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La politica di Platone |
Platone e Socrate
La tentazione politica Una città per la filosofia Dialogo e scrittura |
Platone e SocratePlatone ci dà una testimonianza diretta della sua vita nella VII Lettera, a circa settantacinque anni d'età. Si tratta di una testimonianza preziosa, perché le più antiche biografie platoniche pervenuteci - quelle di Apuleio e di Diogene Laerzio - risalgono al II e III secolo d.C. La condanna di Socrate, "un amico più anziano di me, un uomo che non esito a dire il più giusto del mio tempo" (324d-e) fu l'evento decisivo, che fece deviare la vita e le scelte di Platone dal percorso tipico di molti giovani aristocratici. La tentazione politicaPlatone, da giovane aristocratico quale allora era, fu tentato dall'offerta, ma alla fine si risolse a non accettarla: "non tardai ad accorgermi che costoro facevano sembrare oro, in confronto, il governo precedente." (324d) Decisivo per questa presa di coscienza fu l'episodio dell'ingiusto arresto del democratico Leonte di Salamina, nel quale i Trenta cercarono vanamente di coinvolgere a forza Socrate. Restaurata la democrazia, Platone fu ripreso, sia pure con più pacatezza, dal desiderio di occuparsi degli affari pubblici. Ma, ancora una volta, Socrate determina in modo decisivo la sua vita:
Una città per la filosofia
Dialogo e scritturaPlatone era consapevole della pericolosità del testo scritto, che è statico e durevole, e il cui possesso, come aveva mostrato Socrate, dà l'illusione della conoscenza senza richiedere una appropriazione critica e interpersonale. Ma si rendeva anche conto che lo scritto, rispetto alla discussione faccia a faccia, permette di fissare ragionamenti complessi e di informare un numero molto maggiore di persone potenzialmente interessate. Per questo, sceglie la soluzione del dialogo.
Un dialogo non è come un trattato, perchè manca la voce dell'autore, che segue monologicamente il suo argomento fino ad una conclusione definitiva, e mostra la discussione viva, nel suo essere in fieri. Il suo stile teatrale richiama, per così dire, una quarta parete, che è quella aperta allo sguardo del lettore, invitato a pensare per conto suo. Anche i testi platonici diventano, così, un espediente per creare quello spazio per la filosofia - una zona temporaneamente autonoma - negato dalla città. Molti dialoghi platonici non terminano con una conclusione, ma con un mito o una ripresa di un motivo mitico, a significare il loro carattere aperto. Questa apertura può essere letta in un duplice modo: o come apertura utopica della filosofia, che "chiama dentro" il lettore, a riflettere su qualcosa cui Platone allude soltanto, o come apertura riformatrice, che "spinge fuori", dandoci una immagine per guidarci nell'azione. Questa ambiguità, che è anche l'ambiguità dellla "quarta parete" del palcoscenico, si ritrova anche nella posizione politica di Platone: fuori dalla politica non perché interessato ad altro, ma perchè troppo politicamente consapevole per scendere a compromessi. E ne consegne che ogni lettura di Platone è condannata ad essere, per la volontà dell'autore prima che per una necessità ermeneutica, il punto di vista di un partecipante idealmente coinvolto nella discussione. Non è casuale che Platone menzioni se stesso, in terza persona, solo due volte: nell'Apologia, ove Socrate lo indica fra gli amici che assistono al processo, e nel Fedone, il dialogo che racconta la morte di Socrate, ove si dice che era assente perché malato. L'assenza della voce dell'autore, in un testo scritto, è finalizzata a conservare uno dei pregi dell'oralità: il sapere non è riducibile a una raccolta di oggetti di proprietà di questo o quell'individuo, ma è un'impresa collettiva, che non si sviluppa nell'appropriazione, ma esclusivamente tramite l'interazione dialogica. Imparare non è comprare.
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