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La storia

Storia viene dal greco historia o historie (ionico). In questa parola c'è la radice vid. E' la stessa radice del latino video (vedo) e del  perfetto: in greco indica un'azione compiuta, che dura nei suoi risultati... greco oida ("ho visto" e quindi, ora, "so").

Storia, dunque, è ciò che "ho visto", ciò di cui ho fatto esperienza, che, quindi, conosco. Quando Erodoto scrive, nel V secolo a. C., le sue Storie (qui in traduzione italiana), si propone di narrare i fatti del passato, di cui è stato diretto o indiretto testimone, "gli avvenimenti degli uomini non svaniscano col tempo e opere grandi e mirabili, di cui greci e barbari hanno dato prova, non restino senza gloria ". [1.1.0]

Erodoto, come tutti i greci, aveva una concezione del tempo ciclica, di tipo naturalistico. I suoi racconti non erano intesi come le ricerca, all'indietro, delle origini che possono spiegare il nostro presente, o, in avanti, degli sviluppi per il futuro. La gloria di egli cui parla è identificata, nella cultura greca, col fatto che di qualcosa rimanga memoria, perché di essa si continua a parlare. E questo è importante in un mondo ove gli uomini chiamano se stessi "mortali" e si sanno destinati all'oblio. L'esperienza della storia permette di rinvenirvi una legge ciclica: alla Hybris: la colpa come trasgressione e tracotanza: non sapere stare al proprio posto segue, inevitabile, la nemesis in una alternanza sovraindividuale e sovraumana: una legge divina della natura, la Moira, cui anche gli dei devono sottostare. L'idea di legge, nel mondo greco, nasce dall'esperienza politica, ma, dal momento che non si distingue, arcaicamente, il mondo umano dal mondo naturale, si applicano ad entrambi gli ambiti  i medesimi strumenti della conoscenza e dell'organizzazione del mondo umano. "I fattori da cui è la nascita delle cose che sono, sono anche quelli in cui ha luogo la loro estinzione, secondo il dovuto, perché esse si pagano l'un l'altra il fio della loro ingiustizia (adikía) secondo la disposizione (táxis) del tempo." (Anassimandro)

Tucidide (V secolo a.C.), autore della Guerra del Peloponneso, vede la storia come storia di lotte politiche, le cui radici sono nella natura umana. Le regolarità che troviamo nelle vicende particolari saranno tali anche per il futuro, in cui si verificheranno vicende "in modo uguale o analogo". Anche se Tucidide non trova più nella storia delle leggi naturali e religiose, ma solo regolarità empiriche - similmente a Machiavelli - anch'egli pensa che il racconto delle vicende umane non possa riservare sorprese.

Anche Polibio (III secolo) affronta la storia come storia dei fatti, senza un senso ultimo. La legge suprema della storia è il mutamento, il quale, per quanto concerne le forme di convivenza politica, segue lo schema dell'anaciclosi (monarchia, oligarchia, democrazia). Ma imperatrice del mondo è la tyche, la fortuna, che rende caduche tutte le costruzioni umane.

Ove gli storici greci vedevano la storia in maniera naturalistica e circolare, e i filosofi la consideravano di poco interesse per chi cercava ciò che è più importante, e cioè l'eterno e l'immutabile, con la rivoluzione cristiana le cose cambiano. L'universo  non può più essere visto come circolare ed eterno, perché esso stesso è stato creato dal nulla per una decisione personale di Dio. La storia del rapporto di Dio con gli uomini ha degli eventi significativi, che costituiscono altrettanti mutamenti antropologici, e che le danno un carattere lineare. Il futuro non è più identico al passato. Le regolarità di oggi possono cambiare domani. Può perfino darsi un progresso che conduce, nella storia, alla perfezione (chiliasmo).
Mentre la storia antica è ciclica e statica, la storia post-cristiana è lineare e potenzialmente progressiva.

Tuttavia, entrambe le concezioni della storia hanno un carattere in comune: la storia narra di creature che possono essere considerate nella loro collettività, e si rivolge a creature che di questa collettività fanno parte. Ci interessano le vicende della guerra del Peloponneso, raccontata da Tucidide, perché nessun evento e nessuna persona può essere considerata, in essa, come qualcosa di puntuale e isolato, ma è possibile scoprire in questa tessitura una legge collettiva, così come la "gloria" del più antico Erodoto è connessa a qualcosa che merita di essere ricordato, perché il suo senso non si esaurisce  in se stesso. Inoltre, queste vicende ci interessano perché in qualche modo troviamo in esse qualcosa in comune con noi: le leggi empiriche che regolano anche le nostre vicende, ad esempio, oppure il senso di un'impresa di cui anche noi ci sentiamo partecipi, oppure idee diverse dalle nostre ma con le quali vogliamo confrontarci, per comprendere o criticare noi stessi.

Perché, dunque, studiamo la storia?

Una prima risposta potrebbe essere: perché ci ritroviamo in una collettività. Siamo "storici" nel senso di "storiografi" perché ci riconosciamo come "storici" nel senso di partecipi a una collettività che si sviluppa nel tempo, e vogliamo comprendere questo sviluppo.
Ma questa spiegazione è tutta da dimostrare: ci sono persone che vivono benissimo senza porsi il problema della loro partecipazione, storica o storiografica, alle collettività di cui si narra la storia. Questo, ovviamente, non le esime dal diventare oggetti di storia. Ma essere soggetti consapevoli e partecipi di storia è un'altra questione.

Al problema della storia possono darsi due risposte dogmatiche (cioè basate sull'affermazione di una dottrina sulla natura della vita umana).

La prima  ci dice che dobbiamo studiare la storia perché noi stessi siamo storici, nel senso che siamo costruiti e possiamo comprendere noi stessi solo in un contesto storico, linguistico, culturale. Viviamo nel racconto, nella memoria e nell'interpretazione (Burke, Hegel, Gadamer).

La seconda ci dice che la vita in se stessa è puntuale e asemantica - cioè senza significato - e inserirla in una trama temporale e semantica significa falsarla.  Viviamo  nell'immediato, oppure - se vogliamo avere una storia - nell'inganno. (Nietzsche, Heidegger).

Da questa disputa restano fuori i filosofi antichi, per i quali la storia era una questione che riguardava le persone pratiche. Il nostro vero senso, se ne abbiamo uno, si trova nella relazione a un libro non lineare, come è il tempo, ma circolare ed eterno, com'è la natura.

Possiamo poi proporre, rileggendo Kant, l'ipotesi di una risposta critica. Non possiamo sapere, proprio perché la nostra esperienza è storica, se la nostra "natura" sia storica come dice Hegel, col suo sapere assoluto, o astorica come dice Nietzsche. Possiamo solo porci il problema di ciò che facciamo e di come usiamo i nostri strumenti di conoscenza e di giustificazione: "se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio" è una domanda su cui Kant si interroga, nella sua prospettiva di un agente ispirato dalla ragion pratica, perché vuole realizzare uno scopo globale e collettivo, come quello della società civile mondiale.

Non posso dire che io sono storico per essenza; posso però dire che questa storia, senza di me e i miei problemi, non ci sarebbe. Posso usare il dialogo con la storia per chiarire i miei problemi, ma devo essere consapevole che questa storia che sto facendo è costruita dalle mie domande. E' dunque essenziale esporre le domande con cui si affronta una determinata storia: che cosa si vuol qui sapere?
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Maria Chiara Pievatolo © 1998  Torna all'inizio di questo documento