La società salvata dal PETTEGOLEZZOIl provocatorio saggio di Sergio Benvenuto spiega l'utilità di dicerie, insinuazioni, maldicenze, notizie false. E ne tesse l'elogio La storiella dei bimbi rapiti dagli zingari getta all'esterno i conflitti della comunità Da sempre le chiacchiere sui governanti sono l'antidoto alla pressione
del potere. Uno strumento collettivo per esprimere le ansie nascoste |
| Agli inizi degli anni '70 circolava a Milano una storiella inquietante: una giovane coppia affida per
la prima volta il figlioletto alle cure di una baby sitter straniera e si reca a cena a casa di amici. A
metà serata la ragazza telefona chiedendo come si accende il forno. Assaliti da un sospetto
angoscioso, i genitori si precipitano a casa dove trovano il neonato adagiato in una teglia, pronto
per essere arrostito. Il racconto, né vero né falso, è sicuramente infondato: non vi è alcuna prova
che sia realmente accaduto. La sua diffusione mostra però che, proprio negli anni in cui la
famiglia si stava trasformando e le donne iniziavano a emanciparsi dal ruolo tradizionale di
mamma casalinga, molti hanno provato piacere nel comunicarlo e nell'ascoltarlo. Perché? Il
quesito rientra in quelli che, con apparente ingenuità, Sergio Benvenuto formula nel suo ultimo
libro, Dicerie e pettegolezzi.
Psicologo, filosofo, saggista, direttore di quel Journal of European Psychoanalysis che
costituisce un importante transito culturale tra l'America e l'Europa, Benvenuto risponde
ampliando a cerchi concentrici il tema, le implicazioni, i quesiti e le argomentazioni in gioco,
usando le armi affilate della sua cultura multidisciplinare, internazionale e libertina. Si diverte
infatti a scandalizzare il lettore con un elogio paradossale del pettegolezzo, dell'indiscrezione,
dell'insinuazione, della notizia falsa e tendenziosa in cui individua una modalità, seppur
degradata, di disvelamento su "quel che ribolle nel magma del sapere collettivo".
Dedicato al grande psicoanalista Elvio Fachinelli, il libro estende alla vita pubblica il modello
interpretativo con il quale Freud, un secolo fa, aveva esaminato la Psicopatologia della vita
quotidiana. Poiché nulla accade invano, anche i più infimi cascami della comunicazione
possiedono una loro recondita funzionalità. In forme velate, distorte e frammentarie, essi
esprimono contenuti rimossi: desideri, ansie e timori cui la censura morale impedisce di
giungere alla coscienza.
Tornando alla leggenda urbana del neonato arrosto, il piacere di diffonderla risiedeva allora non
nella verità fattuale, ma nella verità emozionale della narrazione. Consentiva infatti di esprimere e
condividere l'ansia che i genitori provano nell'affidare per la prima volta il bambino in mani
estranee, talora addirittura straniere, e insieme ammoniva gli incoscienti genitori dei pericoli che
incombono quando trascurano il dovere per il piacere. Ma non solo, lo scavo analitico ci permette
di cogliere, nell'improbabile scenetta, aspetti meno accettabili della vita inconscia: le pulsioni
aggressive che si celano dietro l'amore, persino il più disinteressato, come quello materno.
Come nota l'autore, la maggior parte delle indiscrezioni, amplificate dai mass media, riguarda la
vita privata, intima, sentimentale e sessuale delle persone, perché questa è la dimensione che
ciascuno di noi difende più accuratamente. Di solito l'insinuazione colpisce chi è posto più in
alto degli altri perché si cerca, in tal modo, di sminuirne la credibilità e il potere. La stessa
opinione pubblica ha prima idealizzato e poi dissacrato Bill Clinton e la principessa Diana, rei di
rappresentare tutto ciò che manca all'uomo comune: potere, ricchezza, bellezza e fama. Che il
pettegolezzo possa svolgere una funziona sovversiva lo rivelano storicamente le terribili
maldicenze diffuse dai senatori romani contro gli imperatori e le loro mogli.
Altre volte invece le dicerie tendono a difendere l'esistente, il noto, il familiare contro l'estraneo.
Emblematici i racconti, diffusi in tutto il mondo, degli zingari che rubano i bambini. Il consenso
che suscitano deriva dalla possibilità di riversare su un nemico esterno le tensioni e i conflitti
della comunità che si sente così più forte e coesa al suo interno. Come tutti i pregiudizi, le
chiacchiere si sottraggono all'onere della prova perché seducono le parti più elementari della
mente, quelle che cercano risposte facili e pronte. Nonostante mille smentite, molte persone si
ostinano a raccogliere etichette o tappi di acqua minerale convinte di fare del bene, come donare
a un cieco un cane debitamente addestrato. L'azione è socialmente inutile ma serve a chi la
compie perché lo fa sentire buono, efficace e appartenente a un insieme di persone altrettanto
ben intenzionate.
Quanto più una società è chiusa, immobile, governata da forme autoritarie di potere, tanto più si
alimenta di comunicazioni sotterranee, di segrete rivelazioni che permettono a chi parla di
criticare i dominanti e di sottrarsi al tempo stesso alle proprie responsabilità. Leggendo in
controluce, come una radiografia, la trama delle credenze, delle mitologie spicciole, delle
crociate spontanee si possono decifrare i moti profondi della mentalità collettiva. Un esempio
recente è costituito dal "caso Di Bella" che ha dato espressione non solo alle speranze e alle
paure connesse al male del secolo, ma soprattutto alle frustrazioni indotte da una medicina
spesso burocratica, astratta, più attenta alla malattia che al malato, incapace di entrare in
contatto con le persone, di coglierne le emozioni e di tener conto del loro contesto affettivo.
Alla fine un libro che parrebbe trattare gli scarti della comunicazione, i margini del sociale, gli
scantinati della psiche, si rivela una diagnosi impietosa della nostra società. Non che le altre
società non contemplassero comunicazioni distorte o illegittime, ma l'attuale globalizzazione e
informatizzazione del mondo diffonde il pettegolezzo in modo immediato e planetario. L'esigenza
stessa di trasparenza, propria dei regimi democratici, rischia di alimentare le componenti di
invidia, gelosia, voyeurismo e sadismo che covano nell'animo umano e che trovano nella
solitudine dell'individuo e nell'anonimato della folla un formidabile terreno di coltura. Come accade
in campo biologico, vi è il rischio che lo svanire delle differenze, l'omologazione delle diverse
narrazioni del mondo e della storia in un unico racconto, ci renda estremamente vulnerabili al
dilagare delle epidemie della comunicazione, indifesi di fronte ai virus di quel "si dice" in cui già
Heidegger, in Essere e tempo, riconosceva uno dei maggiori pericoli della modernità. |