RASSEGNA STAMPA

28 GENNAIO 2000
TITTI MARRONE
INTERVISTA A HANS GEORG GADAMER
Non bisogna giocare col passato. Oggi, nel cuore dell'Europa, io vedo giochi pericolosi, e segnali preoccupanti come quelli che vengono dall'Austria, con il rischio che la destra xenofoba di Haider entri nel governo". Ha un bel dire, Hans Georg Gadamer, di essere "solo" un filosofo, e per giunta così convinto dell'irrecuperabilità degli uomini di teoria all'agir pratico da aver scritto un trattatello sull'incapacità politica dei filosofi. Al telefono, un attimo dopo aver sussurrato come in un soffio "ormai sono un vecchio, molto molto vecchio", il maggior filosofo vivente che il 12 febbraio compirà cent'anni ammette placidamente, nonostante la sua bella età: "Il mito della torre d'avorio dei filosofi è una fantasia irreale: siamo tutti, anch'io, nel mezzo delle strutture sociali e degli avvenimenti". E ascoltandolo appare chiaro perché, pur odiando sommamente "le strumentalizzazioni dei media", Gadamer abbia deciso di fare, con il giornale della città di cui è cittadino onorario da 10 anni, uno strappo alla regola "niente interviste" stabilita da qualche tempo. "Oggi è il 55mo anniversario della liberazione dei lager. È un giorno buono per ricordare, e so di doverlo fare io anche per chi rifiuta la memoria. Ecco, vado indietro all'inizio degli anni Trenta di quel Novecento che ho attraversato per intero. Ero giovane, allora. Avevo appena avuto l'abilitazione con Martin Heidegger e come molti colleghi ero convinto che quell'esaltato con piccoli baffi che aveva vinto le elezioni non avrebbe avuto lunga durata, come personaggio politico. Qualche mese, pensavo, al massimo un anno. E invece fu il nazismo. E invece, cinque anni dopo, con l'Anschluss proprio l'Austria fu inghiottita dal Reich. Da allora non è passato poi tanto tempo, se ci si pensa bene. Oggi molti considerano la democrazia come una specie di dono del cielo. Non è così, e proprio la storia della Germania lo dimostra". Ma la destra xenofoba di Haider può essere un prodromo, la minaccia del ritorno di quel passato? "No, in fondo non credo che sia un pericolo molto serio. A meno che le alchimie degli accordi politici non seguano le traiettorie della follia, cosa del resto già successa. Non conosco bene l'Austria, però non essendo certo il Paese economicamente più forte d'Europa, non potrebbe imporre una sua soluzione al resto dell'Unione. Non ci sono, mi sembra, le premesse per un meccanismo di interrelazione commerciale da cui potrebbe nascere una comunanza d'intenti". L'ermeneutica di cui Gadamer è maestro prescrive che ogni atto interpretativo del passato sia possibile grazie al linguaggio. Questo ci può aiutare a leggere al di là di frasi minacciose come quelle xenofobe pronunciate oggi da Haider? "Certo no. Ma non sono frasi nuove, il che significa qualcosa. Allo stesso modo, si sono già sentiti in Europa discorsi sulla "piena occupazione" da raggiungere eliminando gli indesiderati: ieri erano gli ebrei, oggi gli extracomunitari. Io mi chiedo: se proprio l'Europa vuol rivolgersi al passato, perché non cerca nella grande tradizione del pensiero della Grecia antica? Perché non imparare a legare l'agire politico all'idea di unione tra gli uomini, di quella solidarietà che veniva chiamata "philìa"? Ora io sono molto molto vecchio, ho avuto il dono di arrivare a cent'anni, e avendo vissuto per intero il secolo terribile guardo con angoscia i tremori del nuovo millennio. Non li credo pericolosi, ma potremmo essere vicini al limite critico. Con l'arsenale bellico costituito nella seconda metà del '900, qualsiasi guerra generalizzata sarebbe l'ultima dell'umanità. Allora, vedendo tornare sempre le stesse tentazioni, io faccio all'umanità la domanda di Hoffmannstahl: "A che cosa serve l'aver visto molto?"
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