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Questo classico tema della riflessione filosofico-politica viene esposto in un dialogo platonico della vecchiaia, il Politico, con l'aiuto di un mito, narrato da un personaggio senza nome, lo straniero di Elea. Zeus, per dare un segno favorevole ad Atreo, in lotta per l'eredità contro il fratello Tieste, mutò il corso degli astri e del sole, facendolo sorgere a oriente anziché ad occidente, come era avvenuto fino ad allora. Questa inversione dell'ordine del cosmo comportò un mutamento dell'ordine complessivo del mondo rispetto al periodo precedente, nel quale era signore degli dei non Zeus, ma Chronos.
L'essere sempre nelle identiche condizioni è proprio della realtà divina, ma non del corpo. Anche il cosmo, che partecipa di molte qualità divine, essendo anche corporeo non può fare a meno di mutare - sebbene il suo movimento sia il più possibile circolare e identico a se stesso. Ma quando è guidato dal dio muove in un senso, e quando è abbandonato si muove, da sé, nell'altro, perché il dio non può farlo andare ora in un senso, ora in quello opposto. Quando il moto si invertì, si invertì anche il procedere dei viventi dalla nascita alla morte. Nell'età di Chronos, quando il dio governava il mondo, i viventi nascevano dalla terra e progredivano dalla vecchiaia all'infanzia fino a scomparire. La divinità stessa guidava gli uomini al pascolo, e non occorreva né costituire stati, né acquistare donne e figli, né lavorare i campi, né darsi all'industria. E' più felice il tempo di Zeus o quello di Chronos? Lo straniero eleatico suggerisce di considerare, per rispondere a questa domanda, se gli uomini dell'età di Chronos approfittassero della loro condizione di beatitudine e di libertà dalla necessità per cercare di conoscere e di capire, o se vivessero passivamente, come quelli di oggi: una situazione di ordine non conduce necessariamente a un felice rapporto col mondo. Quando il movimento si invertì, dopo l'iniziale sconvolgimento dapprima il mondo si sforzò di seguire l'ordine che si ricordava ma poi, abbandonato da dio, andò verso un progressivo disordine. L'inversione del ciclo vitale portò alla generazione da parte degli animali, che non potevano più nascere dalla terra, dato che nella terra sparivano. Gli uomini, privati dalla sorveglianza del pastore, mentre gli animali si inselvatichivano, rimasero deboli e indifesi; Prometeo ed Efesto donarono loro il fuoco e le arti per farli sopravvivere. Nell'età di Chronos, il politico era un pastore, e governava senza leggi: ma si trattava di una figura divina. L'umanità che egli guidava al pascolo aveva un ciclo di vita simile a quello vegetale: spuntava dalla terra, fioriva, si destrutturava e alla fine scompariva. Non si deve parlare, oggi, del politico come di un pastore: questa era la figura - divina - del ciclo precedente. I politici di questo ciclo sono molto più simili ai loro sudditi, anche per l'educazione di cui sono partecipi e il modo in cui vengono allevati. Una retta costituzione è quella in cui vi siano magistrati esperti nella loro arte, cioè ove il governo è affidato a uomini intelligenti. Una legge, infatti, non potrebbe mai comprendere in sé con esattezza ciò che è migliore e giusto per tutti, e decidere che cosa è giusto e meglio per ciascuno. Infatti le dissomiglianze degli uomini e delle loro azioni e il fatto che nulla di umano è immobile non permettono che nessuna arte enunci qualcosa di semplice e di immediatamente valido per tutti i tempi e tutti i casi. La legge è paragonabile a un uomo autoritario e ignorante che non permetta a nessuno di agire in modo diverso dai suoi ordini e non consenta di essere interrogato, neppure in caso di novità. Per dare legge a molti occorre farlo in modo generico e grossolano, rispetto a ciò che riguarda ciascun individuo. Tuttavia i capi intelligenti, se la legge si rivela inadeguata alle circostanze nuove, non sbagliano andando contro la legge, senza bisogno di persuadere i cittadini a cambiarla, come vorrebbe l'opinione comune. Il governo delle leggi sta al governo degli uomini come il manuale di medicina sta al medico: le sue istruzioni sono generiche, ma in assenza dell'esperto occorre affidarsi ad esse, pur essendo consapevoli della loro inadeguatezza. Platone preferisce il governo delle leggi o quello degli uomini? A prima vista, il mito sembra dirci che la legge è solo un rimedio di secondo ordine all'inaffidabilità dei governanti: ne faremmo volentieri a meno se ci fossero dei politici saggi, in grado di affrontare gli uomini e le questioni nella loro particolarità, senza ricorrere a regole generali grossolane. Ma bisogna sottolineare che il mondo del governo agricolo- pastorale del politico divino era diverso dal nostro: gli uomini avevano un ciclo vitale e una fioritura univoca. Proprio perché nessuno si discostava da un modello generale, di tipo botanico, era sufficiente la saggezza del pastore. Ora le cose sono radicalmente differenti: l'umanità si sviluppa culturalmente e storicamente, secondo procedimenti relazionali e aperti, perfino nella riproduzione, che non ha più luogo, come prima, per gemmazione. Un modello di sviluppo e di fioritura umana di tipo botanico, come quello precedente, non servirebbe a nulla. Né servirebbe la saggezza del dio, perché ora il mondo va per conto suo. Mentre prima il cosmo era ordinato e riducibile a regole, ora è complesso e caotico. Non governa più il dio, ma governano gli uomini. Per questo si pone il problema del governo delle leggi: la realtà umana è culturale e storica e una prospettiva di tipo botanico sarebbe controproducente, perché gli uomini non possono più essere trattati come piante, e perché nessun uomo può avere la pretesa di saggezza che era propria del dio. Per questo, nonostante tutto, è preferibile il governo delle leggi: perché governano gli uomini. Le leggi non avrebbero senso per ordinare l'armonia, che possiede già le sue regolarità; servono, però, a regolare il caos. Né avrebbero senso se ci fossero solo creature divine, piante e animali simili a piante, e non invece uomini e culture. Stando così le cose, se si volesse tradurre il titolo greco della Repubblica, Politeia, in una maniera che ne conservasse almeno in parte il significato originario, si potrebbe forse rendere con La costituzione, o, ancor meglio, con Il libro della cittadinanza: cittadini e costituzione, uomini e leggi, sono qualcosa di reciprocamente connesso. Non a caso, Platone nella Repubblica parla di questioni, come la poesia e la comunicazione del sapere, che hanno poco a che vedere col diritto strettamente inteso, ma sono di importanza capitale nella formazione del cittadino.
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