RASSEGNA STAMPA

8 GENNAIO 2000
MASSIMO AMMANITI
All'Inferno con Jung profeta di redenzione
Un'ínterpretazione metafisica che si avvicina a quella di Hillmann, una lettura che privilegia gli aspetti spirituali e mistici del personaggio, la sua formazione antipositivistica e "irrazionalista"
LA TESI DI NOLL, SCOMODA E IRRITANTE PER I SUOI SEGUACI, MA NON INFONDATA: LA SUA PSICOANALISI AFFONDA LE RADICI NELLE RELIGIONI E NEI MITI CHE NELLE SCIENZE
Richard Noll, "Jung il profeta ariano", Mondadori, pp. 360, L. 35. 000
E' inevitabile che i grandi sistemi di pensiero e ancor di più le grandi costruzioni speculative possano essere lette secondo chiavi diverse, addirittura incompatibili. E' successo per Freud, che di volta in volta è stato considerato un biologo della mente oppure uno studioso della psiche che si rifaceva ai modelli della fisica ottocentesca oppure un clinico in grado di entrare nelle pieghe della sofferenza umana.
Parzialità dei critici e degli esegeti oppure complessità e stratificazioni delle costruzioni del pensiero, che si sedimentano nel tempo con integrazione successive, cambiamenti ed inversioni di rotta, in cui possono coesistere anche punti di vista diversi ed opposti? La stessa cosa si può dire per Jung a cui è dedicato un libro pubblicato di recente in Italia dalla Mondadori. Il titolo del libro Jung, il profeta ariano. Origini di un movimento carismatico esplicita chiaramente le intenzioni dell'autore Richard Noll, laureato in psicologia ma particolarmente attento alla storia della scienza a cui si è dedicato prima presso l'Università di Harvard e poi presso il Massachusetts Institute of Technology. Nel suo libro Noll cerca di dimostrare che Jung, potremmo aggiungere a differenza di Freud, non si è mai posto interrogativi scientifici e le sue teorie non hanno nulla a che fare con la scienza ma si sono alimentate delle mitologie del passato fino a diventare una sorta di religione incentrata sulla redenzione e sulla rinascita personale. Tesi sicuramente scomoda ed irritante per quanti si identificano o simpatizzano per il movimento junghiano, ma che forse la recente intervista allo psicoanalista James Hillmann (a cura di Silvia Ronchey, edita da Rizzoli) riconferma ampiamente con i suoi accenti e le sue suggestioni metafisiche.
Il lavoro di Noll non può essere liquidato come una tesi di parte e faziosa perché l'indagine dello studioso americano si basa su una ricca documentazione che non si limita ad esplorare l'evoluzione della psicologia analitica ma si sforza di collocare, nella prima parte del libro, la figura di Jung nel particolare clima di "fin de siècle" in cui ha vissuto e si è formato.
Si agitavano in quegli anni fermenti culturali e scontri generazionali all'insegna della razionalità e dell'irrazionalità, delle violente spinte per un progresso sociale ed allo stesso tempo delle paure suscitate dalle tesi scientifiche, o meglio pseudo-scientifiche, delle degenerazioni ereditarie delle società umane, dello sviluppo del positivismo e allo stesso tempo dell'occultismo in un intreccio difficilmente districabile che sarebbe stato definitivamente sotterrato sotto i colpi di cannone della Prima Guerra Mondiale, Quando il giovane Jung si iscrisse nel 1895 alla Facoltà di Medicina di Basilea e successivamente quando divenne assistente presso il prestigioso Ospedale Psichiatrico Burgholzi fu sicuramente influenzato dal movimento della "lebensphilosophie" (Filosofia della Vita) che si era diffuso fra la borghesia della Germania guglielmina e dell'Europa Centrale dopo il 1870 con il suo forte richiamo al valore dell'esperienza diretta e dell'intuizione che avrebbero dovuto caratterizzare la "nuova aristocrazia".
Anche la forte affermazione dello zoologo tedesco di Jena Ernst Haeckel, secondo cui "l'ontogenesi ricapitola la filogenesi" non poteva non lasciare i segni nella mente del giovane Jung, spingendolo in tutta la sua vita a ricercare i nessi fra le tappe dello sviluppo psicologico personale e della specie umana. Come scrisse Jung più compiutamente nel 1925 si può parlare di una geologia della personalità individuale che attinge la sua linfa in primo luogo dalla famiglia, ma anche dal gruppo sociale, dalla nazione, dagli antenati fino a giungere al nucleo rappresentato dal fuoco centrale. Il passo per giungere alla concettualizzazione dell'inconscio collettivo è breve, un inconscio filogenetico che si sarebbe stratificato nel corso dell'evoluzione della specie umana, e che fu compiutamente formulato solo successivamente nella forma degli archetipi, una sorta di riedizione neoplatonica.
Se queste argomentazioni di Noll sono condivisibili, più problematica è la terza parte del libro, dedicata alla costruzione e all'affermazione del culto di Jung fra i suoi seguaci. Nel corso del tempo il movimento junghiano avrebbe sempre più assunto secondo Noll - un vero e proprio carattere religioso, che propone la strada per la catechesi che le persone dovrebbero percorrere per cercare la redenzione spirituale, potremmo dire una discesa simbolica nell'inferno, come quella di Cristo, per poter riemergere raggiungendo la rinascita e l'individuazione personale.
Al di là del linguaggio junghiano, fortemente intriso di spiritualità e di misticismo, si può senz'altro dire che ogni gruppo ed ogni scuola che si proponga di aiutare le persone a trasformarsi sul piano psichico corre continuamente il rischio di creare e di idolatrare personaggi carismatici che promettono la redenzione personale. E come ha scritto Otto Kemberg, l'ex presidente dell'Associazione psicoanalitica internazionale di orientamento freudiano, questa tendenza scaturirebbe dalle caratteristiche e dalle dinamiche di questi gruppi che, a differenza delle altre comunità scientifiche, si sviluppano sulla base di processi di affiliazione e di identificazione e non sul libero confronto e scambio delle idee e delle evidenze scientifiche.
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