Cefalo è il decano di una famiglia di meteci, che ha una posizione privilegiata nell'economia, ma
è esclusa - perché non ateniese - dalla partecipazione politica. Il suo modo di essere è rovesciato rispetto a quello filosofico (Silvia Campese, "Cefalo", in Platone,
La Repubblica, Napoli, Bibliopolis, 1998, vol. I, pp. 133-157):
- la sua saggezza deriva dall'indebolirsi dell'attrattiva dei sensi, e non da una consapevole integrazione delle passioni entro un progetto razionale;
- il suo comportamento etico è dettato dal timore della sanzione di un tribunale ultraterreno, ma esteriore, e la sua religiosità è ispirata, economicamente, a un rapporto di do ut des con il divino;
- la sua virtù viene identificata acriticamente con pratiche compiute in ossequio agli imperativi sociali, e perciò difficilmente elevabili a norma al di là del contesto in cui sono sorte e da cui traggono significato.
Silvia Campese vede in Cefalo il paradigma del buon membro del
terzo stato della
polis ideale, la cui condotta è governata dall'abitudine e il cui compito è quello di obbedire alle norme imposte da altri - da coloro che sanno governare se stessi.
Tuttavia, Cefalo è il primo degli interlocutori di Socrate: egli si ritira dal dialogo non perché messo da parte, in quanto incapace di argomentazione, ma di sua spontanea volontà.
Perché il filosofo discute con l'homo oeconomicus? E perché l'homo oeconomicus accetta di avere a che fare col filosofo? Cefalo e Polemarco - il quale insiste per trattenere Socrate al Pireo - cercano addirittura la sua compagnia e la sua conversazione. Ma conversare con Socrate non è un passatempo, perché comporta il rischio di incorrere in un
élenchos durissimo e umiliante.
Polemarco, figlio di Cefalo, sostiene il modello di giustizia competitivo-clientelare proprio della tradizione e degli uomini d'affari. Ma - unico fra gli interlocutori di Socrate - alla fine
riconosce che questo modello comporta la tirannide (S. Gastaldi, "Polemarco", in
op. cit., pp. 171-191). Fuori dal dialogo, egli stesso è già morto, avvelenato con la cicuta come Socrate, per un uso partigiano e
tirannico della giustizia.
Qual è il ruolo dialogico di Cefalo e di Polemarco?
Sono possibili due risposte alternative:
- i due homines oeconomici vengono lasciati indietro nel dialogo perché non sono all'altezza della decisione filosofica e politica e meritano di avere un ruolo subordinato e strumentale;
- gli homines oeconomici "chiamano" la filosofia: la loro insistenza nei confronti di Socrate e la loro stessa inadeguatezza che, nel caso di Polemarco, si colora di ironia tragica, indicano che le ragioni dell'economia - col loro implicito conformismo morale - non sono autosufficienti e propongono il problema della distribuzione della conoscenza. Le domande di Socrate si rivolgono a tutti gli uomini, economici e no, perché vivere senza fare scelte filosofiche e politiche significa semplicemente affidarsi a quelle di altri, tiranni.
A queste due risposte corrispondono due differenti interpretazioni della filosofia politica della Repubblica, una autoritaria e l'altra antiautoritaria. Probabilmente, queste due interpretazioni sono entrambi plausibili, perché la loro legittimità dipende da quello che noi chiediamo a Platone e dal modo in cui scegliamo di entrare - o di non entrare - nei suoi dialoghi.
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