RASSEGNA STAMPA

14 GENNAIO 2000
FRANCO VOLTAGGIO
L'ONORE DI UN MARRANO
INTERVISTA A EDGAR MORIN, FILOSOFO E SOCIOLOGO DELLA MULTIDIMENSIONALITA' TRA SCIENZA E POLITICA
Il dubbio, la fede, la razionalità, il misticismo. Ne "I miei démoni", la traiettoria esistenziale di un intellettuale. Tra accettazione e rifiuto della propria origine ebraica e del marxismo
Edgar Morin, "I miei démoni", a cura L. Pacelli e A. Perri, Meltemi, pp. 255, L. . 32.000
Nel 1942 un giovane intellettuale francese, Edgar Morin, si iscrive al Partito Comunista ed entra nella Resistenza. A fargli prendere questa decisione cospira una folla di ragioni: la volontà di combattere l'occupazione tedesca all'interno di un progetto che, come tanti giovani del suo tempo, era destinato - così si pensava e sperava - a cambiare il mondo; l'accettazione e insieme il rifiuto della propria origine ebraica. Accettazione come franco riconoscimento delle proprie radici, rifiuto come atteggiamento di chi, indignato e sconvolto dall'antisemitismo, intuisce però che dopo l'inevitabile sconfitta del nazismo, il probabile ribaltamento degli ebrei da popolo maledetto a popolo eletto potrebbe risolversi in una caduta vertiginosa nella trappola del nazionalismo e dell'imperialismo. E ancora, ricerca dell'autentica condizione umana, una condizione che può essere attinta unicamente riguardando l'essere cristiani, ebrei o agnostici quale possesso di aggettivi che raccontano una storia, non già di sostantivi che spacciano l'essere uomo o donna come deduzione dall'appartenenza a un'etnia o a una nazione. Infine, la volontà di vivere. Già, perché vivere, per lui come per Paul Nizan o Jean-Paul Sartre - pensiamo soprattutto all'autore dell'Età della ragione, il bel romanzo autobiografico in cui Sartre-Marcel decide, sul finire del libro, di entrare nelle file dei comunisti francesi e partecipare alla lotta contro il nazismo - non significa sopravvivere, nascondendosi o vivacchiando alla meglio imboscati nelle stanze di una qualsiasi istituzione culturale dotata di qualche franchigia riconosciuta dalla stessa Potenza occupante, ma darsi da fare, combattere, affrontando il rischio della morte.
E' probabile che in questa decisione giochi, come in Sartre, il felice fraintendimento dell'"essere per la morte" di Martin Heidegger. Si "è per la morte", così pensavano quei clercs, non perché l'immersione nel nulla disvelerebbe l'autenticità dell'essere, ma semplicemente perché la morte, in fondo, è una povera e stolida cosa. Occorre certamente affrontarla e sfidarla, ma, per l'appunto come un ostacolo che va rimosso, giorno per giorno, per consentire la felicità di un amore, l'occasione di un incontro o di una conversazione, un'attenzione aperta e minuziosa per tutti i piccoli fatti della vita, che rivendicano la loro legittimità a fronte della stupidità della violenza e della guerra.
Comincia così per Morin uno straordinario viaggio che lo conduce innanzitutto alla sociologia, da lui intesa come disciplina in cui meglio può agire la strategia dell'attenzione per l'umano, e, attraverso lo studio della filosofia e della scienza alla scoperta, ancora oggi non del tutto definita, che non v'è forma di sapere che non sia in primo luogo la fioritura del vissuto. Sotto questo aspetto, Morin, ormai vicino agli ottanta anni, è rimasto il giovane di sessant'anni fa, anche se forse la vecchiaia gli ha recato in più il dono della dolcezza e dell'ironia.
Le coordinate di una vita tanto intellettualmente ed emotivamente intensa si ritrovano ora in un libro da poco uscito in traduzione italiana: i miei démoni, trad. di L. Pacelli e A. Perri, Meltemi, pp. 255, L. . 32.000. In occasione della presentazione del volume a Roma, siamo andati a incontrarlo in una saletta dell'Accademia di Francia.
Professore, che cosa e quali sono i suoi démoni?
E' appena il caso di sottolineare che con la parola "démone" non mi riferisco né a un'entità metafisica, come il diavolo, e neppure al dáimon di Socrate. Si tratta piuttosto di pulsioni e di idee che mi hanno sollecitato e stimolato per tutta la vita.
Provo a enumerarli: il dubbio, la fede, la razionalità, il misticismo, ma forse è bene che spieghi che cosa io intenda per razionalità e misticismo. Per me la razionalità è quella che si esprime al meglio nella ragione hegeliana, una ragione che non solo non esclude le contraddizioni, ma al contrario le considera come occasioni per una più matura comprensione della realtà.
Una contraddizione tipica della scienza è quella incontrata da Schrödinger nella definizione delle particelle elementari. Per l'osservatore la particella sembra comportarsi insieme come un'onda e come un corpuscolo. E' ovvio che onda e corpuscolo sono espressione di due concetti tra loro contraddittori. Ora la contraddizione può essere superata definendo la particella un microsistema in vibrazione, una definizione che salva la peculiarità dei due concetti dando luogo alla coerenza. Ecco, per me la ragione è la ricerca e il raggiungimento della coerenza, una dimensione che, come in Hegel, risulta dalla conservazione e superamento delle contraddizioni. Di contraddizioni è fatta la vita stessa: incontrarle, farle incontrare tra loro, produrre la coerenza, in etica come in politica, è stata una delle mie ossessioni o, se preferisce, uno dei miei démoni. Per quanto riguarda il misticismo - un tema cui ho dedicato lunghi studi - non lo definirei nei termini in cui l'esperienza mistica cristiana o ebraica è stata vissuta e comunicata dalla tradizione, una sorta di estenuazione del sé in Dio, ma come un'apertura al vissuto. Ecco, la dimensione mistica nella quale mi riconosco è semmai quella cinese del Tao, la "madre delle diecimila creature", nella quale agiscono le due forze primordiali, dello Yang e dello Yin, del "maschile" e del "femminile". In definitiva, l'improvvisa scoperta della forza e della grandezza della vita, che non ha bisogno di nulla per nascere e fiorire.
Professore, lei è un "marrano", cioè un ebreo o convertito o agnostico, che ha tuttavia conservato le proprie radici. Da quanto ho capito, leggendo il suo libro, marrana era la condizione della sua famiglia, nata da remoti ascendenti greci, italiani (di Livorno), spagnoli. A quel che sembra, lei conferisce una speciale importanza al marranismo, quasi facendone la situazione ideale per procedere nella conoscenza e nella comprensione. Ma allora, le chiedo, qual è il senso dell'esperienza "marrana"?
Direi che il suo senso consiste nell'andare al di là della tradizione mosaica e di quella cristiano-cattolica. Riconoscersi certamente come ebrei, ma rifiutarsi quali Ebrei, scoprire che la propria storia non va intesa come permanenza in una maledizione o in una elezione, che altri rifiutano perseguitando, ma piuttosto come occasione per valersi di quanto la storia ha prodotto in noi per incontrare l'altro. Va infine tenuto presente che la tradizione mosaica, alla quale sono così tenacemente attaccati i nazionalisti di Israele, nasce da un paradosso. Mosé non era ebreo, ma egiziano. Scelse di guidare gli Ebrei perché colpito e afflitto dalla loro condizione di sudditanza e di sfruttamento in Egitto. La sua fu una scelta di libertà, più etico-politica che teologica. E' significativo il fatto che restò fuori dalla Terra Promessa. Dio aveva voluto così. (Ma forse, aggiungiamo noi, Mosé stesso lo voleva, ndr).
Anche Marx e Freud erano dei "marrani" o meglio dei "postmarrani"?
Direi di sì. In Freud c'è insieme l'attrazione per la grandezza dei Gentili, in particolare per la civiltà di Roma (nel Disagio della civiltà l'inconscio viene paragonato al sottosuolo della Roma antica, le cui rovine sono nascoste dalla stratificazione della città moderna, ndr), e per la tradizione mosaica, come risulta evidente dal saggio su Mosé e il monoteismo. Quanto a Marx, il suo marranismo si manifesta insieme come rifiuto e traduzione: rifiuto perché rinnegamento e confutazione del capitalismo, almeno in quanto c'è di ebraico in esso (una condizione che lo avvicina a Mosé che distrugge il vitello d'oro, ndr); traduzione, perché il messianismo mosaico viene tradotto nel messianismo proletario, in definitiva nell'idea della rivoluzione.
Professore, lei è stato comunista, poi si è allontanato dal comunismo perché non era disposto a riconoscersi nello stalinismo. Da questo punto di vista, parrebbe che lei ritenga di aver superato il marranismo di Marx. E' così?
Sì. Sono stato comunista, ma anche da giovane non mi convinceva l'idea di una scelta politica che, ai miei occhi, si presentava come l'ancoraggio a un progetto di salvazione, mentre quello che mi attirava del comunismo era piuttosto mettersi in gioco, il rischio. Scegliere non è un tagliare i ponti con tutto il resto, ma semmai porsi nella situazione di incontrare la diversità e complessità della condizione umana.
Una sua dominante "magnifica ossessione" è l'etica. Nel suo libro lei parla, in particolare, dell'autoetica. Ma che cos'è l'autoetica?
L'aspetto più desolante della civiltà contemporanea si rivela nel suo presentarsi come un supermercato dei valori. Di volta in volta si adotta questa o quella opzione etica così come si acquista un surgelato o una saponetta. Per me questa non è ovviamente etica. La dimensione morale si attinge unicamente con la introspezione, quale esito di un dialogo tra me e me. Le scelte etiche reali nascono da questa autospecularità. Di qui discende la possibilità della coerenza tra pensiero e comportamento, in una parola quello che io chiamo onore.
A quanto risulta da quel che lei scrive, l'autoetica non si risolve tuttavia nell'isolamento. Al contrario, la sua ricerca della coerenza individuale si associa a quella di un approccio in cui sia possibile agli altri riconoscersi. Non è forse il senso di quella che lei chiama antropoetica? Ho capito bene?
Penso di sì. Vede, l'antropoetica deriva dal riconoscimento della stretta relazione tra il singolo e gli altri. Per usare un termine desunto dal lessico della botanica, la vera etica nasce dall'embricazione tra individuo e specie, specie e individuo, molteplicità e individualità. Una vera etica consiste nel cogliere le relazioni tra uomo e uomo come fiori che emergono da un unico ramo.
Probabilmente questo spiega la sua passione e professione di sociologo. A questo riguardo, nei "Miei démoni" lei definisce le donne "agenti segreti della modernità". Che cosa vuol dire?
Mi riferisco a una ricerca fatta in Bretagna nel 1965. Nel paesino in cui concentravo le mie indagini, gli uomini erano tenacemente attaccati a secolari abitudini di vita. Non concepivano la possibilità di gabinetti che fossero collocati nelle abitazioni, provavano diffidenza e perplessità per gli elettrodomestici. Le donne erano diverse. Volevano tutte le innovazioni proprie del vivere contemporaneo e stimolavano mariti e fratelli ad appropriarsene. Forse avevano intuito il valore dei doni della modernità, almeno di quanto c'è in essa di liberante, e se ne facevano, per così dire, gli agenti segreti.
Quanto lei ha detto adesso mi porta a chiederle qualche cosa circa il suo interesse per il rapporto tra presente e passato, tra innovazione e tradizione. E' probabile che da questa sua profonda pulsione scaturisca la sua più recente passione speculativa, che l'ha condotta a esaminare i rapporti tra scienza e scienze, tra scienza e filosofia. Se è così, che cosa è per lei il "pensiero complesso?"
Le rispondo così: il pensiero complesso è unità più molteplicità. Un pensiero, in altre parole, che scaturisca dalla capacità di cogliere i nessi tra i saperi specialistici e riconoscere che i problemi delle singole scienze talora trovano risposte non solo in questa o in quella disciplina specialistica, ma anche nella tradizione umanistica, talora addirittura nella conversazione tra disciplinari, "addetti a lavori" diversi, che le circostanze, magari l'esilio in qualche grande città dell'Occidente, fanno incontrare tra di loro.
Sotto questo aspetto, parrebbe che lei non veda la cultura umanistica e quella scientifica come le "due culture" irremediabilmente separate tra loro, ma come domini di sapere che rinviano l'uno all'altro.
Penso di sì. Questo spiega l'importanza dell'interdisciplinarità, una dimensione conoscitiva che ci aiuta a vedere quanto un problema possa essere risolto per il tramite delle suggestioni derivanti assai spesso da ambiti tipicamente umanistici come la filosofia, la letteratura, la poesia (ricordiamo qui, per inciso, come sull'ultimo numero di "Lettera Internazionale" sia apparso un saggio di Morin dal titolo "Elogio dell'interdisciplinarità", ndr).
Professore, lei si definirebbe un illuminista? O, meglio, che cosa è per lei l'illuminismo?
Lo definirei così: vissuto più razionalità, una razionalità che non esclude le contraddizioni, un vissuto che sa tradursi in idee.
A conclusione dell'intervista, abbiamo avvertito un senso di calore, quasi di amicizia per lo studioso. Forse è motivo di qualche amarezza il suo rifiuto del comunismo. Proprio perché non siamo comunisti - nel senso di appartenenza a un partito - ma continuiamo a dirci comunisti, perché conserviamo la fiducia in un progetto che mira soprattutto alla comprensione del mondo e all'introduzione di qualche elemento di rottura nella volgarità dell'esistente, avremmo preferito che Morin continuasse a sentirsi comunista. Ma, certamente, questo non esclude il rispetto e la stima per un vecchio intellettuale che è, prima di tutto, una "bella persona". Chissà se non fosse questa, in prima istanza, la dimensione degli antichi savants.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti