Il mondo di Platone La Repubblica di Platone: indice generale Il testo di Platone

Commettere ingiustizia è peggio che subirla?

Funziona l'argomento esposto da Socrate nel Gorgia? Un interprete, Gregory Vlastos, ha osservato che Socrate usa, forse inconsapevolmente, un trucco: nel passo (1) del ragionamento il bello viene definito in relazione a chi lo contempla, allo spettatore. Ma nei passi successivi il riferimento al punto di vista dello spettatore viene lasciato cadere, e sembra che si parli sia dello spettatore, sia del protagonista dell'azione, che compie o subisce ingiustizia. Eppure, dal fatto che il bello sia piacevole o utile per lo spettatore non segue che esso sia analogamente piacevole o utile per l'attore; e lo stesso discorso si può fare anche per il brutto. Per fare un esempio melodrammatico: lo spettatore può trovare piacevole uno spettacolo di clowns, ma per il pagliaccio la messinscena può essere una esperienza molto dolorosa, a voler credere a Ruggero Leoncavallo. A prima vista, Polo si è fatto confutare non solo perché ha concesso a Socrate che commettere ingiustizia fosse più brutto che subirla, ma soprattutto perchè ha permesso che il suo interlocutore omettesse di precisare che stava parlando solo del punto di vista dello spettatore.

Però, enunciando una ulteriore premessa, sottointesa nel concetto di eudaimonia, è forse possibile interpretare questo argomento come un ragionamento valido. La premessa è questa: in ambito morale, a differenza che all'opera, non esistono spettatori e attori, ma tutti sono attori, partecipi dell'universo che giudicano e che contemplano. Se ciò è vero, Socrate è legittimato a lasciar cadere la clausola "per chi li contempla", una volta connesso il moralmente bello all'interesse dello spettatore e agente morale.
Se lo spettatore morale è sempre anche attore, non è coerente distinguere un'estetica della morale, per la quale commettere ingiustizia è "brutto", da una "tecnica" della morale, per la quale subire ingiustizia è "cattivo". Che cosa mi autorizza a usare, da spettatore, un criterio di valutazione differente rispetto a quello che adopererei se fossi attore?
In ambito etico, io sono sempre un attore, almeno potenziale, e non sono mai uno spettatore. Sono partecipe al problema del bene e alle vicende che, alla sua luce, devo giudicare. Perciò, se diciamo che una cosa è più brutta dobbiamo affermare anche che è peggiore: che, in una situazione che ci riguardasse, sarebbe meglio che non vi fossero persone che commettono ingiustizia, e che noi non fossimo fra queste, piuttosto che ammetterne la possibilità e fare di tutto per non essere fra coloro che la subiscono. Per questo, il primo dovere di una persona responsabile di ciò che fa nel mondo è non commettere ingiustizia; evitare di subirla è una questione secondaria, che può porsi correttamente, cioè secondo giustizia, solo una volta affrontata la prima.
Ritorna all'introduzione

Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento