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Platone è femminista?e' una domanda connessa a..Platone è totalitario?


Nel V libro della Repubblica, le tesi esposte da Socrate possono essere ritenute totalitarie in tre punti connessi fra loro:
  1. l'abolizione delle famiglie private (per le classi superiori) e la determinazione politica degli accoppiamenti
  2. l'uso di concetti olistici, che risolvono la parte nel tutto.
  3. la giustificazione della menzogna come strumento di governo dei corpi
    1. L'abolizione della famiglia privata può apparire totalitaria solo a condizione che la famiglia stessa, entro i suoi confini, sia, per tutti i suoi membri, un luogo di libertà. Nel mondo di Platone, come ricorda opportunamente Susan M. Okin, la famiglia era un'unità economica dispotica, schiavista, sessista e patriarcale, ove ciò che i governanti dell'ottima polis fanno d'autorità per motivi pubblici, veniva fatto con una autorità ancor più arbitraria per motivi privati.
    Ciò nonostante, possiamo dire che l'eugenetica politica platonica è totalitaria. Ma per sostenere questa tesi, dobbiamo prima trovare una risposta coerente a questa domanda: perché delle stesse scelte risultano totalitarie se fatte pubblicamente dai governanti per i governati, mentre non ci appaiono tali se adottate privatamente dai singoli nei confronti del loro prossimo, o dai capifamiglia nei confronti delle donne e dei bambini?
    Questa domanda è una sfida, per il lettore moderno, anche perché l'invenzione di tecniche di riproduzione artificiale rende problematico e oggetto di scelte politiche quello che per tanto tempo, confinato nella famiglia, è stato trattato come naturale.

    2. Socrate sostiene che la città deve avvicinarsi a un uomo solo: i piaceri e i dolori di ciascuno devono essere sentiti come i piaceri e i dolori di tutti. Il suo termine di confronto è Trasimaco, che, contrapponendo il tiranno a coloro che si fanno assoggettare dalla (sua) giustizia, trattava i piaceri e i dolori come non trasferibili: io sottometto gli altri per il mio piacere, e non mi importa nulla della loro sofferenza.
    Trasimaco, così ragionando, era coerente: la separatezza delle persone comporta che ciascuno possa trascurare gli altri, a meno che non trovi - o imponga loro - un qualche interesse in comune. Per evitare questa logica, Socrate sostiene che la giustizia per il singolo ha lo stesso significato della giustizia per la città: io posso agire autonomamente e responsabilmente solo se mi impegno nella costruzione di un progetto politico di convivenza con gli altri, e mi prendo sulle spalle anche il loro dolore e la loro gioia. Io sono un soggetto morale autonomo solo in quanto mi costruisco come tale in relazione con me stesso e con gli altri secondo un medesimo principio. La mia autonomia è anche l'autonomia degli altri, anzi, può essere autonomia secondo una legge solo se riesco a trasferirla da me agli altri.
    Si può obiettare che questo ragionamento è seducente, perché Socrate ha cura di metterlo in una forma attraente: il dolore del singolo è il dolore della collettività, proprio come il dolore del mio dito è il mio dolore. Ma io non esiterei ad amputare il mio dito in cancrena, se questo fosse indispensabile per la mia sopravvivenza; analogamente, dunque, gli individui che sono ritenuti dannosi per l'intero vanno estirpati. Si tratta di un modo di ragionare totalitario? Per rispondere affermativamente occorre, però, trovare una soluzione coerente a questo problema: perché un medesimo comportamento appare una prevaricazione se ha luogo nei confronti del mio prossimo, ma non se ha luogo nei confronti di me stesso?

    3. L'uso di un unico principio di giustizia per la città e per l'individuo rende incoerente la tesi socratica sulla legittimità della menzogna politica, che pure siamo abituati ad associare all'olismo. Socrate, nel V libro, dice che la menzogna è come una medicina, e serve per curare la città. Ma un singolo uomo che mentisse a se stesso sarebbe una persona che si illude o si inganna, e non potrebbe essere giusto: la giustizia comporta un autocontrollo razionale consapevole, che qui sarebbe inficiato da deficienze cognitive e pigrizia intellettuale. E dunque la menzogna non è legittima neppure sul piano politico: se la città vuole essere giusta, la conoscenza deve essere distribuita. Ingannare un solo cittadino è come ingannare se stessi.
    Per far cadere in contraddizione il Socrate del V libro, però, occorre concedergli il principio che i comportamenti pubblici e i comportamenti privati, le azioni verso se stesso e le azioni verso gli altri, vanno giudicati secondo un solo e medesimo metro.
    Se si distingue il pubblico dal privato, e se stessi dagli altri, ci è anche possibile sostenere che pubblico e privato seguono logiche morali diverse, e reciprocamente indipendenti. Questo potrebbe riaprire la strada all'idea che la ragion di stato sia differente e superiore rispetto alla morale individuale, o che, sul modello del mito di Gige, i singoli siano legittimati a fare delle eccezioni, ogni volta che gliene capita l'occasione, all'etica e al diritto comune a tutti.


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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento