RASSEGNA STAMPA

11 FEBBRAIO 2000
BRUNO GRAVAGNUOLO
Gadamer verità come arte dell'incontro
I CENTO ANNI DEL GRANDE STUDIOSO INVENTORE DELL'ERMENEUTICA
Dibattito al "Goethe" con Rudolph Marramao Verra e Petrucciani
E alla fine il filosofo centenario, stanco e festeggiatissimo anche in Germania, se ne rimasto invisibile ad Heidelberg in riva al Neckar. Dove risiede ed è divenuto ormai un'icona popolare. Genius loci, erede dell'ombra di Hölderlin ed Hegel, che qui soggiornarono nel primo ottocento. Invece della video conferenza in diretta, è arrivata la sua voce registrata. Una piccola cavalcata nei secoli, lungo il millenario rapporto culturale tra Italia e Germania. Cavalcata storica impeccabile, con il piede in due staffe: il greco e il latino. Le due lingue che hanno reso indissolubile un vincolo tra nazioni cementato dalla caduta dell'impero romano, dalle invasioni barbariche e dal Sacro Romano Impero.
Semplice, direte voi. Dov'è la novità? Certo, la lotta col Papato, gli Svevi, il Rinascimento, l'Illuminismo. E poi l'infinita teoria di viaggiatori "italomani" tedeschi, veri scopritori dell'identità italiana. Con Herder - padre e figlio - e Goethe - padre e figlio - in testa. E poi ancora gli hegeliani di Napoli. E Croce e Gentile, e Heidegger nel dopoguerra. Fino al Gadamer incontrastato nume dell'Istituto per gli studi filosofici. Insomma fino al Gadamer di oggi. E allora? E allora la "novità" stava, in sottotraccia, nel ribadito cuore tardo-novecentesco della filosofia di questo pensatore, proprio stamane centenario. Stava nel linguaggio, architrave teoretica dell'allievo eterodosso di Heidegger. Sospeso tra scetticismo radicale e tradizioni. Tra "gioco" e "riabilitazione della filosofia pratica", cioè morale. E in bilico tra esperienza irripetibile dei vissuti culturali, e "fusione di orizzonti". Tra storicismo e antistoricismo. Tra umanesimo e no.
A sceverare i vari aspetti di tutto questo lascito si sono ieri dedicati, al Goethe di Roma, quattro filosofi: Enno Rudolph, Valerio Verra, Giacomo Marramao e Stefano Petrucciani. Mentre proprio in questi giorni analoga esegesi svolgono variamente Vattimo, Franco Volpi, Marino Freschi, persino Colletti, quant'altri mai alieno dal "post-heideggerismo". Segno che il sorprendente centenario ha inciso, in qualche modo. E che tutti, proprio tutti, gli riconoscono un posto d'onore nella filosofia contemporanea. Oltre le indubbie doti di "urbanizzatore della filosofia di Heidegger", secondo la battuta acidula di Habermas, pure da Gadamer influenzato in gioventù. Dunque, il linguaggio. Ed Heidegger. A Marburg, dove Gadamer nasce nel 1900, c'era Heidegger, ma anche i neokantiani: Cassirer, sopra tutti. E in quei paraggi Cohen, Natorp e Dilthey, Husserl. Se è vero che da "Essere e tempo", viene a Gadamer la "gettatezza storica nel linguaggio", dai neokantiani gli viene invece il nesso "lingua-categorie", come apriori fluido. Lo stesso "apriori" che gli consentirà di scorgere in Platone l'insuperabilità della dialettica come "gioco", rendez-vous di prospettive tra i parlanti. Che si toccano e si allontano, duellano e si ritrovano, per poi perdersi. In una continua "fusione di orizzonti", che forma tradizioni. Da interrogare e riesaminare nel corso dei millenni. Nasce così l'ermeneutica aperta di Gadamer di cui "Verità e metodo" del 1960 sarà la Bibbia. Nelle cui pieghe s'annida l'infinito "interpretare" di Schleiermacher, che capisce più di quel che ogni autore ha inteso dire. Assieme all'Erlebnis - "esperienza vissuta" di Dilthey - secondo cui la "comprensione" è ben più che "spiegazione causale". Già, ma Heidegger? Rimane sullo sfondo. Riformato. Senza più rivelazioni epocali, superamenti della metafisica, avventi destinali dell'Essere oltre la tecnica. Finito e infinito, tradizioni ravvivate e opacità non rischiarata, danzano così all'infinito nell'ermeneutica di Gadamer. Ma sovrano è il linguaggio, unica verità, che - come Rudolph ben spiegava - si riapre in Gadamer alle scienze, come "interrogazione illuminista" degli "ambiti di vita", di "immagini del mondo" e "forme simboliche". In perenne dialogo introspettivo con se stesso.
Perciò Gadamer mediatore. Tra Cassirer e Heidegger. Tra neokantismo e heideggerismo. E sulla natura paradossale e mediatrice di Gadamer s'è intrattenuto non a caso Valerio Verra. Critico con l'antica interpretazione "nichilistica" di Vattimo, proclive a far coincidere Gadamer con Nietzsche. "No - dice Verra - l'antifondazionismo gadameriano non è distruzione creatrice. Ma scoperta continua di orizzonti sempre nuovi. Che svaniscono, si allontanano e ritornano. Ombre che nascono dall'interrogazione di un passato sfuggente, quando viene interrogato. Ma dal cui gioco nascono nuove prospettive, non storicistiche o lineari".
Giacomo Marramao, dal canto suo, l'ha presa alla lontana. Riespone le tappe dell'intersenzione filosofica Italia -Germania. E ricorda la scoperta, orinai pregressa in Italia, di Schmitt, Jünger, Heidegger: "Sono gli autori del disincanto e della crisi della politica nelle maglie della tecnica. Autori oggi inconsapevolmente sottesi a una politica attardata. E ancora alle prese con la sindrome di Weimar". Gadamer? Per Marramao è veramente "nuovo". E' il pensatore contro l'era xenofoba: "Il suo - conclude - è l'universalismo futuro delle differenze. Di individui sociali che comunicano senza sopprimersi".
Infine Petrucciani, che ha parlato di Habermas, a cui Gadamer dette stimoli: "E' lui il vero erede di Gadamer, oltre che di Adorno. E il suo successo nasce dal grande tentativo di ancorare verità e democrazia. Etica dell'argomentare e interpretazioni in conflitto".
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