RASSEGNA STAMPA

1 MARZO 2000
DARIO FERTILIO
Arrow: tranquilli, l'egoismo informatico non vincerà
«Anche nel Medioevo temevano il nuovo ordine. Ma poi il mondo andò avanti»
Il premio Nobel per l'Economia contro gli apocalittici che rifiutano la rivoluzione tecnologica: la «new economy» non è fatta soltanto di individualisti
Tranquilli: il dio della globalizzazione non richiederà sacrifici umani. E nemmeno la dittatura del mercato, o la new economy fondata sull'informatica distruggeranno quel che resta della nostra umanità. No, i timori apocalittici sono estranei alla visione del mondo di Kenneth Arrow. Premio Nobel nel 1972 per aver formulato una magistrale «teoria dell'equilibrio economico generale», già «testa d'uovo» del presidente Kennedy che gli affidò le linee generali della sua «strategia di pace», Arrow è a Milano per una fitta serie di appuntamenti. Sorride tollerante, da newyorkese ottantenne che diffida dei millenarismi d'ogni colore.
Sarà vero, come denuncia il sociologo Richard Sennett, che il capitalismo flessibile ci prepara un futuro di rapporti insoddisfacenti e superficiali? O non avrà ragione piuttosto il governatore Antonio Fazio, quando nell'intervista al direttore del «Corriere», Ferruccio de Bortoli, parla di occasione storica?
«Fra le due cose non c'è contraddizione. I rischi, l'idea dell'egoismo che insidia i rapporti umani, il maggiore individualismo diffuso: tutto questo può essere considerato l'altra faccia della medaglia, una conseguenza non desiderata della rivoluzione tecnologica. Eppure, ciò che ci spaventa contiene in sé anche una promessa: più merci, più ricchezza, più soddisfazione per la gente».
Se il futuro le sembra così invitante, perché mai sentiamo montare un'ondata sempre più ampia di preoccupazione?
«Ma non c'è niente di nuovo sotto il cielo! In passato la gente si lamentava per la rottura degli antichi legami: si cominciò già nel Medioevo, quando il vecchio ordine venne travolto dai movimenti migratori verso le città. Per sette secoli si è andati avanti così: denunciando la fine della solidarietà fra generazioni, dei valori di fedeltà e rispetto verso i superiori. Già Shakespeare si lamentava della sfacciataggine dei contadini, ma se davvero l'umanità avesse dovuto preoccuparsi un giorno della rottura dei sacri legami, avrebbe dovuto farlo alla fine dell'Ottocento.
Fu allora, negli anni Settanta e Ottanta, che le emigrazioni intercontinentali separarono i ceppi familiari. Chi se ne andava in America, come mio nonno, sapeva benissimo che non avrebbe mai più rivisto i suoi genitori. Furono momenti dolorosi, certo, ma alla fine il mondo andò avanti».
Allora esistevano forse più forti motivazioni filantropiche e religiose.
«Lo stesso sta già avvenendo oggi. I nuovi ricchi di ieri sentono ora il bisogno di creare fondazioni e opere caritatevoli: già succede per i tycoon di Silicon Valley».
Il dio del mercato e della competizione globale, insomma, non dovrebbe spaventare nessuno?
«È chiaro che i ricchi tenderanno a diventarlo sempre di più, e i poveri non ne ricaveranno vantaggi. Ma io dico: il mercato non sarà il migliore degli dei, però non è certo peggiore di quello imperialista che abbiamo conosciuto in passato».
C'è chi non crede al suo ottimismo, e si aggrappa ai valori umanistici come estremo rifugio...
«L'alta cultura non significherà molto, temo, per le nuove generazioni. Del resto non si vede? In tutte le arti, dalla musica alla pittura, scarseggiano i creatori, mentre le performance raggiungono livelli d'eccellenza».
Che gliene pare dell'Italia? Siamo ancora il Paese delle tasse, degli scioperi, dei sindacati onnipotenti?
«Nell'insieme direi di sì, con la solita caratteristica: quando la Gran Bretagna era travolta dagli scioperi, la produzione ristagnava... da voi è diverso».
In compenso ci agitiamo per cancellare i debiti dei Paesi poveri.
«È solo un bel gesto: la maggioranza di quei debiti non sarebbero comunque mai pagati. E poi bisognerebbe rispettare certe condizioni: stato di pace, rispetto delle libertà democratche, piani di sviluppo...».
E le paure continentali? L'euro inciampa, il governo dell'Ue sembra lontano e iperburocratico.
«Per prima cosa, dovreste difendere le libertà di scelta individuale e di ricerca. Vale a Bruxelles come in Italia. Invece, avete centralizzato persino la gestione dell'università: una scelta pessima, che potreste pagare cara».
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