Gadamer felice tra i napoletani| Le lezioni italiane del filosofo |
| Nella bella intervista pubblicata il 7 febbraio scorso sul "Corriere", il filosofo Hans George
Gadamer, dall'alto dei suoi cent'anni compiuti in buona salute e con un eloquio smagliante,
rispondendo alla domanda di rito quando si ha a che fare con un centenario: "Qual è il suo
elisir?" "Non saprei proprio", ha risposto, "non ho ricette. Ho cercato e cerco di evitare medici e
medicine. Io ho un grande vantaggio: non soffro d'insonnia, anzi riesco a dormire la mattina
anche fino alle nove". "Professore", gli è stato poi chiesto, "cos'ha significato per lei l'Italia?"
"Tanto, tantissimo, un capitolo fondamentale della mia vita che non si è ancora concluso. Penso
che proprio in Italia la filosofia resisterà e finirà con l'imporsi. Per me comunque l'Italia è Napoli".
"Perché Napoli, professore?" La spiegazione è semplice: la prima volta che Gadamer vi mise
piede fu nel 1972, sbarcando dalla nave, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti. Era la domenica
di Pasqua. Gadamer cominciò a girare intorno al porto, poi s'inoltrò nei vicoli dei quartieri
spagnoli, fra case con i panni appesi ad asciugare al sole; i bassi nei quali si scorgevano gli
altarini dei santi insieme alle fotografie dei parenti defunti con i lumini che ardevano; le donne
affacciate sulla mezzaporta, come a una finestra. Dalle case si calavano cesti che venivano tirati
su dopo essere stati riempiti di frutta, verdura, pesci, dai bottegai sottostanti o dai venditori
ambulanti. Di fronte a questa visione Gadamer in cuor suo dovette rimanere folgorato al punto da
dire: "Mai vista tanta umanità!". Ma l'incantesimo non era ancora finito. Nonostante fosse il
giorno di Pasqua, i negozi, specie quelli di generi alimentari, pizzicagnoli, salumieri, erano
aperti. Aperti anche i barbieri. Gadamer ne vide uno e ci entrò per tagliarsi i capelli. Guarda
caso, il padrone era stato per anni il barbiere di Croce.
Il suo vero rapporto con Napoli venne dopo. Nel 1978, invitato a un convegno nella sede
napoletana del Goethe Institut, alla Riviera di Chiaia, fu raggiunto da Gerardo Marotta che si era
precipitato per chiedergli di tenere una conferenza al suo Istituto per gli Studi Filosofici, di cui era
stato tre anni prima il coraggioso ideatore. Tali furono le insistenze, che Gadamer, dopo una
notte di lavoro, il mattino dopo consegnò il testo a Marotta per la traduzione. La lezione strabiliò
l'uditorio e da quel giorno partì il filo rosso che lega il filosofo tedesco all'Istituto per gli Studi
Filosofici.
Così, per tutti gli anni, in primavera Gadamer viene a Napoli. I suoi seminari, anche ora che
l'Istituto è passato ad una sede più ampia, a Palazzo Serra di Cassano, creano seri problemi
logistici: anche se tutte le sale, collegate con video, sono affollatissime, non bastano a
contenere studenti, professori, filosofi, il pubblico vario che accorre ad ascoltare Gadamer (che
parla in italiano, sia pure con accento teutonico) da quella che ormai è diventata la sua seconda
cattedra, dopo Heidelberg. Dalle 16 alle 19 anche gli scaloni di accesso sono stipati dal pubblico
che non trova posto nelle aule. E quello spettacolo di folla variopinta, stretta e accoccolata lungo
i gradini delle varie scale, in ascolto del verbo filosofico in religioso silenzio, è il segno dell'amore
per la filosofia. Fa venire in mente la scena degli apostoli che ascoltavano la parola del Maestro.
Ormai è un appuntamento che vede, ogni anno, accorrere a Napoli pubblico dalle regioni
limitrofe, oltre ai borsisti da tutta Europa.
A Napoli la casa di Gadamer è l'Hotel Vesuvio, la camera è sempre la stessa, l'833, all'ottavo
piano, con balcone e terrazzino: davanti il golfo spalancato e Capri che si vede a occhio nudo. Al
mattino Gadamer, con il suo bastone, attraversa la strada, e fa una passeggiata di tre quarti
d'ora nei pressi del vicino Castel dell'Ovo. Sabato e domenica va a Capri, seguito da un codazzo
di studenti, o, in alternativa, a Pompei, Ercolano, Capodimonte. A Gadamer piace molto la
società culturale napoletana. Ammira i bei palazzi. Apprezza la grazia, la classe, l'eleganza e la
bellezza delle donne napoletane. Barbara e Valeria, le due giovani figlie di Marotta, gli fanno
compagnia e gli raccontano la città; con Titti Marrone e Antonella Ciccarelli dell'Istituto che,
insieme al professor Gargano, fungono da assistenti, si trova benissimo; a tavola ama il Greco di
Tufo rosso, un vino squisito dell'Irpinia. E, alla sera, ascolta ancora studiosi nella piccola sosta
al bar, qualche whisky o un dito di wodka.
Gadamer è rimasto colpito dall'entusiasmo, dalla voglia di sapere dei ragazzi del Sud. A
Cosenza, dove tenne una conferenza, in uno dei giri itineranti dell'Istituto per gli Studi Filosofici di
Marotta, mai visti tanti studenti. "Mi avevano parlato della difficoltà della regione, però io percepii
l'impegno di quei giovani e la loro cultura. La scuola dovrebbe preparare i ragazzi alimentando il
loro naturale desiderio di conoscenza e non soffocarlo: conoscere non vuol dire immagazzinare
dati, ma imparare a ricercare, ad ascoltare, a restare aperti alle nuove esperienze. Spero che
l'Istituto italiano per gli Studi Filosofici costituirà nel prossimo futuro un modello per l'Europa, per
superare gli ostacoli rappresentati dalla burocratizzazione degli studi in un mondo che minaccia
d'irrigidirsi nelle proprie istituzioni e ideologie".
Napoli ha ricambiato tanto affetto con il conferimento a Gadamer della cittadinanza onoraria.
Quando il filosofo è a Napoli, la hall del suo albergo rigurgita di giovani che spesso finiscono
addirittura fuori dall'albergo, sulla via. La gente che passa, vedendo tanta folla, pensa a un divo di
Hollywood. Nella terra di Vico, di Croce e dove è risuonata la voce di Tommaso D'Aquino, di
Giordano Bruno certe differenze si fanno ancora. |