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Cambiano: Platone e le tecniche

Il mito del Protagora
Le tecniche prima di Platone
I primi dialoghi platonici
La Repubblica
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Il mito del Protagora

Il libro di G. Cambiano, Platone e le tecniche, (Roma-Bari, Laterza, 1991) offre informazioni assai utili per chi si interroga sul significato della tecnica nel mondo e nel testo di Platone.
Il mito di Epimeteo e Prometeo narrato da Protagora nel dialogo platonico giovanile a lui dedicato, rappresenta la società come un un immenso apparato educativo: l'uomo si identifica con l'animale sociale, ed è tale solo perché possiede la "tecnica" politica. E in un ambiente in cui una determinata tecnica sia al centro dell'interesse sociale, tutti ne divengono almeno discreti possessori. Il sofista non insegna la tecnica politica, ma la perfeziona e fa progredire gli altri nella conoscenza - integrando dunque l'educazione tradizionale con una tecnica sofistica. Questo giustifica sia la struttura democratica ateniese, sia il compito del sofista: ma una simile giustificazione funziona solo nella misura in cui i valori della società sono compatti e non conflittuali (op. cit. pp. 3-13). Soltanto con questo presupposto, infatti, è possibile pensare la tecnica politica come distribuita in tutti.
Se questo presupposto viene meno, il rapporto fra tecnica e politica deve fare i conti con i problemi "prometeici": come organizzare politicamente una sapere che fin dalla sua origine non è distribuito in modo uniforme?

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Le tecniche prima di Platone

Nella cultura greca arcaica le tecniche non erano un prodotto storico, soggetto ad essere inventato, ma una prerogativa di divinità, come per esempio Efesto. Ma l'accrescersi della divisione del lavoro mostrò che la tecnica è un insieme storico di procedure che si acquiscono e si rinnovano nel tempo.
Senofane di Colofone afferma che "non dall'inizio gli dei rivelarono tutto ai mortali, ma col tempo cercando essi trovarono il meglio" (DK 21 B 8). Se concepire la divinità come portatrice di tecniche significa antropomorfizzarla, allora la critica all'antropomorfismo teologico conduce a dare agli uomini ciò che è degli uomin. Ma la visione tecnica del mondo presuppone una realtà imperfetta e mutevole - cosa, questa, che non poteva essere tollerata nella prospettiva eleatica. Parmenide vede l'essere come necessario, immutabile e immobile. Un suo allievo, Melisso, nega la possibilità del passaggio da uno stato all'altro - per esempio, dal malato al sano e viceversa - perché questo comporterebbe che l'essere non sia una totalità, non sia eterno, non sia necessario e non sia sempre uguale a se stesso.

La medicina si legittima come techne specifica contro gli attacchi eleatici: essa è una conoscenza di un campo delimitato, che presuppone un mondo composto di oggetti in relazione nel tempo, e si propone di scoprire le corrette relazioni fra di loro, in modo da offrire una prognosi (Corpus hippocraticum, peri technes)

A favore della tecnica interviene il filosofo Democrito: in origine la vita umana era priva di ordine come quella degli animali, e l'uomo isolato e indifeso soccombeva alle intemperie e alle belve; la paura spinse gli uomini ad associarsi e la società diede origine al linguaggio. Il bisogno spinse poi gli uomini a trar spunto dall'esperienza per usare le loro doti naturali (mani e ragione) allo scopo di costruire cose utili per sopravvivere. La tecnica nasce dalla natura e dalla necessità, ma si costituisce a seconda natura (op. cit., pp. 15-60)

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A dire di Senofonte (Xen. Mem. I, 2, 32-37), Socrate frequentava gli artigiani e ne parlava continuamente, tanto che Crizia e Caricle gli vietarono di frequentare calzolai, fabbri, falegnami. Nei primi dialoghi platonici, le technai sono il modello del sapere: la loro forza e la loro debolezza si fonda sulla delimitazione di un campo di competenza, connesso al loro oggetto. Questa delimitazione garantisce loro la possibilità di costruire, entro i propri ambiti, criteri univoci di correttezza, ma pone il problema del senso e del coordinamento complessivo delle tecniche. Da una parte, una tecnica orienta le proprie azioni e produzioni in base a un eidos (modello), dall'altra questo eidos, in quanto modello, è diverso dal settore di mondo su cui essa agisce, e nulla dice delle relazioni dei modelli fra loro né della connessione complessiva dei settori di realtà presidiati da ciascuna tecnica (op. cit. pp. 61-84 e 85-115).
Le tecniche si muovono in un mondo di conflitti possibili, cioè in un mondo che non è mai né tanto disordinato da non essere riconducibile a un ordine, né tanto ordinato da non poter diventare disordinato (op. cit. p. 111).

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La riflessione platonica successiva affronta il tema dei confini della techne, sotto una forma duplice:
  1. socio-pedagogica: come è possibile l'apprendimento?
  2. etico-pratica: è possibile dare un senso unitario alle tecniche, e quindi alla prassi nel suo complesso?
La prima questione si ritrova nel dilemma eristico del Menone: la ricerca è comunque impossibile, perché non si cerca ciò che si sa, perché lo si sa già, e non si cerca ciò che non si sa, perché non si sa che cosa cercare. Dal dilemma, Platone esce negandone entrambi i corni. Non siamo mai né nel sapere assoluto, né nella ignoranza assoluta: il nostro sapere è sempre un ricordare - un chiarire per se stessi e per gli altri - nel quale trasmissione, ricerca e apprendimento sono reciprocamente congiunti in un processo senza fine.
La seconda questione si risolve nel primato delle tecniche d'uso sulle tecniche di produzione e acquisizione. L'uso è la ragione della praduzione, cioè la condizione dell'utilità degli oggetti prodotti. Ma ogni tecnica produce un nuovo risultato e richiede una tecnica superiore d'uso: il culmine della gerarchia sarà una tecnica nella quale produzione, acquisizione e uso coincidono (op. cit. pp. 117-141). Per questo, il problema del sapere è inestricabilmente legato, in Platone, al problema della comunicazione del sapere.

Nella Repubblica, il primato degli utenti sui produttori conduce a una divisione del lavoro e una tripartizione gerarchica in classi funzionali. Questa suddivisione, però, deve essere accettata da tutti, in un comune esercizio di razionalità.
L'uso utile di una cosa ha luogo se si conosce la regola con cui usarla, o idea. Ma questa scienza secondo quale regola deve essere usata? A questa domanda risponde la conoscenza del Bene, senza la quale nulla ci sarebbe utile. Il Bene è la causa - cioè la condizione che rende una molteplicità di idee coerente, conoscibile, apprezzabile e utile - dell'essere e della conoscibilità delle cose e dell'intelletto come possibilità di conoscere le cose. Il Bene non è identico alla scienza, che può essere usata male. In quanto causa, non si identifica con gli oggetti causati (è al di là dell'ousia) (op. cit. pp. 143-180).. Sopra le tecniche, c'è qualcosa che si sottrae a tutti i caratteri della tecnica: è un interesse pratico, che agisce in tutti i campi e non ha un oggetto delimitato - ma che aspira all'unità e alla argomentabilità.

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Nelle Leggi l'intero (holon) a cui le attitudini naturali umane sono funzionali non è più la città, come nella Repubblica, ma il cosmo. E questo comporta la perdita di autonomia delle tecniche umane, messe in subordine a un artigianato sovraumano. L'uomo deve inserirsi in un ordine che non ha prodotto. Il potere è legittimato dal sapere, ma si tratta, ora, di un sapere divino (op. cit. pp. 205-219).

Un lettore di Weber potrebbe chiedersi se con questa parabola antica non si possa rappresentare anche una parabola moderna - dalla razionalità dell'occidente alla "gabbia d'acciaio" - e se, dalla Repubblica, non sia possibile inboccare altre strade per ricominciare a discutere.
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Maria Chiara Pievatolo © 1998-2000  Torna all'inizio di questo documento