| Donald A. Nielsen, "Three Faces of God: Society, Religion, and the
Categories of Totality in the Philosophy of Émile Durkheim", New York State University Press, Albany 1999, $ 28. | Se le loro menti non fossero protette da una dura corazza di luoghi
comuni, il libro di Donald A. Nielsen su Émile Durkheim dovrebbe indurre
sentimenti di vergogna nei sociologi europei. Ancora una volta, infatti, è
dagli Stati Uniti che ci giunge un ardimentoso, forse temerario, tentativo
di collegare un sociologo classico, prestigioso caposcuola della
sociologia francese fedelmente seguito e coadiuvato da Maurice
Halbwachs e Marcel Mauss, quale è stato Émile Durkheim, alla
tradizione filosofica e sociologica europea, da Aristotele a Spinoza,
Kant, Rousseau, Toennies e Renouvier. È certamente un impressionante
tour de force! E il paradosso continua: è curioso e persino sorprendente
che autori classici della sociologia europea tornino in Europa e
ridiventino oggetto di seria discussione attraverso un'imprevista
deviazione di percorso dagli Stati Uniti. Il precedente più illustre in
proposito è quello di Talcott Parsons che, fin dal lontano 1937, con la
sua ponderosa The Structure of Social Action, riportava e metteva sotto
il naso degli studiosi europei le figure di Émile Durkheim, di Max Weber
e di Vilfredo Pareto.
Ciò non vuol dire che il contributo di Nielsen sia tutto da accettare, come
si dice, a scatola chiusa. Il suo intento è chiaramente precisato in
apertura: determinare la genealogia dei concetti fondamentali su cui si
fonda la costruzione di Durkheim sotto un triplice profilo - a) le
categorie dello spirito umano; b) il "tutto" o il concetto di "globalità", non
privo di influenza su quella che sarà la tesorizzazione del "fatto sociale
totale" del discepolo Marcel Mauss; c) il rapporto altamente
problematico fra le parti e il "tutto"-. A giudizio di Durkheim, la società
si pone come il tutto che viene prima e conferisce significato alle singole
parti, che nel loro insieme la costituiscono. Di qui, la sua critica a
Ferdinand Toennies, il fortunato autore di Comunità e Società: una
dicotomia che Durkheim critica e rigetta in quanto priverebbe la società
come compagine unitaria e totalità dinamica della sua forza propulsiva.
È però nella trattazione delle "categorie" che gli argomenti adottati da
Nielsen per chiarire la concezione di Durkheim mi sembrano carenti.
Sfugge in particolare un punto cruciale: le categorie, sia in Aristotele che
in Durkheim, sono certamente problematiche ed, entro certi limiti,
ambigue, ma il rischio che esse vengano interpretate e concettualmente
usate come dotate di una validità ontologica (basti pensare, per
Durkheim, alla famosa "coscienza collettiva"!) è un rischio reale che, in
più d'un caso, contribuisce a far cadere la ricerca sociologica nella
palude di una diatriba metafisica per definizione inverificabile e quindi
oziosa. Nel caso di Durkheim, è da qui, dalla "metafisicizzazione" di
certe categorie, che parte l'accusa di "socio-centrismo". Nielsen ha
invece la mano felice quando chiarisce che per Durkheim, come del
resto per i suoi predecessori Saint-Simon e Comte, la sociologia non è
riducibile a una pura e semplice teonica o "social engineering", ma deve
al contrario porsi e fronteggiare il problema della ricostruzione della
società poiché, come già aveva osservato l'indomani della Rivoluzione
francese, con la sua tipica eloquenza, Saint-Simon, "l'umanità non è
fatta per abitare nelle caverne o fra le macerie".
Nessuna confusione, però, è dato di scorgere in Durkheim fra momento
analitico e intervento terapeutico. La sociologia non si esaurisce per lui
in mera contemplazione, ma neppure trova la sua vocazione specifica
nella riforma sociale. Durkheim critica sia Saint-Simon che Comte e non
risparmia accenni polemici a Herbert Spencer. La loro sociologia è
inadeguata, troppo generalizzante per riuscire socialmente utile, intrisa
di elementi filosofici non sufficientemente elaborati, incapace di dare
indicazioni efficaci ed emiricamente verificabili a una società che ormai
gli appare preda di pregiudizi e di discriminazioni inammissibili, di
xenofobia e di corruzione. Forse a questo proposito una certa attenzione
al contesto avrebbe fortemente aiutato l'interpretazione e la ricostruzione
critica tentate da Nielsen. Come dimenticare che la sociologia, anche in
Francia, era sempre stata tenuta ai margini della cultura ad alto livello,
salvo a guadagnarsi rispetto e prestigio soprattutto in occasione
dell'Affare Dreyfus?
Le tensioni e i problemi della Terza Repubblica giocano un ruolo
fondamentale nel pensiero di Durkheim - un pensiero che non
abbandona mai le sue origini filosofiche, ma che è ben lungi dal temere
di sporcarsi le mani quando si tratta di fare i conti, sociologicamente,
con le questioni dell'attualità. L'ansia per la costruzione di un sistema
fondamentalmente "monistico" non impedisce a Durkheim di misurarsi
con i problemi del presente, come ampiamente comprovano la divisione
del lavoro sociale e lo straordinario saggio sul Suicidio.
È vero, tuttavia che ogni singola ricerca è da Durkheim ricondotta al
quadro generale della sua sociologia e si giustifica come un tassello o
una tappa nella laboriosa indagine sulla "solidarietà sociale perduta".
Quando infine gli studi sugli aborigeni australiani, gli Arunta, gli dicono
che forse la società non è l'unico valore supremo, visto che quel gruppo
sociale è pronto ad affrontare l'auto-estinzione pur di non violare il proprio
totem, Durkheim riconosce, con grande onestà intellettuale, che si
danno valori trascendenti che reggono, senza necessariamente
contraddirla, la convivenza umana. "Dio ha tre facce - conclude Nielsen
- l'una riflessa nella società, un'altra nella religione, la terza nella
Natura... E tuttavia, ognuna di queste tre facce sono, in qualche senso,
visioni differenti di un'unica realtà". Il nome di Hegel, nello studio di
Nielsen, è menzionato solo di passata, ma sembra certo che solo un
impulso dialettico potrà garantire al rapporto fra gli elementi di questa
triade un grado di dinamismo sufficiente a farsi storia. |