| Non bisogna giocare col passato. Oggi, nel cuore dell'Europa, io vedo giochi pericolosi, e segnali preoccupanti come quelli che
vengono dall'Austria, con il rischio che la destra xenofoba di Haider entri nel governo".
Ha un bel dire, Hans Georg Gadamer, di essere "solo" un filosofo, e per giunta così convinto dell'irrecuperabilità degli uomini di
teoria all'agir pratico da aver scritto un trattatello sull'incapacità politica dei filosofi. Al telefono, un attimo dopo aver sussurrato come
in un soffio "ormai sono un vecchio, molto molto vecchio", il maggior filosofo vivente che il 12 febbraio compirà cent'anni ammette
placidamente, nonostante la sua bella età: "Il mito della torre d'avorio dei filosofi è una fantasia irreale: siamo tutti, anch'io, nel
mezzo delle strutture sociali e degli avvenimenti". E ascoltandolo appare chiaro perché, pur odiando sommamente "le
strumentalizzazioni dei media", Gadamer abbia deciso di fare, con il giornale della città di cui è cittadino onorario da 10 anni, uno
strappo alla regola "niente interviste" stabilita da qualche tempo.
"Oggi è il 55mo anniversario della liberazione dei lager. È un giorno buono per ricordare, e so di doverlo fare io anche per chi rifiuta la
memoria. Ecco, vado indietro all'inizio degli anni Trenta di quel Novecento che ho attraversato per intero. Ero giovane, allora. Avevo
appena avuto l'abilitazione con Martin Heidegger e come molti colleghi ero convinto che quell'esaltato con piccoli baffi che aveva
vinto le elezioni non avrebbe avuto lunga durata, come personaggio politico. Qualche mese, pensavo, al massimo un anno. E invece
fu il nazismo. E invece, cinque anni dopo, con l'Anschluss proprio l'Austria fu inghiottita dal Reich. Da allora non è passato poi tanto
tempo, se ci si pensa bene. Oggi molti considerano la democrazia come una specie di dono del cielo. Non è così, e proprio la storia
della Germania lo dimostra".
Ma la destra xenofoba di Haider può essere un prodromo, la minaccia del ritorno di quel passato? "No, in fondo non credo che sia
un pericolo molto serio. A meno che le alchimie degli accordi politici non seguano le traiettorie della follia, cosa del resto già
successa. Non conosco bene l'Austria, però non essendo certo il Paese economicamente più forte d'Europa, non potrebbe imporre
una sua soluzione al resto dell'Unione. Non ci sono, mi sembra, le premesse per un meccanismo di interrelazione commerciale da
cui potrebbe nascere una comunanza d'intenti".
L'ermeneutica di cui Gadamer è maestro prescrive che ogni atto interpretativo del passato sia possibile grazie al linguaggio. Questo
ci può aiutare a leggere al di là di frasi minacciose come quelle xenofobe pronunciate oggi da Haider? "Certo no. Ma non sono frasi
nuove, il che significa qualcosa. Allo stesso modo, si sono già sentiti in Europa discorsi sulla "piena occupazione" da raggiungere
eliminando gli indesiderati: ieri erano gli ebrei, oggi gli extracomunitari. Io mi chiedo: se proprio l'Europa vuol rivolgersi al passato,
perché non cerca nella grande tradizione del pensiero della Grecia antica? Perché non imparare a legare l'agire politico all'idea di
unione tra gli uomini, di quella solidarietà che veniva chiamata "philìa"? Ora io sono molto molto vecchio, ho avuto il dono di arrivare a
cent'anni, e avendo vissuto per intero il secolo terribile guardo con angoscia i tremori del nuovo millennio. Non li credo pericolosi, ma
potremmo essere vicini al limite critico. Con l'arsenale bellico costituito nella seconda metà del '900, qualsiasi guerra generalizzata
sarebbe l'ultima dell'umanità. Allora, vedendo tornare sempre le stesse tentazioni, io faccio all'umanità la domanda di
Hoffmannstahl: "A che cosa serve l'aver visto molto?" |