Morin gli errori di una vita| Dall'adesione al comunismo durante la Resistenza
all'autocritica
degli anni Cinquanta
dall'amicizia con la Duras
e Vittorini
alla collaborazione
con Castoriadis
mezzo secolo di incontri
e riflessioni |
|
| Edgar Morin, "I miei demoni", Meltemi, pagg.
256, lire 32.000 | "In passato gli intellettuali si sono sbagliati spesso e
volentieri. I loro errori talvolta sono stati molto gravi, ma
solo raramente lo hanno poi riconosciuto. E ciò secondo me
contribuisce a spiegare la diffidenza diffusa che oggi
circonda il loro ruolo nella società". Parole di Edgar Morin,
uno dei più noti e autorevoli intellettuali francesi, che però
ha fatto dell'autocritica e del riconoscimento dei propri
errori un vero e proprio metodo di lavoro. Come ora
racconta in un libro intitolato I miei demoni (Meltemi, pagg.
256, lire 32.000), che è al contempo un'autobiografia, un
bilancio intellettuale, un'introduzione al suo lavoro che da
cinquant'anni si muove a cavallo tra sociologia e filosofia.
In questo volume - che in libreria sta per essere affiancato
da La testa ben fatta (Raffaello Cortina, pagg. 146, lire
22.000), un saggio sull'educazione e la trasmissione della
cultura - Morin rievoca e commenta i momenti salienti del
suo percorso intellettuale e politico, dall'adesione al
comunismo durante la Resistenza all'autocritica degli anni
Cinquanta, dall' amicizia con Marguerite Duras ed Elio
Vittorini alla collaborazione con Cornelius Castoriadis,
dall'esperienza del '68 alla riflessione sulla complessità della
società postindustriale.
Insomma, mezzo secolo di incontri e riflessioni da cui sono
nati libri importanti come L'industria culturale, La
conoscenza della conoscenza e Il metodo, ma anche mezzo
secolo di battaglie, da cui Morin, che oggi ha settantotto
anni, ha tratto non pochi insegnamenti sul ruolo degli
intellettuali: "L'intellettuale - al di là delle sue competenze
specifiche in ambito artistico, filosofico, letterario o
scientifico - ha il compito di proporre alla pubblica
attenzione i problemi di fondo che riguardano l'uomo, la
collettività, la giustizia, la verità, ecc. A volte però gli
intellettuali semplificano troppo, dimostrando di non avere il
senso della complessità dei problemi: adottano allora
posizioni unilaterali e paradossali che "dimenticano" una
parte della verità. La razionalizzazione e la semplificazione
estreme possono condurre a questo errore. Un altro rischio
è quello dell'isteria ideologica che coglie gli intellettuali
quando si mettono in uno stato d'indignazione tale da
perdere completamente la capacità di analizzare una
situazione. Le recenti tragedie di Timor o del Kosovo ci
hanno dimostrato che l'indignazione non basta e non risolve
nulla; occorre piuttosto cercare di comprendere le
dinamiche di una situazione, metterne a nudo le radici
storiche, la varietà degli elementi in gioco. Troppo spesso
invece prevalgono le dichiarazioni roboanti ma
estremamente semplicistiche. Spesso dunque gli intellettuali
non sono all'altezza della situazione. Per non parlare poi
della disinvoltura con cui cambiano posizione, senza mai
spiegare i motivi di tali voltafaccia. Purtroppo nella nostra
cultura nessuno riconosce mai i propri errori".
| Invece nel suo percorso intellettuale il bisogno
dell'autocritica ritorna spesso, quasi fosse una sorta di
metodo personale. Come mai? |
"Fin da giovane mi sono sentito vicino ad autori come
Montaigne e Rousseau, i quali hanno dato molto spazio
all'autoanalisi e alla confessione, pur sapendo che la
sincerità è spesso illusoria e ingannevole. In seguito,
all'università, Georges Lefebvre mi ha insegnato che la
storia di un avvenimento si modifica in base alle esperienze
storiche posteriori, di conseguenza lo storico deve imparare
a storicizzare se stesso. Da allora, l' idea che l'osservatore
debba sempre auto- osservarsi durante l'osservazione è
diventata un elemento chiave del mio lavoro. Occorre
sempre sapere chi si è, dove si è e come ci si colloca
rispetto all'oggetto della nostra attenzione. I miei demoni
nasce anche da questa preoccupazione".
| Dove per altro ritorna il tema dell'autocritica che aveva già
affrontato in un suo famoso libro degli anni Cinquanta... |
"In quel libro, che si intitolava proprio Autocritica,
affrontavo l'esperienza del comunismo che per me è stata
fondamentale. Durante la giovinezza infatti mi consideravo
immunizzato allo stalinismo, avevo tutti gli anticorpi
necessari: conoscevo i crimini di Stalin e sapevo dei
processi di Mosca. Solo che poi, durante la guerra, ho iniziato a chiudere gli occhi su tutto ciò, prima in nome della
lotta contro Hitler, poi in nome dell'ideale di un mondo
nuovo. Aderii perfino al Partito Comunista Francese, da cui
mi sono poi allontanato all'inizio degli anni Cinquanta,
riconoscendo pubblicamente il mio errore proprio in quel
libro. Non dicevo come altri ex-comunisti che ero stato
ingannato dal Partito, ammettevo più semplicemente di
essermi sbagliato. Ma come avevo potuto? Per rispondere
a questo interrogativo ho iniziato la pratica dell'autoanalisi
retrospettiva, una pratica che in seguito mi è sempre stata
utile per riconoscere gli errori compiuti. E soprattutto per
non ripeterli".
| Questo atteggiamento autocritico dovrebbe far parte del
bagaglio metodologico di ogni intellettuale? |
"Non solo degli intellettuali, ma di tutti gli individui. Secondo
me, l'introspezione - che è stata utilizzata da molti autori
classici, da Montaigne a Proust, da Rousseau a Dostoevskij
- dovrebbe addirittura essere introdotta nella scuola. La lotta contro le false illusioni e gli errori dovrebbe occupare
un posto centrale nell'educazione delle nuove generazioni, e
invece è del tutto inesistente. Si preferisce una cultura delle
certezze e degli specialisti, che per altro non sempre
funziona".
"Oggi viviamo in un'epoca di esperti e specialisti di ogni
tipo, a cui ci si rivolge per ogni singolo problema. Costoro
però sono del tutto incompetenti per tutto ciò che è
estraneo alla loro disciplina, non sanno ragionare in maniera
interdisciplinare, di conseguenza sono incapaci di affrontare
problemi globali. Ad esempio, gli economisti non colgono
nulla di tutto quello che sfugge al calcolo, non colgono nulla
del sentimento, del mito, della passione, della follia: tutti
fattori che invece, in un modo o nell' altro, rientrano anche
nell'economia. Nel mondo degli specialisti, la visione
generale, i problemi di fondo e la capacità di far dialogare
discipline diverse sono del tutto assenti. È per questo che
secondo me devono intervenire gli intellettuali, a condizione
che non siano arroganti o superficiali".
| L'intellettuale, dunque, è colui che è capace di far dialogare
saperi diversi? |
"Secondo me, sì. Che poi è ciò che cerco di fare io, aiutato
dalla mia formazione che è filosofica, ma anche storica e
sociologica. Il mio metodo di lavoro mira proprio a cogliere
la complessità delle cose, senza però illudermi di avere
certezze definitive. A questo proposito, per me è importante
valorizzare due tendenze preziose e minoritarie che sono
state prodotte dalla cultura europea: la razionalità
autocritica, che da Montaigne arriva fino alla scuola di
Francoforte, e quella che io chiamo "la fede incerta", vale a
dire la fede di Pascal che scommette su Dio, pur senza
avere una prova logica della sua esistenza. Si tratta di un
atteggiamento positivo, perché, se è vero che tutti abbiamo
bisogno di una qualche forma di credenza o di ideale, è
però necessario essere ben consci del fatto che non si
possiede alcuna certezza di successo. La mia fede, ad
esempio, è quella della libertà, dell'uguaglianza e della
fratellanza; mi impegno per farle trionfare, ma non sono per
nulla certo che alla fine ciò avvenga per davvero".
| Questa prospettiva suona un po' anomala in una società
come la nostra che rifugge dal dubbio e dall'incertezza. Non
trova? |
"È vero, ma purtroppo assistiamo al degrado progressivo
delle virtù presenti nella cultura umanistica del passato.
Come ho detto, siamo dominati da una cultura di specialisti,
i quali sono prigionieri del loro tecnicismo e mancano di
spirito critico. Questo atteggiamento intellettuale è presente
anche nella scuola che non prepara la nuove generazioni al
dubbio. Così, quando le scienze ci costringono a
confrontarci di nuovo con i grandi problemi filosofici che
pensavamo di aver spazzato via nel secolo scorso, ci
rivolgiamo alla tecnica e alle macchine artificiali: vale a dire
una logica specializzata, deterministica, meccanicistica e
cronometrica. I tecnocrati vorrebbero applicare questa
logica agli uomini e ai loro problemi, dimenticano che non è
possibile ridurre gli individui a una semplice logica
quantitativa. Uno dei grandi limiti della nostra società è
proprio l'accecamento prodotto dalla logica deterministica e
dal nostro fanatismo tecnocratico".
| Un altro problema è quello dell'ipertrofia della produzione
culturale... |
"È vero, è sempre più difficile orientarsi in una cultura che si
sviluppa vertiginosamente in tutte le direzioni. Proprio per
questo, essere uomini di cultura è più che mai una sfida e un
impegno, giacché occorre fare di continuo delle scelte. Di
conseguenza, il problema della riorganizzazione gerarchica
della cultura e delle conoscenza diventa un problema
capitale. Anche perché "comprendere" significa sempre
collocare un dato all'interno di un contesto e articolarlo con
altri dati. Un dato isolato, infatti, è sempre incomprensibile". |