchiera greca di pensiero, anzi ne
prospetti una differente, seppur non sempre chiaramente delineata nel corso della storia
della teologia e spesso contraffatta a immagine della greca. La verità cristiana è infatti
innanzitutto frutto di esperienza religiosa, cioè dell'esperienza di un abitare la verità, di un
collocarsi nel suo mistero sempre ancora da indagare, nell'esercizio di libertà che la verità
stessa sollecita nell'uomo, il quale la può abitare nell'accoglimento o nel rifiuto, nel
riconoscimento o nel sottrarsi a tale libera relazione. Coda parla di una ontologia della
"figlità" o della "dedizione", propria alla concezione trinitaria cristiana dell'essere come
libertà e della verità come relazione dell'amore. È una teologia che giunge a prospettare il
divenire di Dio e la sua kénosis, il suo svuotarsi per far spazio amorevolmente alla libertà
dell'uomo e alla salvezza eterna per ogni singola cosa o creatura. |