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CratiloNomi, autorità e linguaggio |
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Il dialogo può essere annoverato fra gli scritti platonici della maturità. I suoi protagonisti sono il filosofo eracliteo Cratilo, Ermogene, fratello di Callia, e Socrate. La forma drammatica diretta del testo può far supporre che sia stato composto prima della Repubblica, ove questa forma viene criticata.
Convenzione o natura?Cratilo afferma che vi è una correttezza (orthotes) di nomi che è stata prodotta secondo natura (physis): la denominazione non è frutto di una operazione convenzionale. [383a] Ermogene, di contro, sostiene che la correttezza dei nomi deriva esclusivamente da convenzione (syntheke) e accordo (omologia). Le cose vengono denominate per convenzione e abitudine (nomo kai ethei). [384d]
Dalla tesi convenzionalista fatta propria da Ermogene segue che il nome con cui uno chiama una cosa è il suo nome, sia che la cosa sia chiamata da un privato, sia da una città [385a] Socrate gli chiede: "C'è qualcosa che tu chiami dire il vero e il falso? Ermogene deve rispondere affermativamente a questa domanda, perché verità e falsità appartengono alla convenzione linguistica in cui si trova a giocare. Egli stesso, in quanto sostiene una teoria sul linguaggio, deve avanzare una pretesa di verità. Il discorso vero, prosegue Socrate, è quello che dice ciò che è com'è: ma se si ammette la possibilità che un discorso sia vero o falso nella sua interezza (olos) dobbiamo accettare che anche le sue parti - i nomi - siano veri o falsi. [385b]
Se il problema della verità e della falsità del linguaggio è proponibile anche in una teoria convenzionalistica, allora una teoria convenzionalistica del linguaggio, per essere pienamente fondata, deve appoggiarsi a una teoria convenzionalistica della verità e della conoscenza - come è per esempio quella di Protagora. Protagora sostiene che l'uomo è la misura di tutte le cose, "come appaiono a me. così sono e come appaiono a te, così sono": l'ousia (sostanza) di ciò che è, è per ciascuno privatamente. [386a]
Contro le tesi protagoree, Socrate propone una critica più etico-politica che epistemologica: se Protagora ha ragione - se la realtà è una questione privata - allora non si può neppure dire che qualcuno sia più saggio (phronimos) di altri. [386c] Il sofista, in quanto tale, è un esperto che espone una teoria e parla con autorità anche in relazione alla prassi. La teoria del carattere privato della realtà contraddice se stessa, non appena viene posto il problema delle sue condizioni di validità, che devono essere, in qualche forma, pubbliche e universalmente condivisibili. Perciò, conclude Socrate, è chiaro che le cose hanno di per se stesse una loro realtà stabile e non sono portate su e giù secondo la nostra immaginazione, ma esistono per natura in se stesse secondo la loro ousia (sostanza). [386e]
La techne del denominareQuesto comporta che, se per esempio vogliamo bruciare qualcosa, non dobbiamo farlo secondo un qualunque sapere per sentito dire (doxa) ma secondo correttezza, come è naturale che qualcosa sia bruciato e col mezzo naturalmente adatto. [387b] Ebbene, se si riconosce che anche il dire è una forma di praxis e il denominare è parte del dire, si applicherà ad essi una analoga forma di correttezza. [387c ss] Come ad esempio le spole sono gli strumenti dell'azione del tessere, così i nomi sono l'organon (strumento) del denominare. [388a] Ora, il tessere consiste nel diakrinein (distinguere, scomporre in parti elementari, decidere questioni giudiziarie) la trama e i fili mescolati insieme. Analogamente, quando denominiamo insegnamo qualcosa gli uni agli altri e distinguiamo le cose (ta pragmata diakrinomen). [388b] Dunque il nome è uno strumento didascalico e diakritikon dell'ousia, cioè in grado di distinguere la realtà o le proprietà del reale, e opera come la spola fa nei confronti della tela. [388c]
Il tessitore, prosegue Socrate, saprà usare bene, cioè in modo adeguato al compito che si propone, dell'opera del falegname, il quale fabbrica la spola. Ma falegname è solo l'esperto competente, cioè chi ha la techne relativa. I nomi ci vengono trasmessi dal nomos (consuetudine, legge) [388d] e per essere fabbricati richiedono, analogamente, un esperto dotato della relativa techne, il nomothetes, cioè colui che pone il nomos, o legislatore. Mentre l'utente dei nomi - per esempio chi insegna - non è lo specialista dell'arte del denominare. [388e] Se il linguaggio è una forma di azione e si può porre il problema della sua correttezza solo pensandolo come istituito secondo una competenza determinata, allora l'autorità di chi lo istituisce può essere vista come pratica e teoretica a un tempo: il nomothetes è qualcosa di simile a un legislatore costituente [cfr. Tuc. VIII, 97] che produce qualcosa che non c'era, ma non arbitrariamente, bensì in base ai principi della sua techne. Il problema della correttezza del linguaggio si può porre solo in quanto il linguaggio stesso è pensato come prassi assimilabile alla techne: il legislatore stesso è un tecnico, tanto è vero che Socrate lo chiama il demiourgos più raro. [389a] Denominare e legiferare
L'autorità del legislatore è una autorità tecnica: egli è un artigiano che fabbrica uno strumento, secondo un modello funzionale, che egli conosce meglio di altri; la funzionalità non è relativa alle diverse culture, ma è una sola. Tuttavia, chi istituisce le parole non ha l'ultima parola - proprio perché le parole sono strumenti e il loro modello funzionale è modello di qualcosa che è destinato all'uso da parte di altri.
Chi saprà dire - chiede Socrate - se l'eidos adatto della spola è stato impresso in questo o quel legno? Il falegname, che l'ha fabbricata, o il tessitore, che la usa? [389b] Ermogene viene guidato ad affermare che questo tipo di giudizio è di competenza dell'utente: uno strumento è funzionale nella misura in cui si lascia usare. L'utente dei nomi è il dialettico, che sa interrogare e rispondere. [390c] Sarà dunque lui ad aver titolo a giudicare e sorvegliare l'opera del legislatore. Stando così le cose - conclude Socrate - allora è vero che esiste, come diceva Cratilo, una correttezza naturale dei nomi, in relazione all'eidos che esprimono. L'autorità del nomothetes si fonda sulla sua capacità di istituire nomi in considerazione dell'eidos. [390e]
Dei, uomini e poetiVengono scartati, in primo luogo, i sofisti, sia perché il loro insegnamento impone un rapporto clientelare, [391b] sia perché Ermogene dice di non condividere l'impostazione teorica di Protagora. [391c] Come si vede, l'eidos, in quanto tramite per la distribuzione dell'autorità, ha un ruolo decisivo. Ci si può rivolgere, in alternativa, all'autorità culturale tradizionale del mondo greco: i poeti. Omero, dice Socrate, distingue i nomi che dei e uomini danno alle stesse cose. [391d] Quali saranno i nomi corretti? Socrate propone un esempio: il caso del figlio di Ettore, noto ai Troiani sia come Scamandrio sia come Astianatte. [392b] Se gli uomini - come riteneva Omero - sono più assennati delle donne, allora il nome corretto del figlio di Ettore è quello con cui certamente dovevano chiamarlo gli uomini, in relazione al ruolo di suo padre: Astianatte, il cui etimo è appunto "signore della città". [392c ss] Dall'Iliade (6,402-3) sappiamo - come sicuramente sapeva Platone - che Ettore chiamava suo figlio Scamandrio: questo può far pensare che l'intero argomento - nonché la lunga digressione etimologica che gli fa seguito - sia ironico. La tradizione poetica fonda la correttezza dei nomi sul rango di chi denomina, cioè su un principio di autorità non distribuibile e non giustificabile. Non si può negare, tuttavia, che anche il poeta sia un utente del linguaggio. Le parole e le cose
Per misurare la correttezza del linguaggio occorre avere una unità di misura extralinguistica, l'eidos; tale unità di misura permette di giudicare l'operato del legislatore che istituisce i nomi. Questi è dotato di una autorità pratica esclusiva, in quanto nomothetes o legislatore costituente della denominazione stessa; ma la correttezza della denominazione può essere giudicata dai suoi utenti più consapevoli perché essi possono confrontare i nomi con dei paradigmi intersoggettivi di carattere teorico. Questa tesi, precedentemente espressa da Socrate, si manifesta come problematica in relazione alla questione dei nomi degli dei: se degli dei non sappiamo nulla, allora non disponiamo del loro eidos. Non disponiamo, cioè, di una unità di misura extralinguistica per valutare la correttezza di quanto diciamo su di loro. Tutto quello che possiamo sapere è legato alle opinioni degli uomini, o al loro sapere per sentito dire, che dipende da un contesto già linguistico: la denominazione umana non trae origine dalla conoscenza dell'eidos e dunque non può fondarsi su una autorità teoreticamente giustificabile. Il cielo è chiuso. Resta da vedere se è aperta la terra. Il significato dei termini linguistici può essere spiegato riconducendoli ad altri termini, da cui derivano: ma come spiegare i termini elementari (stoikeia), non riducibili ad altro? [422b] Socrate propone l'ipotesi mimetica: i termini elementari sono copie o imitazioni (mimemata) con la voce di ciò che si imita. [423b] Ma questa ipotesi viene esclusa, perché condurrebbe ad identificare la denominazione con la riproduzione o l'immedesimazione: chi per esempio imita un gatto o un cane fa qualcosa di più che dire semplicemente i loro nomi, perché li riproduce immedesimandosi in loro. La mimesis è dunque riservata ad attività artistiche come la mousiké e la graphiké: il nome non dà una illusione di realtà - se per realtà si intende la realtà sensibile. [423d] Si può però sostenere che ogni cosa ha una sua ousia o essenza, allo stesso modo in cui ha, per esempio, un colore, e che, se qualcuno riuscisse a imitare questa ousia con lettere e sillabe, questi renderebbe manifesto ciò che è.[423e] Il legislatore linguistico può essere visto come un onomastico, cioè un imitatore di essenze, non differente, in quanto imitatore, dall'esperto di mousiké o dal disegnatore. Questa tesi presuppone che l'ousia sia una proprietà delle cose conoscibile e riproducibile in modo analogo a quanto avviene col colore e che, altrettanto analogamente, possa essere espressa con una forma di mimesis onomastica. Ma perfino nell'ipotesi che l'essenza sia una proprietà descrittiva delle cose, la conoscenza linguistica, proprio come la conoscenza poetica - la conoscenza mimetica per eccellenza - è tradizionale e storica. Come facciamo a sapere se i primi nomi, da cui derivano gli altri e da cui dipende il nostro linguaggio, sono stati attribuiti correttamente? [425a] L'equivoco linguisticoLa correttezza di un nome è quella che mostrerà com'è la cosa. La denominazione è una techne e in quanto tale si addice a un esperto, il legislatore. [428e] Se però, prosegue Socrate, vogliamo applicare alla denominazione i parametri della techne, dobbiamo riconoscere che, come esistono pittori e architetti più o meno abili, e dunque opere più o meno belle, allora ci saranno anche nomi più o meno appropriati. [429a] Cratilo, di contro, nega il paradigma della techne: tutti i nomi, in quanto nomi, sono corretti. [429b] Da questa tesi segue che non è possibile dire il falso: chi dice quello che dice, dice sempre quello che è - dottrina, questa, diffusa in ambiente sofistico. Anche chi si rivolgesse a Cratilo chiamandolo erroneamente Ermogene non direbbe il falso, ma si limiterebbe a far rumore. [430 a] Il paradigma della techne permette di trattare il linguaggio come una relazione con la realtà esposta alla storicità e alla contingenza; la posizione di Cratilo vede nel linguaggio un mondo intrinsecamente significativo, dotato di una sua realtà propria. Cratilo, tuttavia, riconosce la distinzione fra il nome e la cosa cui il nome si riferisce, e ammette che il nome sia una imitazione della cosa. [430a] Questo comporta che vi possa essere un nesso appropriato o inappropriato fra il nome e la cosa, esattamente come è possibile mettere in relazione in modo più o meno appropriato una illustrazione e un oggetto, a seconda della adeguatezza del disegno alla cosa stessa.[431e] Cratilo obietta che i nomi non sono riproduzioni delle cose: basta alterare una parola di pochissimo, aggiungendo o togliendo una lettera, perché la parola significhi altro, o non significhi più nulla. Socrate gli fa notare che nessuna rappresentazione può essere una totale riproduzione:
Fra le parole e le cose c'é un rapporto di mera somiglianza, perché le une sono imitazione delle altre. Ma l'imitazione non può essere una riproduzione. Come facciamo dunque a cogliere la relazione di imitazione fra le parole e le cose? Cratilo è costretto a rispondere invocando la convenzione e l'abitudine [435a ss] - invocando, cioè, la tesi convenzionalistica di Ermogene. Si può ancora sostenere che chi conosce i nomi, conosce anche le cose? [435d] Socrate fa notare due circostanze:
L'incoerenza e la plurivocità del linguaggio suggeriscono che si possa imparare ciò che è senza far ricorso ai nomi. [438e]
Questa stabilità non può essere assicurata dal linguaggio: il bello di cui si parla muta continuamente e non rimane mai allo stesso modo. Ma questo significa che non può essere conosciuto da nessuno.
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