RASSEGNA STAMPA

17 GENNAIO 2000
GIOVANNI MARIA PACE
La fabbrica degli uomini
In marzo sarà pronta una sommaria descrizione del Dna umano e tra un paio d'anni conosceremo nel dettaglio tutti i nostri geni. La conclusione del "Progetto Genoma" e il successivo studio delle proteine attraverso cui i geni si esprimono aprono alla medicina orizzonti impensati. Quali? Il premio Nobel Renato Dulbecco, che abbiamo raggiunto al telefono a San Diego (residenza che alterna con Milano), riflette sul momento magico della biologia. Avremo farmaci più potenti, nuove cure per cancro e cardiopatie. Produrremo l'elisir di lunga vita in forma di organi fabbricati in laboratorio per sostituire quelli usurati dal tempo. Una parte importante di questi progressi verrà dal "Progetto Genoma", che si propone di tracciare la sequenza completa delle basi, ovvero delle "lettere" chimiche, in cui è scritto il nostro Dna. La decrittazione rivela i geni, le unità discrete di Dna che plasmano e conservano l'organismo. Questo lavoro di analisi ha visto una accelerazione negli ultimi tempi, tanto che alla fine dello scorso anno è stata presentata la sequenza completa del cromosoma 22, uno dei ventiquattro "bastoncini colorati" in cui si trovano impacchettati i geni.
"Presto conosceremo tutti i geni e la loro relazione con le malattie", spiega il professor Dulbecco. Una relazione spesso diretta. Ma c'è altro.
In cima all'elenco dei traguardi raggiunti nel 1999, la rivista Science colloca la capacità di isolare e gestire cellule staminali umane, le straordinarie cellule pluripotenti, cioè capaci di dare origine a tutte le altre cellule del corpo, la cui coltivazione estende fino all'incredibile la possibilità di sostituire cellule difettose o interi organi malati. Non occorre rivolgersi alla fantascienza per immaginare gli sviluppi della scoperta, dal trapianto di cellule cerebrali nei malati di Parkinson o di demenza senile alla fabbricazione per clonazione di reni, fegati e altri organi perfettamente compatibili col ricevente perché prodotti in laboratorio a partire dalle sue proprie cellule. La manipolazione delle cellule "bambine" promette il miglioramento della salute degli anziani nonché la soluzione del problema trapianti, oggi reso drammatico dalla penuria di organi.
Nel breve volgere di un anno i biologi hanno imparato a controllare il processo che conduce le cellule staminali ad assumere la loro definitiva identità. Ora siamo agli esordi di una tecnologia che, con l'uso di determinati fattori, consentirà di orientare le cellule staminali alla produzione di specifici tessuti. Queste cellule parzialmente differenziate saranno in grado a loro volta di integrarsi nelle cellule di tessuti malati. Non solo. Benché le cellule embrionali abbiano il potenziale maggiore, i ricercatori stanno imparando a manipolare anche cellule staminali ricavate da organismi adulti, una alternativa che porta a una sorprendente varietà di tipi cellulari e ha in più il vantaggio di avvalersi di una materia prima più accessibile e meno bioeticamente controversa. Gli scienziati sono già in grado di formare neuroni, cellule gliali, muscolari e ossee, e anche di sostituire in parte componenti cellulari che mancano nel difettoso processo di mielinazione all'origine della sclerosi multipla e della distrofia muscolare.
Professor Dulbecco, anche lei è del parere che presto ciascuno di noi potrà disporre di una scorta di organi?
"Penso che sarà possibile avvicinarsi all'obiettivo, ma fare un vero e proprio organo, almeno per ora, è difficile.
Avremo dapprima organi semplificati, in grado di esercitare alcune funzioni dell'organo naturale".
E per le malattie che dipendono dalla degenerazione di certe cellule?
"Sarà possibile rimpiazzare le cellule malate con cellule staminali opportunamente differenziate. Ma non disponiamo ancora dei fattori che permettano, per esempio nel morbo di Parkinson, di orientare i neuroni in senso dopaminergico, cioè alla produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che manca nella malattia. Né sappiamo, nel diabete dipendente dall'insulina, come "invitare" le cellule indifferenziate a diventare cellule beta del pancreas. Occorre lavorare in tale direzione e questo è il compito che molti laboratori si sono dati per l'anno in corso".
Sarà la famosa terapia genica?
"No, si tratta per ora di terapia cellulare poiché le cellule staminali hanno l'intrinseca capacità di svilupparsi nella direzione in cui il fattore di differenziazione le orienta e quindi non è necessario inserire il relativo gene nell'organismo. Si agisce insomma dall'esterno sui geni della cellula stessa cambiandoli in maniera da ottenere quel determinato risultato. Del resto la terapia genica è stata finora un fallimento. Forse ha buone possibilità nelle malattie immunitarie congenite e nelle cardiopatie. Parlo della ristenosi, il disturbo per cui, quando si dilata meccanicamente una coronaria quasi chiusa, il vaso tende a occludersi di nuovo perché le cellule muscolari della parete si moltiplicano all'eccesso. Esperimenti in animali mostrano che si riesce a bloccare la moltiplicazione inserendo un determinato gene".
Qualcuno vede nell'intervento sempre più esteso nel sancta sanctorum della vita un pericoloso aggiramento dell'Evoluzione. Nei due o tre milioni di anni della sua storia, l'uomo è evoluto attraverso la selezione naturale, il brutale meccanismo che ha fatto sopravvivere gli esseri più forti ed eliminato i più deboli prima del raggiungimento dell'età riproduttiva. Ma la medicina consente ora la sopravvivenza anche di portatori di difetti genetici gravi. In altre parole, il moderno contesto in cui l'uomo vive impedirebbe alla selezione naturale di fare il suo corso, con prevedibile deterioramento della specie. Condivide?
"Non direi. L'ipotesi darwiniana va un po' cambiata, nel senso che il meccanismo base dell'evoluzione è la duplicazione del gene. Quando il gene raddoppia, la cosa essenziale è che sia compatibile, che non interferisca con le funzioni degli altri geni. Se così è, il gene si perpetua nelle successive generazioni. Se poi, nel corso delle duplicazioni, emerge una variante utile, questa verrà conservata. Per me la selezione si svolge in senso positivo, non elimina i geni "cattivi" ma promuove i geni "buoni". Da questo punto di vista mi sembra che il paventato impatto della medicina sia irrilevante. Del resto le malattie genetiche sono in maggioranza recessive e quindi nell'umanità circola un gran numero di geni alterati che non si manifestano e influiscono pochissimo sulla sopravvivenza della specie".
E' vero che ciascuno di noi è portatore di sette o otto malattie genetiche potenziali?
"Sì. Ma, di nuovo, senza conseguenze: si figuri perciò se la medicina può cambiare il destino dell'umanità".
Cessata, o quasi, l'evoluzione in senso darwiniano, riuscirà l'uomo a modificare se stesso tramite l'ingegneria genetica, innescando così un processo di autoevoluzione?
"In linea teorica è possibile eliminare o inserire un cromosoma nell'embrione, a scopo, poniamo, eugenico. Ma occorre tenere presente che il sistema genetico - il genoma - è bilanciato e una qualsiasi interferenza lo manda in pezzi, basti pensare a quello che succede quando c'è un cromosoma soprannumerario".
Parla della trisomia del cromosoma 21?
"Sì e aggiungo che la sindrome di Down è la sola che vediamo proprio perché la trisomia di qualunque altro cromosoma provoca uno squilibrio tale da impedire la sopravvivenza dell'individuo".
Sono alle viste progressi anche nella cura del cancro?
"Gli oncologi stanno stilando il catalogo dei geni attivi e non attivi nei vari tumori, cioè delle proteine espresse e non espresse. La nuova conoscenza fa intravvedere una terapia diretta a queste proteine, mentre risorge la speranza di un vaccino (ricavato dalle cellule dello stesso paziente) in grado di mobilitare le cellule del sistema immunitario contro l'aggressione del tumore. Una prospettiva molto promettente rimane quella aperta dal Folkman con l'antiangiogenesi, il tentativo di impedire al tumore di rifornirsi di sangue".
E' stata annunciata la nascita di Tetra, la prima scimmia "rhesus" prodotta per clonazione mediante divisione (in quattro) dell'embrione. Ma i bioingegneri hanno fatto di più.
Hanno coltivato in vitro cellule staminali di scimmia, ne hanno estratto i nuclei e, con questi, prodotto cloni; tutti esperimenti sui primati, che sembrano la prova generale della clonazione vietata, quella dell'uomo. Vietata in assoluto?
Il professor Dulbecco è sembrato in un primo tempo ammettere la clonazione umana per ragioni terapeutiche, per esempio nel caso di malattie ereditarie che hanno origine nell'alterazione del Dna mitocondriale, che si trasferisce per via femminile. Se la madre è portatrice del difetto si potrebbe ricorrere esclusivamente al Dna del padre. O perlomeno discutere di questa possibilità, ha detto in una occasione il premio Nobel, per mentalità avverso alle generalizzazioni. Dulbecco preferisce insomma affrontare le questioni alla maniera anglosassone, caso per caso.
"Al momento - dice - non vedo alcuna utilità nella clonazione umana. La tecnica è imperfetta, forse non è neppure possibile perfezionarla perché va contro le regole biologiche. Per fare un clone occorrono centinaia di tentativi, centinaia di madri portatrici disposte all'esperimento, che potrebbe dare feti malformati o malati.
No, sarebbe una pazzia!".
Una pazzia, oggi. Ma domani?
inizio pagina
vedi anche
Biotecnologie