| La generazione degli svuotati | NON abbiamo occhi, non abbiamo schemi di lettura per
capire qualcosa di questi ragazzi compresi tra i 12 e i 16
anni che, in bande di dieci o quindici componenti, assaltano
i loro coetanei per impossessarsi del loro orologio, del
telefonino, dei soldi. Ma al tempo stesso non possiamo
accontentarci della diagnosi dell'assessore alla Sicurezza del
Comune di Milano Paolo Del Debbio che, a proposito
dell'ultimo colpo messo a segno da una baby gang in corso
Vercelli a Milano ha dichiarato al "Corriere della Sera" che
si tratta di "pochi gruppi di deficienti" che "possono essere
trovati e puniti con un lavoro di intelligence che contro i
cretini dovrebbe essere più facile". Se questa è la diagnosi,
lascio a voi intuire quanto generico, inutile e demagogico
sarà il rimedio.
EPPURE questa generazione al di sotto dei quindici anni è
stata studiata, classificata, vivisezionata da istituti di ricerca
come mai era capitato ad altre generazioni di giovani. Di
loro si parla come del "pianeta degli svuotati", dove il
progetto ha il respiro di un giorno, l'interesse la durata di
un'emozione, il gesto non diventa stile di vita e l'azione si
esaurisce nel gesto.
È una generazione che ha un basso livello di
autoconsiderazione, una sensibilità gracile, introversa,
indolente, un'inerzia provocata da un'eccessiva esposizione
agli influssi della televisione, un'unica preoccupazione:
procurarsi un'incredibile quantità di prodotti, di oggetti, di
beni di consumo e di esibizione, perché il rapporto d'amore
con i loro genitori è passato solo attraverso le cose e non
attraverso il tempo, la disponibilità, la comunicazione.
Di qui le frequenti fughe nel mito, il mimetismo nella ricerca
neppure troppo spasmodica di un'identità venata dalla
nostalgia relativa all'impossibilità di reperire radici proprie, il
tutto condito con un acritico consumismo, reso possibile da
un'inedita disponibilità economica che, per disinteresse o
per snobismo, questi giovani neppure utilizzano, perché le
cose sono a disposizione prima ancora di averle desiderate.
E così a questa generazione del malessere viene attribuita
una valenza di mercato prima che di identità. Su di essa si
buttano le nuove aree di profitto che hanno fatto proprie le
istanze stilistiche, comportamentali ed espressive tipiche
della condizione psichica di questa generazione che la
pubblicità, la produzione dell'abbigliamento, le agenzie di
viaggio e l'industria del divertimento hanno decodificato
molto meglio di quanto non abbiano fatto le statistiche
sociologiche, le analisi psicologiche del profondo, i politici e
gli assessori alla sicurezza, la cultura devitalizzata della
scuola dove molti insegnanti neppure si accorgono che quei
giovani, che sono ogni giorno sotto i loro occhi appannati,
non avvertono più alcuna corrispondenza tra quanto si
apprende in classe e quanto si intravvede dalle finestre
dell'aula.
E così tra gli 11 e i 15 anni, quando incomincia a crescere la
forza biologica, emotiva e intellettuale, i nostri ragazzi
vivono parcheggiati in quella terra di nessuno dove la
famiglia non svolge più alcuna funzione e la società alcun
richiamo, dove il tempo è vuoto, l'identità non trova alcun
riscontro, il senso di sé si smarrisce, l'autostima deperisce.
Sono queste le premesse che favoriscono la formazione di
personalità psicopatiche o sociopatiche che lo psichiatra
tedesco K. Schneider distingue dalle psicotiche perché la
personalità sociopatica non è destrutturata, e dalle
nevrotiche perché il disturbo non nasce da un conflitto, ma
da una immaturità affettiva che nasconde una puerilità di
fondo con conseguente insofferenza alle frustrazioni,
incapacità di esprimere sentimenti positivi come simpatia e
gratitudine, abbozzi sessuali impersonali e non coinvolgenti;
apatia morale con mancanza di sentimenti di rimorso o di
colpa, mancanza di responsabilità, falsità e insincerità
sistematiche; condotta antisociale non episodica o
impulsiva, ma costante e programmata che spesso mette
capo a comportamenti delittuosi realizzati con freddezza e
indifferenza.
La psicoanalisi a orientamento freudiano vede l'origine della
personalità sociopatica nei primi rapporti del bambino con
la figura materna inconsistente, anaffettiva o ambigua, e la
figura paterna assente. Ma a sentire il sociologo tedesco
Falko Blask oggi la psicopatia o sociopatia non sarebbe più
la sindrome di alcuni, ma il modo di vivere di un'intera
generazione ben descritta nel romanzo "Blue Belle" dello
scrittore americano Andrew Vachass, dove il sociopatico
"segue solo i propri pensieri, procede per la sua strada, avverte solo il proprio dolore. Sì. Non è forse la via giusta per sopravvivere in questo letamaio? Aspetta il tuo
momento, abbassa la visiera. Non lasciare che ti leggano il cuore".
Abbiamo smesso di dire "noi" dopo il '68, l'abbiamo detto sempre meno dopo il crollo delle ideologie, ci siamo rifugiati in quello pseudonimo di noi stessi che ripete ossessivamente "io" dalle pareti strette come quelle di un ascensore. E di quella dimensione sociale che non ha più trovato dove esprimersi: né in chiesa, né a scuola, né nelle sezioni di partito, né sul posto di lavoro, è rimasto solo quel tratto primitivo o quel cascame che è la banda. Solo con gli amici della banda oggi molti dei nostri ragazzi hanno l'impressione
di poter dire davvero "noi".
Cari genitori, dei figli che assaltano e derubano e dei figli assaliti e derubati, che dire e che fare? Che fare non lo so, che dire ci provo. Penso che la generazione dei nostri figli abbia, rispetto alla nostra di genitori, un'emotività molto più potente e uno spazio di riflessione molto più modesto. Il
loro fondo emotivo è stato sollecitato fin dalla più tenera età da un volume di sensazioni e di impressioni eccessive
rispetto alla loro capacità di contenimento. A partire dai
primi anni di vita hanno fatto troppa esperienza (televisiva e non) rispetto alla loro capacità di elaborarla.
Di loro abbiamo detto: "Come sono intelligenti, noi alla loro
età eravamo dei cretini". E non l'abbiamo detto solo a noi, l'abbiamo detto anche a loro. E loro ci hanno creduto,
avviandosi con la nostra benedizione e la nostra
compiacenza su quella strada ingannevole dove si confonde
l'intelligenza con l'impressionabilità a cui segue una risposta
immediata. In questo gioco di inganni abbiamo confuso la
loro risposta immediata con la prontezza dei riflessi e la
velocità di ideazione, mentre era semplicemente un corto
circuito. Ora questi nostri figli si trovano ad avere
un'emotività carica e sovraeccitata che li sposta dove vuole,
a loro stessa insaputa, senza che un briciolo di riflessione, a
cui non sono stati educati, sia in grado di raffreddare
l'emozione e non far confondere il desiderio con la pratica
anche violenta per soddisfarlo.
L'eccesso emozionale e la mancanza del raffreddamento
riflessivo portano sostanzialmente a tre soluzioni: o lo
stordimento dell'apparato emotivo attraverso quelle pratiche
rituali che sono le notti in discoteca o i percorsi della droga;
o il disinteresse per tutto, messo in atto per assopire le
emozioni attraverso i percorsi dell'ignavia, della non
partecipazione che porta all'atteggiamento opaco
dell'indifferenza; o infine alla genialità creativa se il carico
emotivo è corredato da buone autodiscipline.
Autodiscipline, non divieti immotivati e punizioni casuali. E
perché le autodiscipline si formino occorre aver passato
tanto tempo con i figli, perché la teoria secondo cui è
decisiva la qualità del tempo che si passa con i figli e non la
quantità è una patetica storia che noi genitori ci siamo
raccontati a nostra giustificazione, lasciando ai nostri figli
una gran quantità di tempo da passare in solitudine con un
carico emozionale eccessivo senza strumenti di
contenimento.
Ma ormai questo parere, se ha una sua plausibilità, può
tornar utile a chi mette al mondo figli oggi. Per chi li ha già in
quell'età che possiamo definire dell'adolescenza infinita,
resta solo da dire: non interrompiamo mai la comunicazione,
buona o cattiva che sia, qualunque cosa i nostri figli
facciano. A interromperla ci pensano già loro e, come ci
dicono le cronache di questi giorni, anche in maniera
distruttiva. |