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Diogene Laerzio (III, 37) e Dionigi di Alicarnasso riferiscono che Platone non smise mai di rielaborare le parti iniziali della Repubblica. Di regola, Platone non licenziava i testi per la pubblicazione, ma li rivedeva continuamente, pur permettendone la circolazione, tanto che potremmo chiederci se abbia senso parlare di "pubblicazione" dei testi platonici (M. Vegetti, "Introduzione al libro I", in Platone, La Repubblica, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol. I, p. 17).
In generale, il concetto di pubblicazione appare labile, se applicato al mondo antico, che era un mondo senza stampa e senza copyright, nel quale la circolazione dei testi era affidata alla copiatura manuale. Ma nel Fedro, c'è un argomento che potrebbe essere letto come una giustificazione della prassi di non licenziare i testi, in relazione al problema del nesso fra comunicazione e filosofia.
I limiti del logos messo per iscritto sono sostanzialmente due:
Chi si trattiene nell'età della stampa tende a pensare il testo come qualcosa di "licenziato per la pubblicazione", definitivo, immobile e concluso. Ma chi vive in altri mondi è in grado di rendersi conto che anche un testo scritto che rimane presso l'autore, per essere continuamente rielaborato e ridiscusso in una comunità di dialoganti e per ricomprendere sempre nuovi collegamenti, può soddisfare i requisiti del Fedro. Simile a questa - ci viene detto - era la pratica di Platone scrittore. Una riflessione sulla rete e sugli ipertesti suggerisce alla filosofia la possibilità di riavvicinarsi all'usanza antica, superando i vincoli della carta stampata senza perderne i pregi. Anche questa pagina, che qualche lettore sta scorrendo proprio ora, è sul web e rotola per le mani di tutti: eppure, nello stesso tempo, rimane sempre presso la madre e può essere rielaborata in ogni momento, per ricomprendere nuovi links o per rispondere alle domande di chi la legge e di chi la scrive . . . . . . . . . . . . . |
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