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Come nota Silvia Gastaldi ("Dikaion/dikaiosyne", in Platone, La Repubblica, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol. I,, pp. 159-169), nel primo libro della Repubblica i dialoganti oscillano, per designare la giustizia, fra il neutro sostantivato to dikaion e il sostantivo dikaiosyne. Successivamente, si impone questo ultimo termine, che Socrate adotta in via esclusiva già nel primo libro. L'uso del più recente dikaiosyne è indice dell'attenzione socratico-platonica al nuovo senso della giustizia come virtù personale e interiore. Per questo, dikaiosyne soppianta il più antico sostantivo dike, che designava un complesso di regole di condotta sociale, sanzionate da una autorità divina o umana, ed eventualmente personificate in una dea, ma senza riferimento alle intenzioni individuali.
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