Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone
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Teologia

Theologia poetica
L'influenza di Senofane
Laicità e prassi
Come osserva F. Ferrari (Theologia, in Platone, La Repubblica, trad. e commento di M. Vegetti, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol II. pp. 403-423). il termine theologia compare per la prima volta in Resp. 379a, entro una interrogazione sul tipo corretto di teologia mitologica cui dovrebbero conformarsi i poeti. Successivamente, Aristotele usa la parola theologia ed i termini ad essa connessi sia per designare la teologia mitologica di poeti come Orfeo ed Esiodo (Met. 1000a 9) sia per indicare uno dei generi di filosofia o episteme teoretica (Met. 1026a19, 1064b3), accanto alla matematica e alla fisica.
La proposta di riforma "teologica" del II libro della Repubblica si riferisce ancora al mondo del mito: la divinità deve essere rappresentata come buona, non responsabile del male e semplice non tanto perché questo corrisponde alla rappresentazione di una teologia "scientifica", quanto per motivi educativi, nei confronti dell'infanzia, ove non si può ancora fare a meno della favola. Come osserva lo stesso Ferrari, la teologia popolare proposta da Platone è una volgarizzazione che comporta il trasferimento al dio dei caratteri del Bene. Tuttavia, la filosofia platonica si basa sulla nozione che il Bene e le idee siano più divine del dio: per questo esse sono oggetto della conoscenza scientifica, e non semplicemente della pedagogia.

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L'influenza di Senofane

La critica alla teologia popolare tramandata dai poeti si può ricollegare alla tradizione di Senofane di Colofone (VI-V sec.), un rapsodo che non cantava di re e di eroi, ma del cosmo e della physis e che, secondo la tradizione, è il fondatore della scuola eleatica.
Senofane si fa beffe della teologia dei poeti:


Tutte le cose agli dei attribuiscono Omero ed Esiodo,
quante fra gli uomini sono oltraggio e vituperio:
rubare, fornicare, l'un l'altro ingannare
(7 K., 10 D., 2 W.)

Ma se mani avessero i buoi, (e i cavalli) e i leoni,
o da dipingere con gli arti loro e compier opre quali gli uomini,
i cavalli ai cavalli, i buoi ai buoi figure uguali
dipingerebbero degli dei e farebbero i corpi tali
quali anch'essi avrebbero, (ognuno,) la forma propria
(6 K., 13 D.)

in nome di una divinità filosofica al di là di ogni antropomorfismo:

Dio uno, tra gli dei e gli uomini il più grande
per nulla equiparabile ai mortali, non per figura, non per il pensiero
(1 K., 19 D.)

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Laicità e prassi

Il dio speculativo, cantato da Senofane, sembra molto lontano dagli dei dei poeti, nei quali gli uomini si potevano rispecchiare facilmente. Ma una distinzione assoluta fra la divinità e gli esseri umani ha come effetto collaterale l'apertura del mondo alla storia, alla prassi e alla critica. In ciò che sono e fanno i mortali, non c'è più nulla di divino.

No, non fin dal principio (arché) gli dei le cose disvelarono ai mortali
ma col tempo ricercando trovarono essi quanto è meglio
(16 K., 16 D.)

Nel II libro della Repubblica, la teologia dei poeti è d'interesse esclusivamente pedagogico: la teologia dei filosofi ha regalato agli uomini un mondo.

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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento