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Isocrate

Isocrate aveva fondato nel 392 a.C. una propria scuola, il cui programma è esposto nelle orazioni Contro i Sofisti e Elena, Isocrate polemizzava contro l'eristica (arte dell'argomentazione volta esclusivamente a prevalere sull'avversario), contro la pretesa di trasmettere la scienza del futuro e quindi la felicità senza essere capaci di consigliare nulla sul presente, e contro l'insegnamento di una retorica puramente formale, schematizzata in regole. Si proponeva di insegnare una retorica utile alla vita politica, in grado di adattarsi alle circostanze e all'uditorio.

Secondo Isocrate, per imparare la retorica occorrono doti naturali e un apprendistato; la retorica non insegna la saggezza e la rettitudine a chi non ha già una natura disposta alla virtù. Pur polemizzando con i sofisti, Isocrate concilia, nella sua impostazione, l'eredità sofistica e quella aristocratica.

Socrate e Platone, che affermavano l'unità della virtù, il suo carattere non naturale e l'unità della sua scienza erano gli avversari naturali di Isocrate, il quale, in sostanza, riteneva politicamente e pedagogicamente irrilevante ogni filosofia che cercasse di legittimarsi - sul modello della techne - come disciplina scientifica:

Avere opinioni adeguate (epieikos doxazein) su ciò che è utile è più importante di avere scienza esatta (akribos epistasthai) su ciò che è inutile. (Hel. § 5)


Secondo Isocrate, la prassi politica è la discriminante dei valori, e l'opinione capace di orientare su questa prassi è lo strumento fondamentale della convivenza umana. La retorica insegna a formulare opinioni fondate sui valori politici e sociali della comunità.

Secondo Platone può essere sufficiente l'opinione retta, in luogo delle techne, nell'ambito della prassi. Ma il sapere della techne è in grado di fornire i criteri per distinguere fra scorretto e scorretto e di renderne conto, mentre l 'opinione retta è simile a un cieco che cammina correttamente su una strada (Resp., 506 c): sta seguendo la via giusta, ma non sa dire perché, né saprebbe ritrovarla se sviato per qualche motivo.

Come nota G. Cambiano (Platone e le tecniche, Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 135) la similitudine del cieco richiama la metafora visiva implicita nella teoria delle idee. Per giustificare e per orientare la prassi, occorre essere capaci di mostrare o far vedere i criteri dell'azione. Vale la pena aggiungere che il "far vedere" è possibile solo se ognuno sa vedere da sé: chi apprende tramite la vista lo può fare solo in prima persona e non "per sentito dire".
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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento