Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone

Anima/psyché

E.A. Havelock (Preface to Plato, Cambridge Mass., Harvard UP. 1963, trad. Cultura orale e civiltà della scrittura, Roma-Bari, Laterza, 1973) racconta la nascita dell'anima come soggetto della conoscenza usando come filo conduttore l'evoluzione delle modalità di trasmissione del sapere:

"Tutte le civiltà umane fanno riferimento a una sorta di 'libro', cioè alla capacità di mettere in serbo le informazioni al fine di reimpiegarle."


Nel periodo fra Omero e Platone ebbe luogo la transizione da una cultura orale a una cultura scritta. L'uomo omerico e post-omerico è tenuto a conoscere, in quanto essere civile, il complesso di esperienze della sua cultura, incorporato in una serie di narrazioni ritmiche, che egli impara a memoria, ed accetta senza critiche, perché altrimenti gli sarebbe difficile ricordarle. La sua capacità di accettare le regole culturali è connessa alla sua soggezione all'esecuzione poetica e all'identificazione con le vicende e con le situazioni narrate dall'esecutore. Solo quando l'incanto è pienamente efficace, le sue facoltà mnemoniche possono essere mobilitate: l'arte del poeta è mímesis, imitazione, perché richiede l'immedesimazione dell'autore, dell'esecutore e dell'ascoltatore in ciò che viene raccontato: senza questa immedesimazione, che mobilita corpo, mente ed emozioni, il compito della memoria sarebbe difficilissimo. L'immedesimazione comporta che autore, esecutore e ascoltatore non elaborino conoscenze astratte e sintatticamente connesse, bensì si immergano nell'incantesimo di un flusso nel quale soggetto e oggetto non sono distinti.
La funzione politica e culturale della poesia in mondo orale è illustrata chiaramente da Esiodo, nell'Inno alle Muse all'inizio della Teogonia.

Verso la fine del V secolo, i greci cominciarono a parlare della loro psyche come se possedessero identità o personalità autonome, e non fossero semplici frammenti di un fluire cosmico-vitale. Psyche non è più l'ombra o respiro dell'uomo, il ricordo evanescente della vita corporea, ma lo spirito che pensa ed è capace di decisioni morali e di conoscenza scientifica. Autori di questa transizione furono Eraclito, Democrito e Socrate.

Per poter dire che io, in quanto soggetto autonomo e raziocinante, sono una cosa e la tradizione un'altra, occorre sospendere la mímesis, che conduceva ad identificarsi col flusso sensuale della narrazione. Per questo Platone dedica tanta parte della Repubblica alla critica alla poesia e contrappone l'astrazione, cioè la conoscenza concettuale, permanente e strappata dal fluire, al divenire proprio della seduzione poetica.
Il soggetto conoscente è un io autonomo; l'oggetto conosciuto è un mondo di astrazioni, di concetti e di princípi atemporali, connessi reciprocamente in una maniera non paratattica, ma sintattica: cioè non in una sequenza temporale, ma in un sistema sempre valido, perché basato su dei criteri unitari. La narrazione poetica poteva presentare solo esempi di virtù in azione, in una sequenza di eventi, e non poteva fare a meno di valersi dell'immagine dell'uomo superiore, che agisce con successo. Per questo, come denunciano Glaucone e Adimanto nel II libro della Repubblica, i poeti potevano celebrare la giustizia solo per i suoi effetti: il mito dell'anello di Gige può essere letto anche come un tentativo di "sospendere" la giustizia dalla sequenza sensuale della narrazione poetica, rendendo il suo protagonista invisibile.

Havelock nota che l'uso di una metafora visiva come eidos, cui Platone ricorre per rendere chiara ai suoi lettori la sua idea rivoluzionaria, lo conduce a delle ambiguità: le astrazioni, che sono costruite con fatica dalla dialettica - letteralmente strappate via dal flusso - possono essere viste come modelli che devono essere imitati, dando l'impressione che la filosofia si riduca a una nuova poesia.

Il canto, col suo carattere di esperienza sequenziale di immedesimazione che mobilita indistintamente espressione mentale e corporea, poteva essere visto come un paradigma del sapere poetico.

Il libro è un paradigma efficace del sapere concettuale
che Platone propone?

Anche il sapere concettuale forma, come quello poetico, un sistema unitario; esso richiede, inoltre, l'appropriazione critica del soggetto conoscente, che è un compito molto più difficile e gravoso dell'immedesimazione tramite la mímesis. Ma il libro, per quanto permetta di fissare e di diffondere dei ragionamenti complessi, ha dei limiti:
  • non permette l'interazione e dunque neppure una relazione critica con il soggetto conoscente
  • è un oggetto muto, chiuso, limitato, patrimoniale
  • la sua disposizione in sequenza (un rotolo o una serie di pagine) ne cela l'ordine sintattico.
La rete, come sistema unitario di interconnessioni in perenne espansione, il cui principio, al di là della sintassi, non può essere espresso in una formula, potrebbe essere un'immagine migliore? La metafora della rete potrebbe includere agevolmente anche i miti platonici, interpretandoli come finalizzati a adescare il lettore, abituato all'immaginosità della cultura orale, nella "rete" del pensiero filosofico, cui può connettersi attivamente con le proprie riflessioni.


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Maria Chiara Pievatolo © 1998  Torna all'inizio di questo documento