La terza rivoluzione biomedeica| Il grande storico si sbilancia e tratteggia un quadro della situazione contrmporanea degli scenari futuri e dei problemi etici che ci aspettano |
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Nel volume in cui ricostruisce le linee della sua ricerca storiografica e filosofica sull'evoluzione del pensiero biologico e medico (La vita, le malattie e la storia, Di Renzo, Roma 1998), Mirko Grmek ricorda di aver optato negli anni Cinquanta per la storia della medicina, abbandonando la ricerca scientifica nel campo dell'endocrinologia, in quanto era quello un modo di reagire alla parcellizzazione specialistica. E la concezione della storia della medicina come impresa
scientifica e culturale dotata di una sua autonomia disciplinare e di una fondamentale valenza pedagogica, sia come antidoto contro l'isterilimento creativo spesso prodotto dalla specializzazione, sia come strumento per trasmettere il senso concreto della razionalità scientifica, è indubbiamente uno dei tratti peculiari del suo approccio storiografico.
Nell'introduzione al primo volume della Storia del pensiero medico
occidentale (Laterza, Roma 1993), Grmek scrive
che la storia della medicina è una disciplina militante che serve a
una migliore conoscenza delle idee scientifiche, al loro
avanzamento, all'arricchimento della riflessione filosofica,
all'allargamento della sociologia e della storia generale
dell'umanità, alla migliore padronanza dei metodi di indagine e
valutazione critica dei problemi medici .
Croato di origini ma culturalmente cosmopolita, medico jugoslavo ma
laureato anche in lettere a Parigi, Grmek ha
lavorato a Zagabria fino agli inizi degli anni Sessanta e si è quindi
trasferito a Parigi, dove ha tenuto la cattedra di storia
delle scienze biologiche e mediche dell'Ecole Pratique des Hautes
Etudes. La sterminata erudizione, il rigore scientifico e
la creatività metodologica che caratterizzano le sue ricerche
storiografiche e le sue riflessioni epistemologiche ne fanno
un pioniere su diversi fronti di indagine. Cercando di sintetizzare
il suo approccio, si può dire che egli ha innanzitutto
portato all'interno della storia della medicina le metodologie di
indagine storico-epistemologica sviluppate nell'ambito
della storia della scienza. Ma, soprattutto, grazie a una
preparazione insieme scientifica, filosofica e filologica, ha
praticato nel modo "empiricamente" più completo la ricerca storica
sul l'evoluzione del pensiero medico, delle malattie e
del ruolo sociale della medicina e del medico. I lavori su Claude
Bernard, sull'evoluzione del concetto di malattia, sul
concetto di morte, sulla storia del metodo sperimentale, sulla storia
delle malattie (in particolare del l'Aids), sullo statuto
epistemologico della medicina sono diventati delle pietre miliari
della storiografia medica in quanto rappresentano, di
fatto, l'applicazione del metodo scientifico allo studio delle fonti
storiche, fonti che non sono solo testi, ma anche
materiali iconografici e reperti archeologici e paleopatologici.
In diverse occasioni Grmek ha affrontato con un'incredibile capacità
di sintesi il problema delle rivoluzioni scientifiche
nelle scienze e nella medicina. In Le malattie all'alba della civiltà
occidentale (il Mulino, Bologna 1985) ha analizzato il
contesto sanitario in cui è nata la medicina scientifica nel V e IV
secolo a.C. In La prèmiere revolution biologique
(Payot, Parigi 1990) ha inquadrato la rivoluzione medica del
Seicento, riconducendone il senso all'introduzione della
misurazione quantitativa e dei modelli meccanici dell'organismo. Nei
suoi studi su Claude Bernard e il contesto
storico-scientifico del tempo ha individuato nell'applicazione
sistematica del metodo sperimentale e nell'ideale del
determinismo biologico i connotati della rivoluzione biomedica della
seconda metà del secolo scorso. Nell'articolo che
viene qui pubblicato Grmek riflette sulla terza rivoluzione
scientifica , quella che stiamo vivendo, alla cui origine egli
colloca la scoperta delle basi informazionali dell'organizzazione
biologica, e che per le sue ricadute applicative avrà
straordinarie quanto al momento imprevedibili ripercussioni sul
l'umanità. |
Avendo vissuto per tre quarti del secolo appena trascorso, e avendo
studiato con grandissimo interesse le caratteristiche epistemologiche di
diverse epoche della storia della civiltà occidentale, cedo alla tentazione
di concludere la mia carriera di storico della scienza andando oltre i limiti
della professione: osando, cioè, esprimere un giudizio sulla presente
situazione storica delle scienze. Ben conscio del carattere ipotetico di
un giudizio ancora privo di prospettiva storica, spero così di far divertire
gli storici a venire e, al contempo, di segnalare ai miei attuali lettori
alcuni problemi fondamentali e sui quali li incito a riflettere.
Una ricostruzione razionale delle fasi attraverso cui è passato il pensiero
scientifico occidentale ci porta a constatare che la sua nascita risale ai
secoli V e IV a.C., e che il suo sviluppo è continuo ma non si realizza
sempre come un'evoluzione costante. La prima rottura radicale con il
pensiero antico, quella che gli storici chiamano "rivoluzione scientifica"
tout court, la collochiamo nel XVII secolo. Nella seconda metà del XIX
secolo un insieme di idee nuove, di scoperte convergenti e di tecniche
molto più efficaci di quelle del passato modificarono profondamente il
sapere e il saper fare sia delle scienze della natura non vivente sia di
quelle della vita. È da questo momento che la maggior parte degli
studiosi data l'inizio del periodo che considera "contemporaneo".
I ricercatori del Novecento continuano a ispirarsi alle realizzazioni del
secolo precedente e a trarre profitto da alcune nozioni fondamentali
elaborate dai loro predecessori immediati. Eppure questo uso fecondo
del patrimonio scientifico non basta a spiegare aspetti essenziali della
ricerca scientifica che si svolge sotto in nostri occhi. Per una valutazione
d'insieme dei contributi scientifici e tecnici del XX secolo, occorre
distinguere due componenti apparentemente contraddittorie eppure
strettamente complementari: il grande avanzamento delle idee e dei
programmi enunciati nella seconda metà dell'800 e l'emergenza di
approcci affatto nuovi destinati a sbocciare pienamente in futuro. Due
aspetti mi sembrano particolarmente rivelatori: le nuove possibilità di
interpretazione e una nuova comprensione dei fenomeni naturali.
Si è aperta la strada alle manipolazioni che riguardano l'inizio, il destino
biologico e la fine della vita individuale e superano di gran lunga le
ambizioni dei medici di un tempo. Le diverse tecniche di fecondazione
artificiale, la possibilità di conoscere molto precocemente alcune
anomalie genetiche e perfino di intervenire direttamente sul genoma di un
individuo hanno implicazioni teoriche e pratiche che superano l'ambito
medico tradizionale. Lo stesso dicasi dei mezzi attuali per provocare
stati tra vita e morte e per mantenere un organismo umano in uno stato
di sopravvivenza artificiale. Questa padronanza inedita della creazione,
del destino e della morte dell'individuo solleva delicati problemi etici e
impone una riflessione su concetti metafisici fondamentali. In una
situazione in cui a gravi rischi di deriva si accompagnano insperate
promesse, la medicina predittiva, l'ingegneria genetica, i trapianti di
organi e l'uso di protesi sofisticate aprono prospettive talmente nuove,
così esaltanti e inquietanti allo stesso momento, che l'aggettivo
rivoluzionario non sembra esagerato.
Tra le caratteristiche che accomunano le due precedenti rivoluzioni del
pensiero biomedico a quella in corso, mi pare particolarmente
interessante l'importanza crescente data a strutture sempre più fini e a
funzioni sempre più fondamentali: dall'anatomia macroscopica e dalla
fisiologia degli organi si è passati alla morfologia e quindi alla struttura
molecolare e alla biochimica delle cellule, e infine alla struttura
molecolare e al significato informativo delle entità subcellulari. Lo studio
dei legami tra geni ed enzimi, le ricerche sul fago e sui virus patogeni, la
genetica e la biologia molecolare portano a un concetto nuovo dei
processi elementari della vita. Un passo decisivo in questa direzione è
stata la scoperta del ruolo degli acidi nucleici. Le lunghe molecole di
Dna possono codificare e trasmettere informazioni. Il modello di "doppia
elica" proposto nel 1953 da James Watson e Francis Crick spiega in
maniera profondamente originale questa straordinaria capacità del
materiale genetico. I concetti di Arn messaggero e di operone che
spiegano la regolazione cellulare (François Jacob, Jacques Monod e
altri) e la decifrazione del codice genetico sono stati seguiti da una
quantità impressionante di scoperte in rami diversi della biologia e della
medicina. Nel 1995, si è riusciti a determinare la sequenza completa del
genoma di due batteri patogeni. Nel collegare la biochimica delle
macromolecole alla genetica e alla teoria dell'informazione, la biologia ha
trovato un nuovo paradigma e conquistato un campo di applicazione
particolarmente vasto e fecondo.
Infatti la ricerca di base sulle funzioni vitali ha progredito in due sensi
contrari e complementari al contempo: da un lato, verso l'analisi sempre
più sottile delle strutture elementari e, dall'altro, verso lo studio sempre
più raffinato dei meccanismi di integrazione a tutti i livelli gerarchici
dell'organismo. Un'integrazione che avviene tramite strutture nervose e
messaggeri chimici. Partendo da due sistemi diversi - dalle
comunicazioni nervose e dalle regolazioni di tipo ormonale - si procede
sempre di più verso una spiegazione sostanzialmente unitaria, fondata
anch'essa sul concetto di informazione codificata.
Il fiorire dell'informatica - con la costruzione di calcolatori elettronici i
cui inizi risalgono a John Von Neumann (1946) e alla cibernetica di
Norbert Wiener (1948) - ci consente oggi di capire meglio il flusso delle
comunicazioni e i processi di regolazione negli esseri viventi e in certe
macchine. Perciò cominciamo a credere all'esistenza di una costituente
del reale, l'informazione, che non è né materia né energia. Che cosa
significa infatti "informazione"? Indica l'attribuzione di un senso ai fatti
grezzi (con senso intendo qui un significato e non una finalità). Per
esempio nessuna analisi materiale o energetica può far capire il
significato del genoma di un essere vivente. Quel genoma possiede un
senso profondo, ma questo senso esiste soltanto in funzione di un
dispositivo capace di decifrarlo. Non si dà trasmissione genetica senza
l'azione di una cellula vivente che legge l'informazione contenuta nei
cromosomi. C'è vita soltanto perché c'è continuità nella catena degli
esseri viventi; l'informazione presuppone un messaggio conservato in
una memoria, un codice per decifrarlo e un dispositivo per tradurlo in
azione.
Si pensava che la civiltà fosse fondata sulla codifica e sulla "lettura" dei
messaggi, sul linguaggio insomma e su una modalità di trasformazione
numerica, ma si interpretavano tutti gli avvenimenti naturali come
successioni aggrovigliate di trasformazioni analogiche. Per "decifrare la
natura", bastava conoscere le leggi generali della fisica e della chimica,
senza alcun codice particolare. Invece questa conoscenza delle leggi
generali non basta per capire e trasformare in azione le informazioni di
tipo numerico.
Stando alle idee prevalenti all'inizio del secolo scorso, ai fini di una
spiegazione scientifica la vita altro non poteva essere che una serie di
trasformazioni analogiche e i fenomeni biologici dovevano essere
spiegabili senza ricorrere alla decifrazione di messaggi in base a un
codice apparentemente arbitrario.
Questa esigenza impediva di risolvere, per esempio, l'opposizione tra
preformismo ed epigenesi. Ne l'una né l'altra teoria poteva spiegare la
trasmissione genetica attraverso la fusione di due gameti. Oggi, se il
supporto dell'ereditarietà è concepito non come una struttura destinata
allo sviluppo analogico ma come un programma, i due punti di vista si
trovano conciliati e si arriva finalmente a una spiegazione soddisfacente
della continuità formale nella discontinuità materiale degli esseri viventi.
A mio modo di vedere, la scoperta più sorprendente e davvero
rivoluzionaria della nostra epoca è quella dei processi di tipo numerico
nel determinismo dei fenomeni naturali. Questa nuova interpretazione
non si limita alla genetica: già viene usata in neurofisiologia, e
prospettive interessanti si aprono in patologia generale. Per esempio, la
trasmissione dell'immagine dalla retina al cervello non avviene
unicamente con un processo analogico. Alcuni virus agiscono su cellule
vive usando messaggi in codice. Si comincia a spiegare l'origine dei
tumori con l'accumulo di errori nella trasmissione delle informazioni
contenute nelle cellule. Ci si chiede se la senescenza è un processo
programmato oppure il risultato di un cumulo di errori di tipo informativo.
Nei processi biologici, c'è qualcosa di non riducibile alle leggi della
materia e dell'energia. Un qualcosa di determinato storicamente e
strutturato come un linguaggio. Il concetto di informazione dà una
dimensione nuova alla relazione tra corpo e mente. Nel considerare
questo problema, occorre tener conto della storia dell'umanità e delle
impronte che ha lasciato nel linguaggio e nell'apparato che lo crea e lo
decifra. Non è un caso se, al termine del XX secolo, alla punta della
ricerca biomedica troviamo appunto le scienze cognitive.
Il linguaggio non è un invenzione umana ab nihilo ma il risultato del lento
sviluppo di una particolarità che sottende i fenomeni naturali, il
perfezionamento ultimo di un processo di cui, sotto una forma primitiva,
l'intera natura è intrisa. L'intera natura, dico, e non soltanto la natura
vivente. La comparsa della vita non è stata che una tappa storica nello
sviluppo di questo processo, così come la comparsa della coscienza,
del linguaggio dei segni, degli utensili, del linguaggio propriamente detto,
della scrittura e infine delle scienze e delle arti non ne sono che tappe
successive.
Per riassumere, mi sembra che una caratteristica essenziale della terza
rivoluzione scientifica sia il presupposto fondamentale che i fenomeni
naturali avvengano in uno spazio e in un tempo non necessariamente
isotropi e si compongano di una sostanza che si manifesta sotto forma
di materia o di energia (soltanto la somma di entrambe è costante) e
anche di un'entità particolare non riducibile a questa e che, faute de
mieux, chiamiamo oggi informazione. Questo postulato può giustificare
la teleonomia delle strutture esistenti in natura senza doverla giustificare
con una teleologia superiore. Non si tratta di predestinazione ma della
possibilità di invenzione, di creazione.
(Traduzione di Sylvie Coyaud)
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