RASSEGNA STAMPA

20 FEBBRAIO 2000
EDOARDO BONCINELLI
Troppi misteri sulla psiche
Un bilancio sulla psicoanalisi come fatto di cultura, come teoria della mente e come pratica terapeutica
Della validità e dell'affidabilità della psicoanalisi non si parla quasi mai sulla carta stampata, anche se nelle conversazioni private questo argomento ricorre abbastanza spesso. A nessuno piace parlarne. Rappresenta uno dei tabù della nostra cultura ed è perciò lodevole che qualcuno abbia sollevato il problema su queste pagine. Ogni rilievo critico mosso alla psicoanalisi, anche se basato su argomenti ormai ampiamente scontati in altri Paesi, solleva nel nostro una poderosa levata di scudi che non coinvolge solo psicoanalisti ma anche letterati e filosofi. Il motivo di ciò è che la psicoanalisi ha investito in questi decenni moltissimi aspetti della nostra cultura. E' quindi opportuno distinguere la psicoanalisi come fatto di cultura dalla psicoanalisi come teoria scientifica della mente e questa a sua volta dalla psicoanalisi come strumento terapeutico del disagio psichico.
Le elaborazioni teoriche di Freud, ma anche di Jung o della Klein per fare solo alcuni nomi, hanno un grosso fascino e hanno avuto una grossa presa sulla nostra immaginazione. Anche se oggi hanno esaurito buona parte della loro carica iconoclastica, hanno certamente contribuito alla riflessione sulla natura umana individuale e collettiva. In più hanno il vantaggio di parlare, o di sembrare di parlare, proprio di noi stessi e della nostra interiorità. Alcuni suoi concetti sono entrati nel nostro linguaggio quotidiano, fino a divenire parte integrante della psicologia spicciola e del suo modo di rendere conto dei comportamenti e degli atteggiamenti della vita di tutti i giorni.
Come costruzione del pensiero e come fatto di cultura quindi la psicoanalisi, o almeno parte di essa, ha una sua indubbia validità e vitalità. Questo significa che il complesso delle sue affermazioni costituisce una valida teoria della mente? Direi proprio di no. Il motivo è molto semplice e anche se si tratta di cose dette e ridette, vale forse la pena di ripeterle ancora una volta. 1). Non esiste una sola teoria psicoanalitica della mente ma tante, alcune delle quali così diverse fra di loro da rendere difficile l'operazione di ricondurle sotto lo stesso tetto. 2. I concetti di base, a partire da quello di inconscio, non sono definiti con precisione e anche quando lo sono vengono poi utilizzati con un certo numero di significati diversi anche da uno stesso autore, a cominciare da Freud. 3. Le entità psichiche chiamate in causa dalla teoria psicoanalitica, comunque definite, mostrano proprietà diverse in circostanze diverse.
Questo rende la teoria psicanalitica intrensecamente irracontabile. A noi tutti piacerebbe tanto sapere qualcosa del funzionamento della nostra mente e della nostra psiche. Purtroppo quello psicoanalitico non solo non è un racconto scientifico, ma non è nemmeno un racconto filato. Perché i suoi sostenitori, addetti ai lavori o laici, non si dedicano a riassumere in un numero ragionevole di pagine il nucleo teorico della psicoanalisi in maniera chiara e raccontabile? Ciò costituirebbe un utile esercizio per loro e per tutti noi. E non mi si dica che è già stato fatto, perché se lo è stato, lo è stato in tempi dai quali oggi tutti sembrano voler prendere le distanze.
4. Quelle poche affermazioni che a motivo della loro compattezza sembrano più chiare e raccontabili, come l'esistenza di un complesso di Edipo o il meccanismo di formazione dei sogni, non hanno mai trovato alcuna conferma. Molti psicoanalisti lo ammettono e arrivano ad affermare che si tratta di concetti che appartengono alla preistoria della psicoanalisi. Perché allora non ci raccontano con chiarezza che cosa fanno salvo della teoria psicoanalitica?
La mia obiezione alla psicoanalisi come teoria della mente è basata quindi primariamente sul fatto che è articolata su concetti mal definiti che esibiscono proprietà spesso contraddittorie. Come nell'animismo magico dei primitivi, la teoria psicoanalitica ha una giustificazione (a posteriori) per tutto e una per nulla.
Qualcuno nega che le cose stiano così, mentre altri affermano che è così e che non può essere altro che così, perché l'inconscio obbedisce a una "logica" tutta sua, dove non vale il principio di non-contraddizione, nella quale cioè una cosa può godere e non godere allo stesso tempo di una data proprietà. Ammesso l'inconscio, qualunque cosa sia, sia caratterizzato da questa contraddittorietà intrinseca non si vede perché la disciplina che lo studia dovrebbe essere anch'essa internamente contraddittoria.
Sarebbe come sostenere che per studiare i batteri bisogna essere di dimensioni microscopiche.
A parte l'insoddisfazione intellettuale che si prova quando si leggono le sue formulazioni teoriche, non si può trascurare il fatto che, al meglio delle informazioni correnti, la psicoterapia a base psicoanalitica non è né più efficace né meno efficace di tutti gli altri tipi di psicoterapia esistenti, dalla reichiana alla umanistica. Se è così quale può essere la rilevanza di un apparato teorico sottostante?
Se la psicoanalisi rinunciasse alla pretesa di essere una teoria scientifica, cadrebbe una buona parte delle mie personali perplessità. Esistono tante discipline che non sono scienza. Non c'è niente di male. Molto meglio una non scienza che una pseudoscienza. Il punto è che è difficile per la psicoanalisi rinunciare ad una pretesa di scientificità, se si vuole distinguere dalla pletora delle altre mirabolanti offerte di salute materiale o psichica. Come fa a distinguersi ad esempio dalla cartomanzia, dalla pranoterapia, dai propugnatori dei fiori di Bach o dei sassolini di Mozart, se non ricorrendo a qualche criterio di demarcazione? Questo criterio può certamente non essere quello accettato dalla scienza, ma un criterio comunque ci deve essere. E quale?
E veniamo al punto della efficacia terapeutica. Io sono tra quelli che affermano che certi tipi di psicoterapia si rivelano efficaci con certe persone portatrici di certi problemi psicologici, appartenenti essenzialmente al capitolo delle nevrosi. Lo affermo sulla base della mia esperienza personale e ne sono convinto. Questo non significa però che non ravvisi per primo la necessità di uno studio sistematico volto a sostanziare o confutare tale affermazione e sono dispostissimo a cambiare idea sulla base delle risultanze di un tale studio. Quello su cui poi non posso assolutamente consentire, in mancanza di prove contrarie, è l'utilizzazione della tecnica psicoterapeutica a base psicoanalitica per trattare altri tipi di disturbi come le anoressie, l'autismo e le varie forme di psicosi. Secondo me sarebbe molto più saggio astenersi dal trattare tali casi, ma non sembra purtroppo che questa sia la regola. Una delle conseguenze più gravi di questo atteggiamento e di questa pratica è quella di aver bloccato per decenni la ricerca psichiatrica. Sulla base di una pretesa differenza intrinseca fra un disturbo psicologico e un'affezione organica e della assoluta irriproducibilità del disturbo mentale individuale si è sostenuta e imposta per anni l'illegittimità di ogni tentativo diagnostico e l'inutilità di un approccio terapeutico di altra natura. Da quando in alcuni Paesi è stato abbandonato questo atteggiamento, si sono registrati grandi progressi, anche se non si può ancora parlare di trionfi. Pensiamo ad esempio alla sindrome di Rett. Compresa prima nel capitolo dell'autismo, ne è stata poi distinta e studiata a parte ed è di questi giorni la scoperta che a determinarla è una mutazione in un gene specifico localizzato sul cromosoma X.
Fra i sostenitori della psicoanalisi allignano infine i peggiori detrattori della scienza e della possibilità umana di conoscere, in modo deterministico, il reale. Le loro argomentazioni fanno arrossire. Prendiamo per esempio il principio di indeterminazione di Heisenberg così spesso invocato. E' appena il caso di chiarire che:
1. è espresso da una formula ben precisa ed è di fondamentale importanza per gli elettroni e per particelle simili, meno importante per le molecole, irrilevante per le persone. Un elettrone che sbatta contro un muro ha una certa probabilità di finire dalla parte opposta, ma non mi risulta che per le persone ciò sia mai successo;
2 non afferma che è importante l'osservatore, anche nel caso di un elettrone, ma l'osservazione, compiuta quindi da un osservatore qualsiasi, che può essere anche uno strumento di misura. E pensare che Freud si risolse a ricorrere all'ipotesi dell'inconscio proprio perché riteneva che muovendosi soltanto all'interno del mondo della coscienza non fosse possibile trovare la spiegazione di tutti i comportamenti e di tutti gli stati d'animo! Si trattava per lui della ricerca di un determinismo più stringente, non di un pasticciato indeterminismo tanto caro ai nostri paladini dell'inconoscibile.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo