RASSEGNA STAMPA

5 MARZO 2000
MIRKO DRAZEN GRMEK
La terza rivoluzione biomedeica
Il grande storico si sbilancia e tratteggia un quadro della situazione contrmporanea degli scenari futuri e dei problemi etici che ci aspettano
Nel volume in cui ricostruisce le linee della sua ricerca storiografica e filosofica sull'evoluzione del pensiero biologico e medico (La vita, le malattie e la storia, Di Renzo, Roma 1998), Mirko Grmek ricorda di aver optato negli anni Cinquanta per la storia della medicina, abbandonando la ricerca scientifica nel campo dell'endocrinologia, in quanto era quello un modo di reagire alla parcellizzazione specialistica. E la concezione della storia della medicina come impresa scientifica e culturale dotata di una sua autonomia disciplinare e di una fondamentale valenza pedagogica, sia come antidoto contro l'isterilimento creativo spesso prodotto dalla specializzazione, sia come strumento per trasmettere il senso concreto della razionalità scientifica, è indubbiamente uno dei tratti peculiari del suo approccio storiografico.
Nell'introduzione al primo volume della Storia del pensiero medico occidentale (Laterza, Roma 1993), Grmek scrive che la storia della medicina è una disciplina militante che serve a una migliore conoscenza delle idee scientifiche, al loro avanzamento, all'arricchimento della riflessione filosofica, all'allargamento della sociologia e della storia generale dell'umanità, alla migliore padronanza dei metodi di indagine e valutazione critica dei problemi medici . Croato di origini ma culturalmente cosmopolita, medico jugoslavo ma laureato anche in lettere a Parigi, Grmek ha lavorato a Zagabria fino agli inizi degli anni Sessanta e si è quindi trasferito a Parigi, dove ha tenuto la cattedra di storia delle scienze biologiche e mediche dell'Ecole Pratique des Hautes Etudes. La sterminata erudizione, il rigore scientifico e la creatività metodologica che caratterizzano le sue ricerche storiografiche e le sue riflessioni epistemologiche ne fanno un pioniere su diversi fronti di indagine. Cercando di sintetizzare il suo approccio, si può dire che egli ha innanzitutto portato all'interno della storia della medicina le metodologie di indagine storico-epistemologica sviluppate nell'ambito della storia della scienza. Ma, soprattutto, grazie a una preparazione insieme scientifica, filosofica e filologica, ha praticato nel modo "empiricamente" più completo la ricerca storica sul l'evoluzione del pensiero medico, delle malattie e del ruolo sociale della medicina e del medico. I lavori su Claude Bernard, sull'evoluzione del concetto di malattia, sul concetto di morte, sulla storia del metodo sperimentale, sulla storia delle malattie (in particolare del l'Aids), sullo statuto epistemologico della medicina sono diventati delle pietre miliari della storiografia medica in quanto rappresentano, di fatto, l'applicazione del metodo scientifico allo studio delle fonti storiche, fonti che non sono solo testi, ma anche materiali iconografici e reperti archeologici e paleopatologici. In diverse occasioni Grmek ha affrontato con un'incredibile capacità di sintesi il problema delle rivoluzioni scientifiche nelle scienze e nella medicina. In Le malattie all'alba della civiltà occidentale (il Mulino, Bologna 1985) ha analizzato il contesto sanitario in cui è nata la medicina scientifica nel V e IV secolo a.C. In La prèmiere revolution biologique (Payot, Parigi 1990) ha inquadrato la rivoluzione medica del Seicento, riconducendone il senso all'introduzione della misurazione quantitativa e dei modelli meccanici dell'organismo. Nei suoi studi su Claude Bernard e il contesto storico-scientifico del tempo ha individuato nell'applicazione sistematica del metodo sperimentale e nell'ideale del determinismo biologico i connotati della rivoluzione biomedica della seconda metà del secolo scorso. Nell'articolo che viene qui pubblicato Grmek riflette sulla terza rivoluzione scientifica , quella che stiamo vivendo, alla cui origine egli colloca la scoperta delle basi informazionali dell'organizzazione biologica, e che per le sue ricadute applicative avrà straordinarie quanto al momento imprevedibili ripercussioni sul l'umanità.
Avendo vissuto per tre quarti del secolo appena trascorso, e avendo studiato con grandissimo interesse le caratteristiche epistemologiche di diverse epoche della storia della civiltà occidentale, cedo alla tentazione di concludere la mia carriera di storico della scienza andando oltre i limiti della professione: osando, cioè, esprimere un giudizio sulla presente situazione storica delle scienze. Ben conscio del carattere ipotetico di un giudizio ancora privo di prospettiva storica, spero così di far divertire gli storici a venire e, al contempo, di segnalare ai miei attuali lettori alcuni problemi fondamentali e sui quali li incito a riflettere.
Una ricostruzione razionale delle fasi attraverso cui è passato il pensiero scientifico occidentale ci porta a constatare che la sua nascita risale ai secoli V e IV a.C., e che il suo sviluppo è continuo ma non si realizza sempre come un'evoluzione costante. La prima rottura radicale con il pensiero antico, quella che gli storici chiamano "rivoluzione scientifica" tout court, la collochiamo nel XVII secolo. Nella seconda metà del XIX secolo un insieme di idee nuove, di scoperte convergenti e di tecniche molto più efficaci di quelle del passato modificarono profondamente il sapere e il saper fare sia delle scienze della natura non vivente sia di quelle della vita. È da questo momento che la maggior parte degli studiosi data l'inizio del periodo che considera "contemporaneo".
I ricercatori del Novecento continuano a ispirarsi alle realizzazioni del secolo precedente e a trarre profitto da alcune nozioni fondamentali elaborate dai loro predecessori immediati. Eppure questo uso fecondo del patrimonio scientifico non basta a spiegare aspetti essenziali della ricerca scientifica che si svolge sotto in nostri occhi. Per una valutazione d'insieme dei contributi scientifici e tecnici del XX secolo, occorre distinguere due componenti apparentemente contraddittorie eppure strettamente complementari: il grande avanzamento delle idee e dei programmi enunciati nella seconda metà dell'800 e l'emergenza di approcci affatto nuovi destinati a sbocciare pienamente in futuro. Due aspetti mi sembrano particolarmente rivelatori: le nuove possibilità di interpretazione e una nuova comprensione dei fenomeni naturali.
Si è aperta la strada alle manipolazioni che riguardano l'inizio, il destino biologico e la fine della vita individuale e superano di gran lunga le ambizioni dei medici di un tempo. Le diverse tecniche di fecondazione artificiale, la possibilità di conoscere molto precocemente alcune anomalie genetiche e perfino di intervenire direttamente sul genoma di un individuo hanno implicazioni teoriche e pratiche che superano l'ambito medico tradizionale. Lo stesso dicasi dei mezzi attuali per provocare stati tra vita e morte e per mantenere un organismo umano in uno stato di sopravvivenza artificiale. Questa padronanza inedita della creazione, del destino e della morte dell'individuo solleva delicati problemi etici e impone una riflessione su concetti metafisici fondamentali. In una situazione in cui a gravi rischi di deriva si accompagnano insperate promesse, la medicina predittiva, l'ingegneria genetica, i trapianti di organi e l'uso di protesi sofisticate aprono prospettive talmente nuove, così esaltanti e inquietanti allo stesso momento, che l'aggettivo rivoluzionario non sembra esagerato.
Tra le caratteristiche che accomunano le due precedenti rivoluzioni del pensiero biomedico a quella in corso, mi pare particolarmente interessante l'importanza crescente data a strutture sempre più fini e a funzioni sempre più fondamentali: dall'anatomia macroscopica e dalla fisiologia degli organi si è passati alla morfologia e quindi alla struttura molecolare e alla biochimica delle cellule, e infine alla struttura molecolare e al significato informativo delle entità subcellulari. Lo studio dei legami tra geni ed enzimi, le ricerche sul fago e sui virus patogeni, la genetica e la biologia molecolare portano a un concetto nuovo dei processi elementari della vita. Un passo decisivo in questa direzione è stata la scoperta del ruolo degli acidi nucleici. Le lunghe molecole di Dna possono codificare e trasmettere informazioni. Il modello di "doppia elica" proposto nel 1953 da James Watson e Francis Crick spiega in maniera profondamente originale questa straordinaria capacità del materiale genetico. I concetti di Arn messaggero e di operone che spiegano la regolazione cellulare (François Jacob, Jacques Monod e altri) e la decifrazione del codice genetico sono stati seguiti da una quantità impressionante di scoperte in rami diversi della biologia e della medicina. Nel 1995, si è riusciti a determinare la sequenza completa del genoma di due batteri patogeni. Nel collegare la biochimica delle macromolecole alla genetica e alla teoria dell'informazione, la biologia ha trovato un nuovo paradigma e conquistato un campo di applicazione particolarmente vasto e fecondo.
Infatti la ricerca di base sulle funzioni vitali ha progredito in due sensi contrari e complementari al contempo: da un lato, verso l'analisi sempre più sottile delle strutture elementari e, dall'altro, verso lo studio sempre più raffinato dei meccanismi di integrazione a tutti i livelli gerarchici dell'organismo. Un'integrazione che avviene tramite strutture nervose e messaggeri chimici. Partendo da due sistemi diversi - dalle comunicazioni nervose e dalle regolazioni di tipo ormonale - si procede sempre di più verso una spiegazione sostanzialmente unitaria, fondata anch'essa sul concetto di informazione codificata.
Il fiorire dell'informatica - con la costruzione di calcolatori elettronici i cui inizi risalgono a John Von Neumann (1946) e alla cibernetica di Norbert Wiener (1948) - ci consente oggi di capire meglio il flusso delle comunicazioni e i processi di regolazione negli esseri viventi e in certe macchine. Perciò cominciamo a credere all'esistenza di una costituente del reale, l'informazione, che non è né materia né energia. Che cosa significa infatti "informazione"? Indica l'attribuzione di un senso ai fatti grezzi (con senso intendo qui un significato e non una finalità). Per esempio nessuna analisi materiale o energetica può far capire il significato del genoma di un essere vivente. Quel genoma possiede un senso profondo, ma questo senso esiste soltanto in funzione di un dispositivo capace di decifrarlo. Non si dà trasmissione genetica senza l'azione di una cellula vivente che legge l'informazione contenuta nei cromosomi. C'è vita soltanto perché c'è continuità nella catena degli esseri viventi; l'informazione presuppone un messaggio conservato in una memoria, un codice per decifrarlo e un dispositivo per tradurlo in azione.
Si pensava che la civiltà fosse fondata sulla codifica e sulla "lettura" dei messaggi, sul linguaggio insomma e su una modalità di trasformazione numerica, ma si interpretavano tutti gli avvenimenti naturali come successioni aggrovigliate di trasformazioni analogiche. Per "decifrare la natura", bastava conoscere le leggi generali della fisica e della chimica, senza alcun codice particolare. Invece questa conoscenza delle leggi generali non basta per capire e trasformare in azione le informazioni di tipo numerico.
Stando alle idee prevalenti all'inizio del secolo scorso, ai fini di una spiegazione scientifica la vita altro non poteva essere che una serie di trasformazioni analogiche e i fenomeni biologici dovevano essere spiegabili senza ricorrere alla decifrazione di messaggi in base a un codice apparentemente arbitrario.
Questa esigenza impediva di risolvere, per esempio, l'opposizione tra preformismo ed epigenesi. Ne l'una né l'altra teoria poteva spiegare la trasmissione genetica attraverso la fusione di due gameti. Oggi, se il supporto dell'ereditarietà è concepito non come una struttura destinata allo sviluppo analogico ma come un programma, i due punti di vista si trovano conciliati e si arriva finalmente a una spiegazione soddisfacente della continuità formale nella discontinuità materiale degli esseri viventi.
A mio modo di vedere, la scoperta più sorprendente e davvero rivoluzionaria della nostra epoca è quella dei processi di tipo numerico nel determinismo dei fenomeni naturali. Questa nuova interpretazione non si limita alla genetica: già viene usata in neurofisiologia, e prospettive interessanti si aprono in patologia generale. Per esempio, la trasmissione dell'immagine dalla retina al cervello non avviene unicamente con un processo analogico. Alcuni virus agiscono su cellule vive usando messaggi in codice. Si comincia a spiegare l'origine dei tumori con l'accumulo di errori nella trasmissione delle informazioni contenute nelle cellule. Ci si chiede se la senescenza è un processo programmato oppure il risultato di un cumulo di errori di tipo informativo.
Nei processi biologici, c'è qualcosa di non riducibile alle leggi della materia e dell'energia. Un qualcosa di determinato storicamente e strutturato come un linguaggio. Il concetto di informazione dà una dimensione nuova alla relazione tra corpo e mente. Nel considerare questo problema, occorre tener conto della storia dell'umanità e delle impronte che ha lasciato nel linguaggio e nell'apparato che lo crea e lo decifra. Non è un caso se, al termine del XX secolo, alla punta della ricerca biomedica troviamo appunto le scienze cognitive.
Il linguaggio non è un invenzione umana ab nihilo ma il risultato del lento sviluppo di una particolarità che sottende i fenomeni naturali, il perfezionamento ultimo di un processo di cui, sotto una forma primitiva, l'intera natura è intrisa. L'intera natura, dico, e non soltanto la natura vivente. La comparsa della vita non è stata che una tappa storica nello sviluppo di questo processo, così come la comparsa della coscienza, del linguaggio dei segni, degli utensili, del linguaggio propriamente detto, della scrittura e infine delle scienze e delle arti non ne sono che tappe successive.
Per riassumere, mi sembra che una caratteristica essenziale della terza rivoluzione scientifica sia il presupposto fondamentale che i fenomeni naturali avvengano in uno spazio e in un tempo non necessariamente isotropi e si compongano di una sostanza che si manifesta sotto forma di materia o di energia (soltanto la somma di entrambe è costante) e anche di un'entità particolare non riducibile a questa e che, faute de mieux, chiamiamo oggi informazione. Questo postulato può giustificare la teleonomia delle strutture esistenti in natura senza doverla giustificare con una teleologia superiore. Non si tratta di predestinazione ma della possibilità di invenzione, di creazione.
(Traduzione di Sylvie Coyaud)
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vedi anche
Cultura-Impresa scientifica