La similitudine della scrittura
M. Vegetti (Grammata in Platone, La Repubblica, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol. II, pp. 281-284) sostiene che questa immagine grafica è molto efficace. La scrittura riduce la comunicazione a un numero finito e discreto di segni, dotati di un senso univoco ed in grado di significare tutto; la giustizia, dal canto suo, dovrebbe fare la stessa cosa per il mondo politico. Tuttavia, la similitudine fra giustizia e scrittura e fra uomo e polis contenuta nel II libro della Repubblica introduce tre assunzioni non motivate:
Trasimaco sostiene che la giustizia ha un senso esclusivamente politico e opera sui singoli soltanto tramite la forza e l'inganno; la società della sorveglianza e della sopraffazione è la sola società praticabile. Tuttavia, anche in questo caso, la giustizia può essere pensata come un testo: il "giusto" ha un significato costante, perché si riduce all'utile di qualcuno, identico a me, se sono in una posizione di potere, e altrimenti diverso. Neppure Trasimaco smentisce questa assunzione. La giustizia, in quanto oggetto di teoria, pretende, a torto o a ragione, di essere una funzione pubblica con un significato condiviso, e perciò è possibile pensarla come un testo; un insieme di segni forse ingannevole, ma accessibile all'interpretazione di tutti coloro che hanno appreso la convenzione dell'alfabeto. Anche lo smascheramento di Trasimaco è reso possibile dalla trasformazione della giustizia in senso testuale: mentre nel mondo della cultura orale i rapporti di forza erano impliciti nella struttura stessa della comunicazione poetica, come avvertiva chiaramente Esiodo, ora la riduzione della giustizia a formula permette di analizzarne e criticarne il senso e la funzione sociale. Secondo Socrate, se affermiamo che la giustizia (dikaiosyne) può essere sia di un singolo uomo (andros enos), sia della polis intera (oles poleos), allora sarà più facile vedere la giustizia nell'elemento più grande e poi applicarla al minore. Ma il fatto che sull'uomo e sulla città sia scritto lo stesso testo è soltanto, come abbiamo visto, un dono di Hermes, messaggero degli dei e ambigua divinità dei ladri, degli espedienti, dei sogni e dei discorsi abili. Fuor di metafora: Socrate ha usato un "trucco"? A dispetto dell'attacco di Popper, l'idea che la giustizia sia un testo scritto, in grande e in piccolo, sulla città e sul singolo non si presta ad una interpretazione ontologica: le lettere non sono organismi o interi, ma sono dei segni, che servono per dire qualcosa. E' questo qualcosa, espresso dal complesso delle lettere, che può indicare un ente pensato come esistente. Ma ciò può avvenire se e solo se ci si rende conto che le lettere sono segni che rimandano oltre se stessi: Socrate sa bene che un testo non deve essere giudicato di per se stesso, come una cosa, ma per la sua funzione cognitiva e comunicativa. Anche la giustizia, se è paragonata alla forma di una lettera dell'alfabeto, deve essere pensata come un segno che rimanda oltre se stesso - come una funzione che è indipendente dal dispositivo su cui è scritta. Se la giustizia è un testo, allora ci si può interrogare su di essa senza fare assunzioni ontologiche sulla città e sull'individuo, e tentare di procedere partendo dal presupposto che entrambi siano compatibili con una medesima funzione. Analogamente, il senso di una parola è indipendente dal suo essere incisa nel marmo, o dipinta su un muro, o scritta su un pezzo di carta. Spetterà, semmai, a chi non è d'accordo provare - a dispetto di Magritte - che esistono parole che non possono essere scritte su certi materiali. La teoria della giustizia che Socrate comincia a costruire è, dichiaratamente, una giustizia per persone che riescono a vedere il grande, ma non vedono bene il piccolo. Ma chi ci garantisce che un ipovedente, una volta letto il testo in grande, lo sappia riconoscere quando la vede in piccolo? Inoltre, come osserva Mario Vegetti, chi ci garantisce che la giustizia della città sia più visibile di quella del singolo? Socrate sembra consapevole che il singolo uomo e l'intero politico sono due cose diverse, a cui egli tenta di applicare una stessa funzione, la giustizia, nella speranza che l'applicazione "macroscopica" alla città possa dare lumi sulla sua applicazione "microscopica" al singolo. I singoli sono invisibili non tanto perché Socrate pretenda di avere un concetto di "intero" che li ricomprende come parti, quanto perché non vogliono farsi vedere, o si "vedono" male, quando si cerca di applicar loro la giustizia. Se la giustizia è una costruzione, che si può e si deve fare col discorso e dal principio (arché) [369c], lo stesso non si può dire per i singoli - che possono essere ricostruiti col logos, ma che non sono costruiti dal logos. Gli interessi e i valori individuali e privati non sono né ovvi, né trasparenti. E allora vale la pena di chiedersi se sia possibile trasferire alla sfera della psiche gli stessi problemi di coordinazione e di autogoverno che si sono scoperti nel mondo pubblico. La sicurezza della distinzione fra pubblico e privato riposa sulla chiarezza e sulla solidità di un mondo familiare e intrapsichico che Platone non si si sente di dare per scontata. |
|
|
|
|