Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone
Taormina, Teatro greco

La politica di Platone

Platone e Socrate
La tentazione politica
Una città per la filosofia
Dialogo e scrittura

Platone e Socrate

Platone (428/7-347) aveva circa ventotto anni, quando assistette al processo che condusse alla condanna a morte di Socrate, la cui autodifesa conosciamo attraverso la sua interpretazione. Socrate era figlio di uno scalpellino e di una levatrice. Platone apparteneva a una delle grandi famiglie aristocratiche ateniesi; il padre, Aristone, si vantava di discendere dal mitico re di Atene Codro; la madre, Perittione, discendeva da Solone, ed era sorella di Carmide e cugina di Crizia, che fecero parte dei Trenta Tiranni. Ma l'insegnamento e l'esempio di Socrate determinarono in modo decisivo la vita e il pensiero di Platone.
Platone ci dà una testimonianza diretta della sua vita nella VII Lettera, a circa settantacinque anni d'età. Si tratta di una testimonianza preziosa, perché le più antiche biografie platoniche pervenuteci - quelle di Apuleio e di Diogene Laerzio - risalgono al II e III secolo d.C. La condanna di Socrate, "un amico più anziano di me, un uomo che non esito a dire il più giusto del mio tempo" (324d-e) fu l'evento decisivo, che fece deviare la vita e le scelte di Platone dal percorso tipico di molti giovani aristocratici.

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La tentazione politica

"Da giovane pensavo, come tanti, di dedicarmi alla politica non appena fossi divenuto padrone di me stesso." (324c) Nel 404, ad Atene, ha luogo un colpo di stato oligarchico, appoggiato dagli Spartani vittoriosi, che conduce al regime dei Trenta Tiranni. "Alcuni di questi erano miei familiari e conoscenti, che mi fecero subito capire, invitandomi anche esplicitamente ad intraprenderla, che la vita pubblica mi si confaceva." (324d).
Platone, da giovane aristocratico quale allora era, fu tentato dall'offerta, ma alla fine si risolse a non accettarla: "non tardai ad accorgermi che costoro facevano sembrare oro, in confronto, il governo precedente." (324d) Decisivo per questa presa di coscienza fu l'episodio dell'ingiusto arresto del democratico Leonte di Salamina, nel quale i Trenta cercarono vanamente di coinvolgere a forza Socrate.
Restaurata la democrazia, Platone fu ripreso, sia pure con più pacatezza, dal desiderio di occuparsi degli affari pubblici. Ma, ancora una volta, Socrate determina in modo decisivo la sua vita:


Caso volle che, in seguito, alcuni potenti trascinassero in giudizio il nostro amico Socrate, agitando contro di lui un'accusa la più infamante per disonestà e la più lontana dalla sua indole; lo perseguirono infatti per empietà, lo condannarono, l'uccisero, lui che non aveva voluto prendere parte alla cattura illegale di uno dei loro amici, al tempo in cui anch'essi soffrivano delle miserie dell'esilio. Indotto di nuovo a riflessione su queste vicende, su chi si occupa di politica, sulle leggi e sugli usi in generale, quanto più passava il tempo e andavo avanti nell'età facendo di queste considerazioni, tanto più mi sembrava difficile riuscire a far qualcosa con la politica. Senza amici e compagni, impossibile realizzare niente... (325c-d)

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Una città per la filosofia

Socrate aveva scelto di astenersi dalla politica e di portare la filosofia per strada, senza scrivere nulla, perché era convinto che il dialogo con le persone in carne ed ossa fosse l'unica politica praticabile per la filosofia. Platone, ammaestrato dalla vicenda di Socrate, imbocca un'altra via: visto che è impossibile il dialogo nella città, esso va portato fuori dalla città, in una triplice maniera:
  • nel testo scritto
  • in radicali progetti riformatori, teoretici e pratici (gli sfortunati viaggi a Siracusa del 389, 367, 360 a.C.)
  • tramite la fondazione di scuole (l'Accademia, che sopravvisse fino al 529 d.C., quando fu soppressa per volere di Giustiniano)
Se non è possibile una filosofia per la città, occorre creare una città per la filosofia.


...fui costretto a limitarmi a fare gli elogi della retta filosofia, come quella da cui sola può venire la capacità di scorgere ciò che è giusto nella vita pubblica e in quella privata; mai le generazioni degli uomini avrebbero potuto liberarsi dai mali, fino a che non fossero giunti ai vertici del potere politico i filosofi veri e schietti, o i governanti della città non diventassero, per un destino [moira] divino, filosofi. (326a-b)

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Dialogo e scrittura

Platone era consapevole della pericolosità del testo scritto, che è statico e durevole, e il cui possesso, come aveva mostrato Socrate, dà l'illusione della conoscenza senza richiedere una appropriazione critica e interpersonale. Ma si rendeva anche conto che lo scritto, rispetto alla discussione faccia a faccia, permette di fissare ragionamenti complessi e di informare un numero molto maggiore di persone potenzialmente interessate. Per questo, sceglie la soluzione del dialogo.
Un dialogo non è come un trattato, perchè manca la voce dell'autore, che segue monologicamente il suo argomento fino ad una conclusione definitiva, e mostra la discussione viva, nel suo essere in fieri. Il suo stile teatrale richiama, per così dire, una quarta parete, che è quella aperta allo sguardo del lettore, invitato a pensare per conto suo. Anche i testi platonici diventano, così, un espediente per creare quello spazio per la filosofia - una zona temporaneamente autonoma - negato dalla città.
Molti dialoghi platonici non terminano con una conclusione, ma con un mito o una ripresa di un motivo mitico, a significare il loro carattere aperto. Questa apertura può essere letta in un duplice modo: o come apertura utopica della filosofia, che "chiama dentro" il lettore, a riflettere su qualcosa cui Platone allude soltanto, o come apertura riformatrice, che "spinge fuori", dandoci una immagine per guidarci nell'azione. Questa ambiguità, che è anche l'ambiguità dellla "quarta parete" del palcoscenico, si ritrova anche nella posizione politica di Platone: fuori dalla politica non perché interessato ad altro, ma perchè troppo politicamente consapevole per scendere a compromessi. E ne consegne che ogni lettura di Platone è condannata ad essere, per la volontà dell'autore prima che per una necessità ermeneutica, il punto di vista di un partecipante idealmente coinvolto nella discussione.
Non è casuale che Platone menzioni se stesso, in terza persona, solo due volte: nell'Apologia, ove Socrate lo indica fra gli amici che assistono al processo, e nel Fedone, il dialogo che racconta la morte di Socrate, ove si dice che era assente perché malato. L'assenza della voce dell'autore, in un testo scritto, è finalizzata a conservare uno dei pregi dell'oralità: il sapere non è riducibile a una raccolta di oggetti di proprietà di questo o quell'individuo, ma è un'impresa collettiva, che non si sviluppa nell'appropriazione, ma esclusivamente tramite l'interazione dialogica. Imparare non è comprare.

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Sul problema della comunicazione del sapere in Platone raccomando la lettura di F. Trabattoni, Platone e la comunicazione. I link ai riferimenti testuali in questa pagina sono connessi alla VII lettera presso il Perseus Project.
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Maria Chiara Pievatolo © 1998  Torna all'inizio di questo documento