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La nonviolenza si impara: metodi e strategie

da: "Azione Nonviolenta", a. XXXII, gennaio-febbraio 1995, n.1-2, pp.5-10.

 

SOMMARIO

 Premessa
Il circolo virtuoso della nonviolenza
Il "fardello" dell'educazione:   1) Un cambiamento che parte da sé stessi
                                                     2) Sperimentare quotidianamente
Addestrare all'azione diretta nonviolenta
Per concludere

 

 

Premessa

Si può essere nonviolenti? La natura umana è capace di un comportamento nonviolento? Queste due domande sono essenziali, e dalla possibilità di una risposta scientifica ad esse dipende ovviamente la sensatezza del discorso che intendiamo condurre oggi. Altra questione è se le scienze umane siano in grado di dare una risposta a tale interrogativo, ma in ogni caso, se pensiamo di progettare una "formazione" alla nonviolenza, non possiamo prescindere dalle risposte che le scienze umane offrono in merito, e non possiamo non tenerne conto.

Non potendo affrontare direttamente questo problema preliminare, in quanto ci condurrebbe subito fuori dal tracciato su cui ci vogliamo interrogare, prendo comunque in considerazione le osservazioni di Erich Fromm, a conclusione del suo famoso saggio Anatomia della distruttività umana (1) , nel cui Epilogo (intitolato significativamente Sull'ambiguità della speranza) leggiamo:

"Nella misura in cui è data biologicamente nei geni umani, l'aggressione non è spontanea, ma è una reazione di difesa contro le minacce agli interessi vitali dell'uomo, alla sua crescita, alla sua sopravvivenza e a quella della specie. Questa aggressione difensiva era relativamente limitata in certe condizioni primitive, quando nessuno poteva costituire una grande minaccia per gli altri. Ma da allora l'uomo ha avuto uno sviluppo straordinario. È legittimo dedurne, dunque, l'ipotesi che l'umanità completerà il cerchio, costruendo una società in cui nessuno è minacciato; non il bambino dai genitori, non il genitore dal superiore; nessuna classe sociale da un'altra classe, nessuna nazione da una super-potenza. Raggiungere questo scopo è terribilmente difficile per ragioni economiche, politiche, culturali e psicologiche, tanto più che le nazioni del mondo adorano idoli, e idoli diversi, e perciò non si intendono, anche se si capiscono a parole. Ignorare queste difficoltà è follia, ma dallo studio empirico di tutti i dati emerge la possibilità reale di costruire un futuro prevedibile un simile mondo, purché vengano rimosse tutte le barriere politiche e psicologiche che si oppongono alla sua edificazione".

Non sono quindi esatte le affermazioni che talvolta si sentono contrapporre i sostenitori della nonviolenza, da parte di quei pessimisti che li vorrebbero ridurre a malinconici don Chisciotte perché sostengono che l'uomo è per natura un assassino, e che il desiderio di sfruttare il prossimo fa parte della sua natura. Sono affermazioni facilissime, ma non sostenibili alla luce delle conoscenze scientifiche, e sono quindi osservazioni ideologiche e non realistiche, tanto quanto le affermazioni di chi è ottimista, e sostiene che l'uomo è buono per natura, e quindi la storia finirà bene... L'insegnamento di Fromm indica appunto nella "speranza" il terreno su cui si deve fondare l'attività di chi intende promuovere una umanità nonviolenta. Le conoscenze scientifiche indicano almeno la possibilità reale di salvezza per l'umanità, la possibilità di uscire dal cerchio della violenza distruttrice.

Certo, la situazione in cui ci troviamo sembra "una fatale ragnatela" di circostanze, create da noi stessi, che paiono indicare che il treno della civiltà occidentale ha intrapreso la folle corsa verso la catastrofe. Non bisogna coltivare illusioni: sono necessari "cambiamenti fondamentali, non solo nella nostra struttura economica e politica, ma anche nei nostri valori, nel nostro concetto di obiettivi umani, e nella nostra condotta personale", altrimenti la società in cui nessuno più verrà minacciato resterà un wishful thinking, un pio desiderio.

E che cos'è allora questa speranza? Lasciamo, ancora una volta, la parola a Fromm:

"Aver fede significa osare, pensare l'impensabile, ma agire entro i limiti di quello che è realisticamente possibile (...). Questa speranza non è né passiva né paziente; al contrario, è attiva e impaziente, e ricerca ogni possibilità di azione entro la sfera delle possibilità reali. Meno che mai è passiva per quanto riguarda la crescita e la liberazione individuale. Certo, la struttura sociale determina gravi limitazioni per lo sviluppo individuale. Ma quei presunti radicali che negano la possibilità o persino l'auspicabilità di cambiamenti personali all'interno della società moderna, fanno uso della loro ideologia rivoluzionaria per giustificare le loro resistenze personali a cambiamenti interiori. La situazione dell'umanità, oggi, è troppo seria per consentirci di dar retta a i demagoghi — soprattutto quelli che sono attratti dalla distruzione — o ai leaders che usano soltanto il cervello, perché il loro cuore ormai si è indurito. Il pensiero critico e radicale darà i suoi frutti soltanto quando si unirà alla più preziosa qualità umana: l'amore per la vita". (2)

Anche Roger Garaudy aveva definito in modo assai simile la speranza, come la decisione militante di agire sapendo che non si sono tentati tutti i possibili se non si pratica anche l'impossibile.

 

 

1. Il circolo virtuoso della nonviolenza

Imparare la nonviolenza vuol dire entrare in una logica di cambiamento. È questa una delle considerazioni fondamentali attorno a cui vogliamo riflettere oggi. Questo tema del cambiamento pervade profondamente ogni questione connessa all'imparare la nonviolenza.

Noi sogniamo, e abbiamo in mente una società in cui sia bandita la guerra, ossia il sistema di distruttività organizzata per la risoluzione dei conflitti, desideriamo una società in cui la distruttività sia eliminata, come ci indica il sogno di Fromm. Questo fine va preso sul serio, soprattutto, a mio parere, nella sua prima parte: l'abolizione della guerra, un fine che deve divenire realistico, e quindi essere studiato e programmato, pianificato, nella piena coscienza della responsabilità di costruire una strategia alternativa alle tendenze tradizionali e dominanti. E sogniamo anche di abolire la guerra dalle microstrutture, e sviluppare una cultura di pace, fin da dentro i cervelli, la coscienza delle persone.

Se una delle due alternative: "l'uomo è buono per natura", oppure "l'uomo è violento per natura" fosse vera, non avremmo più bisogno di agire, di impegnarci, in quanto non varrebbe la pena muovere un dito, perché la storia avrebbe già la sua logica interna... Ma se ci pensiamo bene, l'atteggiamento della maggior parte delle persone nei confronti del futuro dell'umanità non è né quello della speranza razionale, né quello della disperazione, bensì quello dell'indifferenza totale. Uscire dal circolo vizioso di ottimismo e pessimismo, dall'immobilismo e dall'indifferenza nel quale questi atteggiamenti ci costringono. Vogliamo agire per il cambiamento, oltre il pensiero e le parole (che di per sé sono già azioni)... Si agisce solo quando si rischia. E agire significa cambiare.

Occorre quindi decidere, ciascuno per sé, hic et nunc: decidere di spezzare il circolo vizioso della violenza e indirizzarci una buona volta verso quello virtuoso dei comportamenti nonviolenti. Per far questo è necessaria una inversione di rotta, una vera e propria conversione. Niente è in grado di offrire un "alibi per i propri peccati" e una sanatoria verso qualsiasi nostra responsabilità meglio dell'ottimismo e del pessimismo (due opposti atteggiamenti che si abbracciano nelle loro conseguenze). In altri termini, bisogna imparare ad andare controcorrente: rompere le regole del gioco in modo creativo e non distruttivo.

Il nostro peggior nemico è, come abbiamo spesso riconosciuto, il sentimento di impotenza di fronte all'enormità del compito che ci attende. Sentimento che cresce, com'è umano e naturale, nei momenti in cui sembra davvero prevalere la violenza nel mondo (che, di norma, vale nel 99,99% dei casi). Per questo ci sentiamo impazienti di agire...

Per perseguire e realizzare i due obiettivi che ci poniamo nel nostro sogno, ossia, da un lato, affrontare il mondo in modo diverso, far nascere una nuova coscienza, e dall'altro, prepararsi specificamente ad una azione nonviolenta, è necessario imparare a rompere le regole del gioco. Come ben indica Alberto L'Abate:

"Per arrivare a superare la guerra e a sviluppare una cultura di pace è necessario imparare ad andare controcorrente, ed a "rompere le regole del gioco". Quelle regole, cioè, che fanno sì che anche l'opposizione al sistema, alla fine, se usa le stesse regole, si dimostra funzionale al mantenimento del sistema stesso, e non alla sua trasformazione e/o al suo miglioramento". (3)

Adottare regole alternative: questo richiede l'opposizione al sistema della violenza, al circolo vizioso della distruttività, intendendolo nel senso più generale e più generico.

Non c'è alternativa, se vogliamo il cambiamento. Spezzare questo circolo che ci circonda da tutti i lati. Rompere le regole del gioco in modo creativo, non certo nella logica della distruttività. Imparare le logiche contrarie ed alternative al sistema della distruttività è l'obiettivo del nostro discorso odierno, se vogliamo, come si dice, costruire la nonviolenza.

 

 

2. Il fardello dell'educazione

2.1. Un cambiamento che parte da sé stessi

Come si vede, la logica dell'alternativa conduce al solito punto: alla necessità di imparare, di educarci a queste regole nuove e creative. L'educazione viene caricata di un fardello pesantissimo. Si giunge sempre lì: ci si deve educare alla nonviolenza (così come ci si deve educare alla pace, educare alla mondialità, all’interculturalità, educare alla solidarietà, educare all'ambiente, educare alla salute, educare...). Ma questo resta uno slogan, un motto assai diffuso, come gli altri, e non porta da nessuna parte se non viene esplicitato dal punto di vista strategico, ossia se non ridefinisco progettualmente e sperimentalmente le attività, l'agire, le istituzioni...

"Metodi e strategie": è il sottotitolo che ho voluto indicare nel titolo dell'incontro, proprio per evidenziare tutto questo.

Il compito è sperimentare la nonviolenza. A cominciare da ciascuno di noi in prima persona. Educare alla nonviolenza vuol dire quindi, come primo punto, prendere la nonviolenza come un valore, nella sua concezione positiva. Amore per la vita, per tutte le forme di vita: questa è una definizione di "nonviolenza" che troviamo anche in Gandhi, in moltissimi cercatori e testimoni della nonviolenza stessa. Educare significa imparare a mettere questo valore al centro. Si tratta del vecchio imperativo categorico kantiano: agisci in maniera da trattare l'umanità in te stesso e negli altri sempre come un fine e mai come un mezzo. Tratta l'Altro, la vita, la natura, l'uomo, sempre come un fine e mai come un mezzo. Kant pensava all'altro come all'altro uomo, oggi sappiamo che c'è anche l'altro che è la natura, che la violenza sulla natura è una violenza contro l'uomo, contro noi stessi. Questo è l'imperativo da mettere al centro, e richiede prima di tutto una interiorizzazione. Ciascuno viene coinvolto così a livello personale, e viene provocato a mettere in discussione i propri atteggiamenti, le proprie visioni del mondo, la propria mentalità. Anche quando si parla di training — e più avanti ne preciseremo i tratti — come nel bel libro cui ho già fatto cenno, tutto dedicato ai comportamenti, all'addestramento pragmatico, viene richiamata sempre la necessità di cambiare la mentalità, il modo di pensare e vedere il mondo. Questo richiede esplicitamente ad es. Alberto L'Abate appunto presentando il libro succitato, affrontare il mondo con uno sguardo diverso: "Passare da un modo di pensare e agire di tipo tradizionale, che non ammette che due posizioni, quella dei vincitori e dei vinti, ad uno diverso, pluralistico, in cui una rilevanza centrale ha il rapporto di comprensione e collaborazione reciproca, e di risoluzione nonviolenta dei conflitti" (4) . Cambiare la mentalità: affrontare il mondo in modo diverso: è un cambiamento interiore. I greci usavano un termine preciso, che è metanoia, poi ripreso dal mondo cristiano: la conversione della vita. I nostri schemi mentali sono quelli che determinano il nostro modo di vedere il mondo e sono alla fine qualche volta anche gli strumenti con i quali giustifichiamo il nostro agire.

Su questo leggo una breve storiella tratta da un bel libro di Martin Buber (5) :

"Alcune persone eminenti di Israele erano un giorno ospiti di Rabbi Isacco di Worki. La conversazione cadde sull'importanza di un servitore onesto per la gestione di una casa: "Tutto volge al bene — dicevano — se si ha un buon servitore, come dimostra il caso di Giuseppe, nelle cui mani tutto prosperava". Ma Rabbi Isacco non condivideva l'opinione generale. "Ero anch'io dello stesso avviso — disse — finché il mio maestro non mi dimostrò che in realtà tutto dipende dal padrone di casa. Da giovane, infatti, mia moglie era per me fonte di tribolazione, e pur essendo disposto a sopportare per quel che riguardava me stesso, mi facevano pena i servitori. Andai allora a consultare il mio maestro, Rabbi David di Lelow, e gli chiesi se dovevo oppormi o meno a mia moglie. "Perché ti rivolgi a me? — rispose — Rivolgiti a te stesso!". Dovetti riflettere a lungo su queste parole prima di capirle, e le capii solo ricordandomi anche delle parole di Baal-Shem: "Ci sono il pensiero, la parola e l'azione. Il pensiero corrisponde alla moglie, la parola ai figli, l'azione ai servitori. Tutto si volgerà al bene per chi saprà mettere in ordine le tre cose nel proprio spirito". Allora compresi cosa avesse voluto dire il mio maestro: che tutto dipendeva da me". Questo racconto tocca uno dei problemi più profondi e più seri della nostra vita: il problema della vera origine del conflitto fra gli uomini. (...) Bisogna che l'uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l'oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi così rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, e allacciare con loro relazioni nuove, trasformate.

Le spiegazioni che noi diamo del conflitto raramente partono dall'analisi interiore, raramente muovono con il rivolgersi dalle ragioni esteriori, dalla vita esteriore, alla vita interiore. Queste ragioni del nostro punto di vista raramente sono sottoposte ad analisi. Nelle dinamiche relazionali in situazioni di conflitto i pregiudizi si irrigidiscono, la paura aumenta, si restringe la sfera del noi su noi stessi. Si spiegano le manifestazioni del conflitto "con i motivi che ciascuno riconosce coscientemente come origini della disputa", o "con i processi oggettivi che stanno alla base di questi motivi e nei quali le due parti sono implicate". Ciascuno ha le sue ragioni, e la ragione dell'altro non è una ragione per noi: ogni ragione ha le sue passioni, ogni passione porta al circolo vizioso dell'escalation del conflitto.

La dinamica che Buber e la scuola chassidica ci insegnano invece procede all'inverso, muovendo dal riassestamento dell'uomo a partire dai conflitti interiori al singolo, per poter superare la paura e l'angoscia che ci assalgono in situazioni conflittuali e per superare i pregiudizi con i quali ingabbiamo l'altro per giustificare noi stessi.

Questo atteggiamento che parte dall'interiorità, dalle dimensioni interiori della vita, dagli atteggiamenti con i quali guardiamo alla vita, mi ha richiamato un passo di un testo della tradizione cristiana, molto famoso, che è L'imitazione di Cristo (6) , ove si dice qualcosa che fin dalla prima volta che l'ho letto mi ha richiamato Gandhi in modo esplicito e diretto. Questo testo ha come titolo L'uomo buono operatore di pace, e dice, con una intuizione psicologica a parer mio assai profonda:

"Metti dapprima in pace il tuo cuore, e allora potrai pacificare gli altri, L'uomo pacifico giova più dell'uomo molto sapiente. L'uomo passionale, invece, trasforma anche il bene in male, e con facilità pensa male. Il brav'uomo pacifico rivolge tutto al bene. (...) Chi se ne sta bene in pace non sospetta di nessuno. Chi invece è malcontento e sconvolto viene agitato da vari sospetti: non riposa lui, e non permette agli altri di riposare. Dice spesso ciò che non deve dire, e sovente tralascia ciò che più gli converrebbe fare. Tiene d'occhio ciò che gli altri sono tenuti a fare e trascura ciò che lui deve fare. (...) Vi sono di quelli che se ne stanno in pace e sono in pace anche con gli altri, altri invece, né hanno pace, né lasciano in pace gli altri. Agli altri sono gravosi, ma sono sempre più gravosi a sé stessi. E vi sono quelli che si mantengono in pace e cercano di portar pace agli altri.

Che nella tradizione (7) ci sia questo insegnamento magistrale che ci richiama alla pacificazione interiore, che ci spinge ad affrontare i conflitti nella dimensione psicologica, a rivolgerci ai cosiddetti microconflitti è assai stimolante.

La prima relazione che abbiamo è quella con noi stessi (8) , e qui può forse avvenire il cambiamento di cui possiamo essere a ragione protagonisti in senso pieno. E non si tratta certo di un problema intimistico, perché comporta ed esige di cambiare relazioni, di espandere quindi il cambiamento in cerchi concentrici, di avviare il processo positivo del circolo virtuoso della nonviolenza. Questo processo di cambiamento coinvolge tutti i livelli, oltre il microcosmo personale: diviene a macchia d'olio e senza soluzione di continuità un progetto comune (allargare la sfera del "noi"). Evitando il gioco del "prima io poi il mondo", o viceversa, il processo che è in atto nell'interiorità viene portato nelle relazioni con gli altri. È sciocca, se non aberrante, l'immagine di uno che si pacifica da sé, basta a sé stesso, e si chiude a riccio, uno che se ne sta in pace con sé stesso mentre tutto il mondo va a rotoli. Sarebbe diabolico, e assomiglia molto al motto latino fiat iustitia, pereat mundum. L'atteggiamento del puro che lascia andare a rotoli il mondo non è nonviolento. Perché non è amore per la vita. Certo, non per tutta la vita. Non amiamo la fuga dal mondo.

Noi ci poniamo l'obiettivo di trasmettere il valore della nonviolenza agli altri. E non è solo un discorso di messaggi e di parole. È soprattutto, direi, nel coinvolgere, trasmettendo il cambiamento in atto, nel muovere le relazioni perché si è in movimento.

 

2.2. Sperimentare quotidianamente.

Bisogna vivere nella ricerca e questo coinvolge tutte le relazioni, dal micro al macro-livello. Il territorio delle relazioni interpersonali, la gestione dei conflitti a livello interpersonale è la dimensione in cui si può sentire il polso di questo cambiamento, è il secondo territorio in cui si sperimenta, quello delle immediate vicinanze rispetto alla singola persona. Molte delle esperienze di formazione che sono state fatte in questi ultimi anni hanno mirato a trasformare questo livello più quotidiano. Ad esempio, le esperienze di famiglie che volevano insieme imparare ad educare alla nonviolenza, e subito hanno capito come la gestione e la soluzione dei conflitti nella dimensione interpersonale è il primo banco di prova di tutto questo. In questo territorio non si è mai finito, l'educazione è permanente, continua, si ricomincia ogni volta sempre da capo. Faccio un esempio molto molto banale, tanto per sottolineare la fragilità di questi percorsi di cambiamento, il bisogno di tessere incessantemente la tela di nuove relazioni. Vivo nell'area nonviolenta da parecchi anni. Mi è capitato spesso di vedere che quelli che si ispirano alla nonviolenza tra di loro hanno relazioni interpersonali che rasentano la distruttività. Questo, com'è ovvio, è il problema. Mi sembrava logico che comunque chi si ispira alla nonviolenza sperimenta quotidianamente. Ma quel che è logico non sempre è reale... Questo è, come dire, un piccolo "peccato" dei nonviolenti: come diceva Capitini, alla fine si deve capire che non c'è nessuno che è "nonviolento" e siamo tutti sulla strada per imparare. Se non prendiamo sul serio la necessità di sperimentare io credo che non possiamo proprio uscire dal cerchio. Sperimentare quotidianamente vuol dire toccare quelle relazioni che sono le piccole, e ci si educa cambiando nel territorio quotidiano. La dimensione delle relazioni quotidiane deve quindi essere messa in discussione, se non vogliamo limitarci a predicare la nonviolenza, lasciando da parte la sfida a vivere in modo sempre più nonviolento. E vivere questo problema vuol dire capire che si è poco nonviolenti, far nascere tanti dubbi e capire che è necessario sperimentare (9) .

 

 

3. Addestrare alla azione diretta nonviolenta

Siamo giunti all'altro lato della medaglia, dopo la considerazione degli atteggiamenti interiori e delle relazioni immediate, consideriamo il problema della tecnica dell'azione nonviolenta, e dell'imparare l'azione diretta nonviolenta. Prepararsi a questo sembra di fatto relativamente più facile: in questi ultimi quindici anni si è sperimentato, si è camminato assai sulla strada dell'addestramento alla nonviolenza attiva. Di questo cammino percorso è senza dubbio segno, fra mille altri, il lavoro della Cooperativa Passaparola di cui è espressione il libro Percorsi di formazione alla nonviolenza. Viaggi in training, già citato (10) . Qui non pretendo di sintetizzarne i risultati e le proposte. Faccio solo alcune considerazioni a margine.

Prepararsi specificamente ad una azione diretta nonviolenta o all'"autodifesa" nonviolenta è la premessa per una gestione strategica di una qualsiasi campagna di disobbedienza civile. E questo è un obiettivo molto tecnico. Si pensa infatti in termini strategici alla disobbedienza civile come insieme di azioni pianificabili per ottenere un obiettivo il più possibile determinato. L'azione nonviolenta non è il buttarsi contro l'avversario costi quel che costi, sacrificando sé stessi, ma è una attività che vuole raggiungere dei fini e vuole raggiungere precisi obiettivi. Il semplice sacrificio di sé non è la più alta forma di nonviolenza, in quanto in sostanza significa rinuncia al cambiamento, che richiede la soluzione non distruttiva del conflitto. Il sacrificio serve ad altro ma non è una strategia: accetta la logica della soluzione distruttiva del conflitto (non fa che capovolgere il "mors tua, vita mea" nel suo esatto contrario: "mors mea, vita tua"). Il problema dell'imparare la nonviolenza si trasforma quindi nella necessità di addestrarsi. Era già percepito come tale da Gandhi stesso, che diceva chiaramente che è necessario dedicare le stesse energie e la stessa passione dedicate dai militari e dal sistema militare nei secoli per preparare la distruttività organizzata che ha nome guerra (11) . È evidente che nel campo dell'azione nonviolenta siamo carenti di tutto questo sforzo preparativo organizzativo e di addestramento. Non sfruttiamo a fondo le conoscenze che abbiamo acquisito dall'etologia e dalle scienze umane in merito alle potenzialità latenti di comportamento nonviolento (empatico) che già possediamo ma non sfruttiamo, per lo più con un atteggiamento di rinuncia, invece di esplorare nuove possibilità.

Il training è un termine in uso nell'area nonviolenta che si è andato ampiamente diffondendo in questi ultimi anni.

L'idea di fondo è la seguente: non un apprendimento formalizzato, ma un imparare insieme in piccoli gruppi a cambiare, e cambiare imparando. Un percorso, un cammino che prende sul serio la sfida del cambiamento. Non si può concepire il training senza accettare la sfida del cambiamento. Lavorare per il cambiamento è fare training, anche se non lo sappiamo, percorrere coscientemente tale via significa affrontare direttamente le strutture che rendono la società così com'è. Esplorare tutte le possibilità per i cambiamenti possibili vivendole in prima persona, non dal punto di vista semplicemente mentale. È un'impresa enorme, se vuol dire in buona sostanza tentare di superare la tradizionale separazione fra teoria e prassi, fra comprensione ed applicazione, fra idea ed azione.

Il training vuol dire una serie di attività, ampiamente descritte come esperienze ed attività nel libro succitato. Qui riassumo in otto punti, senza tante distinzioni, i problemi o gli scenari o le esigenze che si incontrano nel fare training:

a) Il gruppo e le dinamiche di gruppo, i processi che aiutano o disturbano il funzionamento della vita di gruppo. Stiamo parlando di relazioni che ruotano attorno alla persona, e attraverso il training l'apprendimento delle modalità e dinamiche che nelle relazione interpersonali ci possono rendere capaci di affrontare un conflitto per ridurne la distruttività e risolverlo costruttivamente per tutti. Il training è gestito in esperienze che prevedono un lavoro di gruppo, senza che la presenza di trainers ed animatori superi la soglia della "facilitazione", mai della direttività. Imparare la dinamica di gruppo è una delle prime esigenze che si presentano a chi fa training.

b) La facilitazione: il ruolo di gestire l'attività di gruppo (convivere e attuare un compito comune). Le funzioni dei membri possono quindi essere dirette verso il gruppo stesso, lo stare insieme, o possono rivolgersi al facilitare lo svolgimento del compito che il gruppo si dà. Si tratta di due direzioni di facilitazione diverse e ben distinte tra loro. Nella educazione alla nonviolenza il compito è sempre una azione diretta: ossia la capacità di intervenire in un conflitto violento attraverso modalità di comportamento che sono nonviolente

Obiettivo intermedio fra cambiamento della mentalità e azione di disobbedienza civile è la formazione di strutture che facilitino tanto l'attività formativa quanto il training (la centralità del "gruppo"). Non è questione di azione individuale, ma un'azione di gruppo, di gruppi di affinità. Facilitazione vuol dire abituarsi a discutere e gestire la vita di gruppo in modo ordinato. Facilitatore può essere una persona precisa, ma è auspicabile che sia un ruolo che può essere compiuto da diversi elementi del gruppo in modo intercambiabile. Il tentativo è quello di andare verso una struttura paritaria e di equilibrare sempre più all'interno dei piccoli gruppi questa dimensione. Il gruppo di affinità è alla base di qualsiasi azione nonviolenta, va preparato e costruito.

c) Un terzo punto può essere il problema della decisione consensuale, anziché la decisione direttiva da parte di un leader. La leadership viene distinta dal leader. Siamo sempre abituati invece alla identificazione fra la persona che compie la funzione e si incarna nella funzione e diventa lui la funzione stessa. Si tratta per farla breve di una serie di regole per decidere evitando il vicolo cieco della decisione a maggioranza, che, per sua natura, porta sempre alla creazione di una minoranza. Quando si tratta di agire insieme, la decisione deve essere condivisa da tutti pena l'indebolimento della forza che il gruppo stesso può esercitare se manifesta al suo interno divisioni. Quando si deve decidere insieme per qualcosa da fare o su come deve essere condotta una azione, occorre sviluppare un pensiero convergente anziché uno divergente. Il processo altamente imperfetto della decisione a maggioranza non è in grado di creare la coesione necessaria per una azione di gruppo. L'idea più vicina può essere quella di omnicrazia: partecipazione di tutti al potere. Il problema è la gestione del potere e il far si che le azioni tengano conto la prospettiva della diffusione del potere nella società, nei "loci" di potere, ossia in tutti i gruppi umani. Le regole del consenso sono in breve: discussione del problema e chiarimento di quale è la decisione che va presa, o di quali sono le alternative cui si è di fronte, si possono fare una o più proposte parallele; dopo la discussione, invece del voto (una testa un voto) si chiede se non esistono opposizioni alla soluzione stabilita: se così, esse vanno affrontate; l'arte del compromesso: nella gestione delle dinamiche di gruppo e della procedura consensuale si può riscoprire il valore costruttivo del compromesso. Nel satyagraha gandhiano il tentativo di portare le decisioni ad una decantazione distinguendo i punti su cui non si possono accettare compromessi (e quindi deve restare l'opposizione) e quelli su cui la contrattazione è possibile è una dinamica ed un processo continuo. Se abbiamo la capacità di distinguere in questo modo nella gerarchia dei nostri obiettivi, allora il processo consensuale può avviarsi concretamente, e la proposta nei confronti dell'altro, che deve decidere con me, può essere costruttiva. Chiunque può opporsi alla proposta, e questo ne blocca l'adozione da parte del gruppo. Si devono conoscere e imparare a utilizzare i modi di presentare opposizione senza bloccare la dinamica della decisione e senza paralizzarla.

d) L'analisi del conflitto, dei sottoconflitti e di tutte le variabili in gioco deve essere fatta con molta attenzione ed accuratezza. Si deve cercare di non affrontare il conflitto in modo istintivo ed impulsivo. Ci deve essere uno studio e la costruzione di una strategia. L'azione nonviolenta non è una panacea che si può adottare in tutti i contesti e scenari indifferentemente: certo non quando si tratta di trasformare le relazioni che hanno natura politica e non solo interpersonale. Si deve scegliere un obiettivo preciso mirante ad affrontare un aspetto preciso del conflitto stesso: obiettivi generici significa risultati generici o ambigui.

e) Il confronto-scontro: il gioco di ruolo (role playing). Più frequentemente si tratta della simulazione di situazioni di conflitto (es. scontri con la polizia durante manifestazioni di piazza).

f) Pianificare la strategia.

Le esperienze che sono state compiute dai tempi di Comiso in qua hanno mostrato sia la difficoltà di questo modo di procedere sia la sua enorme fertilità e fecondità. Essi mettono in moto a livelli articolati il processo di svolta dal circolo vizioso al circolo virtuoso, e talvolta fanno conseguire risultati sorprendenti. Il processo della decisione consensuale pone dei problemi quando ci si trova di fronte a situazioni d'emergenza.

La costruzione di gruppi di affinità è il punto intermedio, l'obiettivo intermedio fra il cambiamento delle mentalità, l'azione personale, il cambiamento nelle relazioni quotidiane e la disobbedienza civile organizzata. È una risposta articolata atta ad insegnare alla gente a comportarsi in maniera nonviolenta, ad imparare l'uso delle sanzioni nonviolente come strumento di risoluzione dei conflitti.

Principi fondamentali e mosse strategiche di fondo (12) :

a) definite i vostri obiettivi (definire significa restringere il campo, rinunciare alle petizioni di principio);

b) comportatevi con onestà e ascoltate con attenzione (conquistare il rispetto degli altri oppositori);

c) amate i vostri nemici (al riguardo c'è una viva discussione nell'area nonviolenta: si può agire nonviolentemente;

d) date agli avversari una via d'uscita (il che non è possibile senza strategia).

In questi quattro principi ci può essere un minimo ed un massimo. Il minimo è la gestione di un conflitto determinato. Quanto più è determinato tanto più posso avere ottime chances di ottenere una soluzione positiva (efficacia dell'azione). Un massimo è il punto d'arrivo della trasformazione della società. Quanto più l'azione diretta nonviolenta viene caricata di obiettivi di trasformazione sociale che si aggiungono e complicano il quadro degli obiettivi che si intendono raggiungere, quanto meno l'efficacia sarà possibile.

 

 

Per concludere

Non si può dire a priori se sarà meglio, ma certo dev'essere diverso: la creatività è alla radice, come principio pratico utile a coinvolgerci sempre di più nel cambiamento verso una società nonviolenta.

La ricerca di una nuova logica nell'essere e nell'agire, problema formativo per eccellenza, si mescola con il problema della finitudine delle nostre azioni. L'imprevedibilità delle conseguenze delle nostre azioni ci ricorda che ci muoviamo nella imperfezione, in una dinamica del provvisorio dalla quale non possiamo uscire. La sfida è proprio questa. In un contesto simile è fin troppo facile limitarsi all'esigenza etica intendendola come semplice affare di "fede". Formarsi alla nonviolenza non vuol dire dotarsi di buone intenzioni. Vuol dire cercare azioni e relazioni nuove.

Forse dopo queste riflessioni comprendiamo meglio il rischio della speranza di cui parlavamo all'inizio. Il rischio è l'unica possibilità. Si può imparare, ma imparare non significa dare risposte, in quanto nessun risultato è definitivo.

L'azione diretta nonviolenta può fallire. In tutta questa imperfezione, incertezza, l'unica chiave di volta la troviamo nei tre punti da cui siamo partiti, e che restano come direttrici utili ad orientare nell'educarci ed educare alla nonviolenza: conversione interiore; sperimentazione quotidiana; training all'azione diretta nonviolenta. Queste non sono ricette, sono solo percorsi su cui è possibile incamminarsi, se la scelta della nonviolenza è quella che fa per noi.



 NOTE

1 Milano, Mondadori, 1975, pp.543-547.

2 Assai stimolante, questo passo di Fromm: la nonviolenza, come valore, la si comprende non quando si dà una definizione negativa, come "assenza di violenza", ma quando la si interpreta positivamente, appunto, come "amore per la vita". Amore per la vita, in un mondo in cui la vita è negata, violata in continuazione, è la sfida, il rischio ai cui ci troviamo di fronte.

3 Alberto L'Abate, Introduzione a: E. Euli - A. Soriga - P.G. Sechi - S. Puddu Crespellani, Percorsi di formazione alla nonviolenza, Torino, Satyagraha, 1991, p.13.

4 Ibidem, p.11.

5 Martin Buber, Il cammino dell'uomo, Magnano (VC), Edizioni Qiqajon, 1990, pp.41-44.

6 L'imitazione di Cristo, II, 3.

7 E in tradizioni relativamente diverse (e che si potrebbero certo ampliare trovandone segnali molto lontano dalla cultura occidentale), come quella cristiana, chassidica e di Gandhi.

8 Si potrebbe dire, meglio, che la nostra identità personale profonda è costituita di relazione e di apertura all’altro, che la nostra identità è strutturalmente dialogica "Io prendo coscienza di me e divento me stesso, solo svelandomi per l’altro, attraverso l’altro e mediante l’altro" : v., ad es., Tzvetan Todorov, Michail Bachtin. Il pensiero dialogico, Torino, Einaudi, 1990, in part. Il cap.VII, Antropologia filosofica, § 1: Alterità e psichismo, pp.129-134.

9 La sperimentazione è ancora in corso — afferma Gandhi — e non ha nemmeno raggiunto uno stadio avanzato: "The experiment is still in the making.It is not even in its advanced stage". in Harijan, 13 aprile 1940, ora in The Collected Works of Mahatma Gandhi, vol. LXXI, p.406.

10 V. sopra, n.3.

11 "I have always advised and insisted on non-violent defence. But I recognize that it has to be learnt like violent defence. It requires a different training from that wich is required for violent defence." ( Ho sempre sostenuto e insistito sulla difesa nonviolenta. Ma riconosco che essa dev’essere imparata, come la difesa con mezzi violenti. Essa richiede un diverso addestramento rispetto a quello richiesto dalla difesa violenta.), Harijan, 2 marzo 1940, ora in The Collected Works of Mahatma Gandhi, vol. LXXI, pp. 291-2.

12 Ibidem, pp. 61-63 e 16-56. Il consiglio finale, oltre al procurarsi il bel libro da cui ho preso spunto, è piuttosto vivere una esperienza di training.

 

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   Copyright © 1995 Fulvio Cesare Manara