RASSEGNA STAMPA

12 FEBBRAIO 2000
FRANCESCO TOMATIS
Se Leopardi viene dopo il nichilismo
Una rilettura del poeta della "sofferenza che salva" in rapporto con la dimensione religiosa
Roberto Franzini Tibaldeo, "Sofferenza e infinito", L'Arciere, Pagine 176. Lire 28.000
"Perché se l'uomo doveva essere inevitabilmente infelice, come ora accade, ne segue che al primo nell'ordine degli enti, è meglio il non essere che l'essere, ne segue che l'uomo non solo non deve amare né conservare la sua esistenza, ma distruggerla". Quest'affermazione non risale alla sapienza silenica, teorizzatrice del non esser nati, e in alternativa del morire al più presto, quale cosa migliore per l'uomo, né a Sofocle, che nell'Edipo a Colono afferma: "Non nascere, il discorso che tutti vince. Il secondo, appena nati tornare subito da dove si è venuti". Nemmeno è estrapolata dal Libro di Giobbe. Né dall'Ecclesiaste. È a Leopardi che dobbiamo tale rivisitazione classica, nel suo Zibaldone di pensieri (364-365). È a partire da quello che potremmo definire "nichilismo classico", che è necessario partire per poter capire il pensiero di Leopardi sulla religione, precisamente la sua "religiosità tragica", indagata con acribia filologica e vigile guida filosofica, nel collocarla nel dibattito contemporaneo, dal recente lavoro del giovane studioso Roberto Franzini Tibaldeo. Lo studio di Franzini per un verso colloca il pensiero di Leopardi, nella sua inscindibilità anche dalla forma poetica che assume, all'altezza dell'attuale dibattito filosofico sul nichilismo. In questo già i lavori di celebri filosofi come Alberto Caracciolo, Leopardi e il nichilismo (Bompiani 1994) ed Emanuele Severino, Il nulla e la poesia e Cosa arcana e stupenda (Rizzoli 1990 e 1997), avevano individuato in Leopardi il pensatore che forse più ancora di Nietzsche incarna per l'età attuale l'anima nichilistica dell'Occidente, la convinzione della radicale nullità delle cose, del loro uscire dal niente e tornarvi inesorabilmente. Tuttavia, seguendo la distinzione di Caracciolo fra "niente nichilistico" e "nulla religioso", Franzini coglie nello scavo leopardiano della sofferenza umana il luogo stesso di uno spazio religioso. Certamente si tratta di una religiosità tragica, propria di una salvezza senza felicità, di un nulla senza essere, di una religione senza un Dio vivente, personale. Eppure è forse già abbastanza per poter dire che Leopardi in ciò eccede lo stesso nichilismo tragico di cui è pur così profondo continuatore, per aprire nuove vie spirituali al pensiero ancora da venire. Non si tratta solamente di quella "religione delle illusioni" positivamente indicata da Leopardi nel cristianesimo stesso, che, avendo con la propria razionalità dissipato gli illusori idoli del mondo mitico, può riattingere una verità non materialisticamente ridotta a ciò che è sensibilmente ragionevole, nell'aprirsi alla rivelazione, al sovrannaturale. Ma soprattutto della lenta poesia del Leopardi, che, sia in forma versificata sia discorsivamente filosofica, domanda ancora sempre, anche qualora tutto sia morto o passato, riattiva la memoria, nonché realizza quell'unico metodo di accedere al vero, che, dopo aver razionalmente criticato come falso ogni assoluto, non distrugge l'idea di Dio, possibilità di tutto, e sciolto da ogni necessità mortale ascolta nello stesso soffrire l'infinito. La risposta oltretragica di Leopardi, pensatore tragico, alla civiltà nichilistica di cui ha colto la immane misura non può essere né semplicemente l'ingenuo ritornare a una poesia delle illusioni, né l'autodistruggersi filosofico in un niente senza fine, bensì il far ancora poesia, ma non senza filosofia.
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