La Leggenda del Grande Inquisitore
La Leggenda del Grande Inquisitore, è contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov, dello scrittore russo Fiodor Dostoevskij. Ivan Karamazov, ateo, narra questa leggenda per render comprensibili i suoi dubbi teologici al fratello credente. Dostoevskij non procede, come Kant, dalla libertà a Dio, bensì, viceversa, da Dio alla libertà: nella sua antropologia illuminata teologicamente, la libertà è qualcosa di più di un postulato che fonda la possibilità di ogni discorso morale: essa rappresenta un dato essenziale ed esistenziale della condizione dell'uomo, che è posto sempre e comunque, proprio in virtù della libertà, dinanzi a un dilemma inevitabile fra bene e male.
Ivan Karamazov immagina che, dopo quindici secoli dalla morte di Cristo, quando ormai è rimasta soltanto "la fede in ciò che dice il cuore", egli ritorni, in silenzio, sulla terra e si manifesti operando miracoli proprio nella Spagna dominata dai roghi e dalle persecuzioni fatte in suo nome dalla Santa Inquisizione. Il Grande Inquisitore, imprigionatolo con l'intenzione di bruciarlo come eretico, si reca da lui nella notte, e lo apostrofa lungamente, proprio sul problema del valore della libertà per l'uomo:
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"Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato, non possono neppure concepire, della quale hanno paura e terrore, perché nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l'uomo e per la società umana!". "Io ti dico che non c'è per l'uomo preoccupazione più tormentosa di quella di trovare qualcuno al quale restituire, al più presto possibile, quel dono della libertà che il disgraziato ha avuto al momento di nascere". "Tu hai scelto tutto quello che c'è di più insolito, di più problematico, hai scelto tutto quello che era superiore alle sorte degli uomini, e perciò hai agito come se tu non li amassi affatto. E chi è che ha agito così? Colui che era venuto a dare per loro la sua vita! Invece di impadronirti della libertà umana, l'hai moltiplicata, e hai oppresso per sempre col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell'uomo. (...) Se tu lo avessi stimato meno, gli avresti anche chiesto di meno, e questa sarebbe stata una cosa più vicina all'amore... "
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Il discorso del Grande Inquisitore è, caratteristicamente, di doppio livello: in quanto politico, egli, convinto com'è che i tre pilastri della felicità per l'uomo siano il mistero, il miracolo e l'autorità, non espone né può esporre nessun genere di filosofia politica pubblica. Invece, nel segreto della notte, dinanzi ad un Dio silenzioso che crede suo prigioniero, si manifesta con una sorta di paradossale antiteologia politica incentrata, appunto, sul problema del valore della libertà. La sede da lui scelta per presentare una tale questione è certamente la più corretta: una condizione inevitabile del discorso morale è facilmente assimilabile, in termini teologici, a un dato ineliminabile connaturato alla creaturalità umana, o, se vogliamo, a un dono della divinità che, come tale, oltre a non essere rifiutabile, ha sempre anche delle conseguenze non del tutto gradevoli. N. Berdjaev osserva, interpretando il pensiero di Dostoevskij, a proposito della libertà (La concezione di Dostoevskij, Roma, Einaudi, 1945, p. 6):
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"La libertà non può essere identificata con il bene, la verità e la perfezione. La libertà ha la sua natura originale, la libertà è libertà e non un bene. Ogni confusione e identificazione della libertà con il bene stesso equivale a negare la libertà, a riconoscere le vie della violenza e della costrizione" .
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Il Grande Inquisitore, nell'ambizione di correggere l'opera di Dio, applica alla libertà il predicato di valore opposto, ottenendo lo stesso risultato. Il suo discorso doppio è a prima vista coerente: se la libertà è un male, allora, in sede politica, il mistero, il miracolo e l'autorità sono non soltanto l'instrumentum regni migliore, ma, soprattutto, quello più conciliabile con la premessa assunta; infatti, una teoria che illustrasse in pubblico e veridicamente i mali della libertà, presupporrebbe pur sempre quella stessa libertà che vorrebbe eliminare. Quanto alla questione del valore della libertà, essa è posta, nel segreto, in sede di teologia politica.
Il punto problematico è soltanto dove i due differenti discorsi del Grande Inquisitore sono costretti a convivere, e cioè nella sua persona stessa, che ha, di conseguenza, una statura paradossale. Pur essendo convinto che la libertà, per gli uomini, sia un dono terribile, egli non esita ad assumere la responsabilità anche di quella altrui, fino al peccato e alla rivolta contro Dio. Volendo eliminarla, egli ha in realtà concentrato nelle sue mani una libertà enorme e spaventosa: anche se tutti fossero ridotti all'acquiescenza al suo sistema di mistero, miracolo e autorità, lui stesso non sarebbe liberato dalla libertà, bensì sommamente schiacciato dalla sua oppressione. Questo dono divino non si può rifiutare, e, anzi, quanto più si rifiuta, tanto più ne veniamo gravati.
Cristo, col silenzio di un Dio donatore di libertà, risponde al lunghissimo discorso del suo carceriere e giudice soltanto con un bacio; il Grande Inquisitore, turbato, lo invita ad andarsene per non tornare mai. Secondo il fratello credente di Ivan Karamazov, il gesto di Cristo, che conclude il poema, è soltanto un segno di mitezza e di infinita misericordia; e tuttavia, esso può non apparire così innocente. Il persecutore ha parlato sinceramente almeno una volta, dinanzi a Dio, e ha mostrato come ha accolto e fatto uso del dono divino della libertà; Cristo ha taciuto, e ha affidato la sua replica soltanto all'ambiguità di un bacio, sufficiente a intaccare la durezza del Grande Inquisitore, ma enigmatico come risposta alla questione del significato della libertà non in quanto valore offerto in opzione sul mercato di una assiologia pluralistica, bensì in quanto condizione ineliminabile della creaturalità morale. Almeno nella prospettiva paradossale di chi adopera demoniacamente il dono divino della libertà per valutarne il senso e il valore, si potrebbe sospettare che il bacio senza parole del poema di Ivan Karamazov sia non soltanto un segno di perdono, ma anche e nello stesso tempo un terribile riconoscimento. Infatti, né Ivan Karamazov, né il Grande Inquisitore sono miscredenti alla maniera dello stolto del Salmo XIV, che dice nel suo cuore Dio non c'è: qui non si tratta semplicemente di negare o riconoscere l'esistenza di Dio, bensì di avere o no fede - fiducia - in lui e nel senso della sua creazione. Il credente, fidandosi di Dio, accetta la libertà come suo dono e condizione della creaturalità morale dell'uomo: il bacio del Cristo di Ivan Karamazov, in questa prospettiva, è semplicemente un gesto di misericordia per un peccatore che non ha saputo fare correttamente uso di un dono il quale, anche in quanto divino, non può essere oggetto di valutazione creaturale, ma è unicamente condizione del bene e del male della creatura e della sua possibilità di valutare ed imputare il bene e il male. Invece chi - come il Grande Inquisitore - non ha fiducia in Dio mette in discussione, facendo un uso paradossale e demoniaco della libertà, il senso complessivo, antropologico-cosmologico del dono divino, come fonte non semplicemente di peccato creaturale - redimibile e perdonabile -, ma d'infelicità e di male irredimibile. Nella sua prospettiva, il bacio senza parole di Cristo può apparire come un gesto terribile: Io, nel darvi questo dono, ho voluto anche questo male e questa sofferenza, e questa mia volontà è al di là d'ogni spiegazione, dunque al di là perfino dell'interrogare paradossale del miscredente.
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