RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2000
FRANCO FERRAROTTI
La totalità secondo Émile Durkheim
Donald A. Nielsen, "Three Faces of God: Society, Religion, and the Categories of Totality in the Philosophy of Émile Durkheim", New York State University Press, Albany 1999, $ 28.
Se le loro menti non fossero protette da una dura corazza di luoghi comuni, il libro di Donald A. Nielsen su Émile Durkheim dovrebbe indurre sentimenti di vergogna nei sociologi europei. Ancora una volta, infatti, è dagli Stati Uniti che ci giunge un ardimentoso, forse temerario, tentativo di collegare un sociologo classico, prestigioso caposcuola della sociologia francese fedelmente seguito e coadiuvato da Maurice Halbwachs e Marcel Mauss, quale è stato Émile Durkheim, alla tradizione filosofica e sociologica europea, da Aristotele a Spinoza, Kant, Rousseau, Toennies e Renouvier. È certamente un impressionante tour de force! E il paradosso continua: è curioso e persino sorprendente che autori classici della sociologia europea tornino in Europa e ridiventino oggetto di seria discussione attraverso un'imprevista deviazione di percorso dagli Stati Uniti. Il precedente più illustre in proposito è quello di Talcott Parsons che, fin dal lontano 1937, con la sua ponderosa The Structure of Social Action, riportava e metteva sotto il naso degli studiosi europei le figure di Émile Durkheim, di Max Weber e di Vilfredo Pareto.
Ciò non vuol dire che il contributo di Nielsen sia tutto da accettare, come si dice, a scatola chiusa. Il suo intento è chiaramente precisato in apertura: determinare la genealogia dei concetti fondamentali su cui si fonda la costruzione di Durkheim sotto un triplice profilo - a) le categorie dello spirito umano; b) il "tutto" o il concetto di "globalità", non privo di influenza su quella che sarà la tesorizzazione del "fatto sociale totale" del discepolo Marcel Mauss; c) il rapporto altamente problematico fra le parti e il "tutto"-. A giudizio di Durkheim, la società si pone come il tutto che viene prima e conferisce significato alle singole parti, che nel loro insieme la costituiscono. Di qui, la sua critica a Ferdinand Toennies, il fortunato autore di Comunità e Società: una dicotomia che Durkheim critica e rigetta in quanto priverebbe la società come compagine unitaria e totalità dinamica della sua forza propulsiva.
È però nella trattazione delle "categorie" che gli argomenti adottati da Nielsen per chiarire la concezione di Durkheim mi sembrano carenti.
Sfugge in particolare un punto cruciale: le categorie, sia in Aristotele che in Durkheim, sono certamente problematiche ed, entro certi limiti, ambigue, ma il rischio che esse vengano interpretate e concettualmente usate come dotate di una validità ontologica (basti pensare, per Durkheim, alla famosa "coscienza collettiva"!) è un rischio reale che, in più d'un caso, contribuisce a far cadere la ricerca sociologica nella palude di una diatriba metafisica per definizione inverificabile e quindi oziosa. Nel caso di Durkheim, è da qui, dalla "metafisicizzazione" di certe categorie, che parte l'accusa di "socio-centrismo". Nielsen ha invece la mano felice quando chiarisce che per Durkheim, come del resto per i suoi predecessori Saint-Simon e Comte, la sociologia non è riducibile a una pura e semplice teonica o "social engineering", ma deve al contrario porsi e fronteggiare il problema della ricostruzione della società poiché, come già aveva osservato l'indomani della Rivoluzione francese, con la sua tipica eloquenza, Saint-Simon, "l'umanità non è fatta per abitare nelle caverne o fra le macerie".
Nessuna confusione, però, è dato di scorgere in Durkheim fra momento analitico e intervento terapeutico. La sociologia non si esaurisce per lui in mera contemplazione, ma neppure trova la sua vocazione specifica nella riforma sociale. Durkheim critica sia Saint-Simon che Comte e non risparmia accenni polemici a Herbert Spencer. La loro sociologia è inadeguata, troppo generalizzante per riuscire socialmente utile, intrisa di elementi filosofici non sufficientemente elaborati, incapace di dare indicazioni efficaci ed emiricamente verificabili a una società che ormai gli appare preda di pregiudizi e di discriminazioni inammissibili, di xenofobia e di corruzione. Forse a questo proposito una certa attenzione al contesto avrebbe fortemente aiutato l'interpretazione e la ricostruzione critica tentate da Nielsen. Come dimenticare che la sociologia, anche in Francia, era sempre stata tenuta ai margini della cultura ad alto livello, salvo a guadagnarsi rispetto e prestigio soprattutto in occasione dell'Affare Dreyfus?
Le tensioni e i problemi della Terza Repubblica giocano un ruolo fondamentale nel pensiero di Durkheim - un pensiero che non abbandona mai le sue origini filosofiche, ma che è ben lungi dal temere di sporcarsi le mani quando si tratta di fare i conti, sociologicamente, con le questioni dell'attualità. L'ansia per la costruzione di un sistema fondamentalmente "monistico" non impedisce a Durkheim di misurarsi con i problemi del presente, come ampiamente comprovano la divisione del lavoro sociale e lo straordinario saggio sul Suicidio.
È vero, tuttavia che ogni singola ricerca è da Durkheim ricondotta al quadro generale della sua sociologia e si giustifica come un tassello o una tappa nella laboriosa indagine sulla "solidarietà sociale perduta".
Quando infine gli studi sugli aborigeni australiani, gli Arunta, gli dicono che forse la società non è l'unico valore supremo, visto che quel gruppo sociale è pronto ad affrontare l'auto-estinzione pur di non violare il proprio totem, Durkheim riconosce, con grande onestà intellettuale, che si danno valori trascendenti che reggono, senza necessariamente contraddirla, la convivenza umana. "Dio ha tre facce - conclude Nielsen - l'una riflessa nella società, un'altra nella religione, la terza nella Natura... E tuttavia, ognuna di queste tre facce sono, in qualche senso, visioni differenti di un'unica realtà". Il nome di Hegel, nello studio di Nielsen, è menzionato solo di passata, ma sembra certo che solo un impulso dialettico potrà garantire al rapporto fra gli elementi di questa triade un grado di dinamismo sufficiente a farsi storia.
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Sociologia