RASSEGNA STAMPA

11 GENNAIO 2000
FABIO GAMBARO
Morin gli errori di una vita
Dall'adesione al comunismo durante la Resistenza all'autocritica degli anni Cinquanta dall'amicizia con la Duras e Vittorini alla collaborazione con Castoriadis mezzo secolo di incontri e riflessioni
Edgar Morin, "I miei demoni", Meltemi, pagg. 256, lire 32.000
"In passato gli intellettuali si sono sbagliati spesso e volentieri. I loro errori talvolta sono stati molto gravi, ma solo raramente lo hanno poi riconosciuto. E ciò secondo me contribuisce a spiegare la diffidenza diffusa che oggi circonda il loro ruolo nella società". Parole di Edgar Morin, uno dei più noti e autorevoli intellettuali francesi, che però ha fatto dell'autocritica e del riconoscimento dei propri errori un vero e proprio metodo di lavoro. Come ora racconta in un libro intitolato I miei demoni (Meltemi, pagg.
256, lire 32.000), che è al contempo un'autobiografia, un bilancio intellettuale, un'introduzione al suo lavoro che da cinquant'anni si muove a cavallo tra sociologia e filosofia.
In questo volume - che in libreria sta per essere affiancato da La testa ben fatta (Raffaello Cortina, pagg. 146, lire 22.000), un saggio sull'educazione e la trasmissione della cultura - Morin rievoca e commenta i momenti salienti del suo percorso intellettuale e politico, dall'adesione al comunismo durante la Resistenza all'autocritica degli anni Cinquanta, dall' amicizia con Marguerite Duras ed Elio Vittorini alla collaborazione con Cornelius Castoriadis, dall'esperienza del '68 alla riflessione sulla complessità della società postindustriale.
Insomma, mezzo secolo di incontri e riflessioni da cui sono nati libri importanti come L'industria culturale, La conoscenza della conoscenza e Il metodo, ma anche mezzo secolo di battaglie, da cui Morin, che oggi ha settantotto anni, ha tratto non pochi insegnamenti sul ruolo degli intellettuali: "L'intellettuale - al di là delle sue competenze specifiche in ambito artistico, filosofico, letterario o scientifico - ha il compito di proporre alla pubblica attenzione i problemi di fondo che riguardano l'uomo, la collettività, la giustizia, la verità, ecc. A volte però gli intellettuali semplificano troppo, dimostrando di non avere il senso della complessità dei problemi: adottano allora posizioni unilaterali e paradossali che "dimenticano" una parte della verità. La razionalizzazione e la semplificazione estreme possono condurre a questo errore. Un altro rischio è quello dell'isteria ideologica che coglie gli intellettuali quando si mettono in uno stato d'indignazione tale da perdere completamente la capacità di analizzare una situazione. Le recenti tragedie di Timor o del Kosovo ci hanno dimostrato che l'indignazione non basta e non risolve nulla; occorre piuttosto cercare di comprendere le dinamiche di una situazione, metterne a nudo le radici storiche, la varietà degli elementi in gioco. Troppo spesso invece prevalgono le dichiarazioni roboanti ma estremamente semplicistiche. Spesso dunque gli intellettuali non sono all'altezza della situazione. Per non parlare poi della disinvoltura con cui cambiano posizione, senza mai spiegare i motivi di tali voltafaccia. Purtroppo nella nostra cultura nessuno riconosce mai i propri errori".
Invece nel suo percorso intellettuale il bisogno dell'autocritica ritorna spesso, quasi fosse una sorta di metodo personale. Come mai?
"Fin da giovane mi sono sentito vicino ad autori come Montaigne e Rousseau, i quali hanno dato molto spazio all'autoanalisi e alla confessione, pur sapendo che la sincerità è spesso illusoria e ingannevole. In seguito, all'università, Georges Lefebvre mi ha insegnato che la storia di un avvenimento si modifica in base alle esperienze storiche posteriori, di conseguenza lo storico deve imparare a storicizzare se stesso. Da allora, l' idea che l'osservatore debba sempre auto- osservarsi durante l'osservazione è diventata un elemento chiave del mio lavoro. Occorre sempre sapere chi si è, dove si è e come ci si colloca rispetto all'oggetto della nostra attenzione. I miei demoni nasce anche da questa preoccupazione".
Dove per altro ritorna il tema dell'autocritica che aveva già affrontato in un suo famoso libro degli anni Cinquanta...
"In quel libro, che si intitolava proprio Autocritica, affrontavo l'esperienza del comunismo che per me è stata fondamentale. Durante la giovinezza infatti mi consideravo immunizzato allo stalinismo, avevo tutti gli anticorpi necessari: conoscevo i crimini di Stalin e sapevo dei processi di Mosca. Solo che poi, durante la guerra, ho iniziato a chiudere gli occhi su tutto ciò, prima in nome della lotta contro Hitler, poi in nome dell'ideale di un mondo nuovo. Aderii perfino al Partito Comunista Francese, da cui mi sono poi allontanato all'inizio degli anni Cinquanta, riconoscendo pubblicamente il mio errore proprio in quel libro. Non dicevo come altri ex-comunisti che ero stato ingannato dal Partito, ammettevo più semplicemente di essermi sbagliato. Ma come avevo potuto? Per rispondere a questo interrogativo ho iniziato la pratica dell'autoanalisi retrospettiva, una pratica che in seguito mi è sempre stata utile per riconoscere gli errori compiuti. E soprattutto per non ripeterli".
Questo atteggiamento autocritico dovrebbe far parte del bagaglio metodologico di ogni intellettuale?
"Non solo degli intellettuali, ma di tutti gli individui. Secondo me, l'introspezione - che è stata utilizzata da molti autori classici, da Montaigne a Proust, da Rousseau a Dostoevskij - dovrebbe addirittura essere introdotta nella scuola. La lotta contro le false illusioni e gli errori dovrebbe occupare un posto centrale nell'educazione delle nuove generazioni, e invece è del tutto inesistente. Si preferisce una cultura delle certezze e degli specialisti, che per altro non sempre funziona".
Che cosa intende dire?
"Oggi viviamo in un'epoca di esperti e specialisti di ogni tipo, a cui ci si rivolge per ogni singolo problema. Costoro però sono del tutto incompetenti per tutto ciò che è estraneo alla loro disciplina, non sanno ragionare in maniera interdisciplinare, di conseguenza sono incapaci di affrontare problemi globali. Ad esempio, gli economisti non colgono nulla di tutto quello che sfugge al calcolo, non colgono nulla del sentimento, del mito, della passione, della follia: tutti fattori che invece, in un modo o nell' altro, rientrano anche nell'economia. Nel mondo degli specialisti, la visione generale, i problemi di fondo e la capacità di far dialogare discipline diverse sono del tutto assenti. È per questo che secondo me devono intervenire gli intellettuali, a condizione che non siano arroganti o superficiali".
L'intellettuale, dunque, è colui che è capace di far dialogare saperi diversi?
"Secondo me, sì. Che poi è ciò che cerco di fare io, aiutato dalla mia formazione che è filosofica, ma anche storica e sociologica. Il mio metodo di lavoro mira proprio a cogliere la complessità delle cose, senza però illudermi di avere certezze definitive. A questo proposito, per me è importante valorizzare due tendenze preziose e minoritarie che sono state prodotte dalla cultura europea: la razionalità autocritica, che da Montaigne arriva fino alla scuola di Francoforte, e quella che io chiamo "la fede incerta", vale a dire la fede di Pascal che scommette su Dio, pur senza avere una prova logica della sua esistenza. Si tratta di un atteggiamento positivo, perché, se è vero che tutti abbiamo bisogno di una qualche forma di credenza o di ideale, è però necessario essere ben consci del fatto che non si possiede alcuna certezza di successo. La mia fede, ad esempio, è quella della libertà, dell'uguaglianza e della fratellanza; mi impegno per farle trionfare, ma non sono per nulla certo che alla fine ciò avvenga per davvero".
Questa prospettiva suona un po' anomala in una società come la nostra che rifugge dal dubbio e dall'incertezza. Non trova?
"È vero, ma purtroppo assistiamo al degrado progressivo delle virtù presenti nella cultura umanistica del passato.
Come ho detto, siamo dominati da una cultura di specialisti, i quali sono prigionieri del loro tecnicismo e mancano di spirito critico. Questo atteggiamento intellettuale è presente anche nella scuola che non prepara la nuove generazioni al dubbio. Così, quando le scienze ci costringono a confrontarci di nuovo con i grandi problemi filosofici che pensavamo di aver spazzato via nel secolo scorso, ci rivolgiamo alla tecnica e alle macchine artificiali: vale a dire una logica specializzata, deterministica, meccanicistica e cronometrica. I tecnocrati vorrebbero applicare questa logica agli uomini e ai loro problemi, dimenticano che non è possibile ridurre gli individui a una semplice logica quantitativa. Uno dei grandi limiti della nostra società è proprio l'accecamento prodotto dalla logica deterministica e dal nostro fanatismo tecnocratico".
Un altro problema è quello dell'ipertrofia della produzione culturale...
"È vero, è sempre più difficile orientarsi in una cultura che si sviluppa vertiginosamente in tutte le direzioni. Proprio per questo, essere uomini di cultura è più che mai una sfida e un impegno, giacché occorre fare di continuo delle scelte. Di conseguenza, il problema della riorganizzazione gerarchica della cultura e delle conoscenza diventa un problema capitale. Anche perché "comprendere" significa sempre collocare un dato all'interno di un contesto e articolarlo con altri dati. Un dato isolato, infatti, è sempre incomprensibile".
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