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a cura di Maria Chiara Pievatolo pievatolo@dsp.unipi.it
Ultimo aggiornamento: 7 giugno 1999


Susan Moller Okin: una scheda informativa

a cura di Maria Chiara Pievatolo


Convinzione di molto pensiero femminista contemporaneo è che la differenza sessuale sia un dato evidente e indiscutibile. E che trascurare questa differenza, nella cultura, nel diritto e nella politica, conduca ad una forzata assimilazione del femminile al maschile. E' sbagliato lottare per l'uguaglianza: bisogna, piuttosto, lottare per la differenza: sul piano giuridico, per i diritti speciali e le azioni positive; sul piano politico, per la rappresentanza differenziata e suddivisa in quote; sul piano culturale, per i cosiddetti Women's Studies. Non possiamo applicare alle donne la politica, il diritto e la cultura degli uomini: c'è una storia, un'etica, una politica, una filosofia degli uomini, che per le donne deve essere affatto differente.
Susan Moller Okin sfida questo comune sentire. Lo sfida, innanzitutto, colla sua biografia accademica. Ella ha una cattedra di Political Science alla Stanford University. Si occupa di filosofia politica e non di filosofia politica femminile - tanto da vedere,  si legge nell'Afterword del 1992 a Women in Western Political Thought i Women's Studies come una forma di marginalizzazione culturale. L'istituzione di una cattedra di filosofia politica o di storia delle donne, è un alibi che permette che le cattedre di filosofia politica o di storia senza specificazioni continuino ad occuparsi solo di una metà dell'umanità, mentre l'altra rimane emarginata in un ghetto al cui ingresso sta scritto, a scarico di coscienza, "valorizzazione". Enfatizzare la differenza sessuale, senza chiedersi se la sua rilevanza al di là degli ambiti biologici non sia dovuta a ingiustificate differenziazioni sociali e politiche, produce delle armi a doppio taglio - soprattutto se messe in mano a forze conservatrici. 
Women in Western Political Thought è un libro di filosofia politica, con una solida impostazione storica, e uno stile chiaro e rigoroso. Un testo che, sebbene ispirato da una tesi "militante", potrebbe essere adottato senza imbarazzo, sia per la sua erudizione, sia per il suo rigore, come manuale in un corso istituzionale. E che potrebbe essere letto con interesse dalle numerose donne che, pur rifacendosi alla tradizione femminista, provano disagio rispetto al pensiero della differenza, egemonico in Italia. E' di efficacia retorica non trascurabile che questo paradigma sia criticato da una studiosa che è donna e per di più femminista.
L'intento di Women in Western Political Thought è capire in che modo il pensiero filosofico-politico occidentale ha visto le donne. Non è una questione marginale. Si tratta di considerare le tesi fondamentali dei pensatori che formano la nostra tradizione (Platone, Aristotele, Hobbes, Locke, Rousseau, John Stuart Mill) nella loro applicazione a una metà di ciò che è comunemente inteso come umanità. S.M. Okin usa un grimaldello critico che può essere suddiviso in una parte filosofica e in una parte politica. Sul piano filosofico, ove per gli esseri umani di sesso maschile si è sempre distinto fra natura e cultura e ci si è interrogati sulle loro potenzialità, per gli esseri umani di sesso femminile si è preferita una visione funzionalistica e naturalistica: "a che cosa servono le donne?". Questa domanda si fonda, a sua volta, sulla assunzione istituzionale della famiglia, colla sua disuguale divisione del lavoro fra i sessi, come qualcosa di naturale e di non soggetto alla giustizia in quanto costruzione filosofica e politica.
Platone si era reso conto che lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno dipende dall'educazione. Che dunque, perfino nel mondo funzionalistico della Repubblica, non c'era motivo di discriminare fra uomini e donne. E che la radice della discriminazione era la sfera privata della famiglia col suo finalismo naturalistico. Contro noti interpreti  di Platone (Strauss, Grube, Bloom), la Okin sottolinea che, nella Repubblica, l'eliminazione della famiglia e gli accoppiamenti programmati eugeneticamente non possono essere visti come sintomi di totalitarismo. Nel mondo greco la famiglia era un'impresa economica e sociale e gli uomini trovavano amore e affetto nelle relazioni omosessuali. Gli obblighi imposti agli uomini nella Repubblica non sarebbero stati molto differenti dai loro normali doveri sociali e familiari; le donne, di contro, nell'ottima polis sarebbero state molto più libere, avendo accesso alla vita pubblica e all'istruzione. Questa è una osservazione banale. Eppure fini grecisti hanno criticato Platone assumendo il punto di vista del capo-famiglia maschio della tradizionale famiglia borghese occidentale, intesa come sede di una vita affettiva che i contemporanei di Platone trovavano altrove. E hanno compiuto questa assunzione perché non hanno trattato la questione delle potenzialità e del ruolo delle donne come una questione filosofica, ma come un elemento già risolto, naturalisticamente, in una famiglia che la filosofia ha accettato, senza riflettere, come data.
In questa prospettiva, è stato più comodo accogliere, nel pensiero politico occidentale, il funzionalismo conservatore e naturalistico di Aristotele, che è una prospettiva coerente in una visione teleologica e gerarchica del mondo, ma che - se inserita entro un paradigma contrattualista o democratico - produce gravi contraddizioni. Tuttavia questa visione delle donne è stata mantenuta sia dai contrattualisti, sia da Rousseau, sia da John Stuart Mill - che pure è l'unico liberale femminista. I contrattualisti hanno assunto come naturale la famiglia comandata dal maschio, escludendola senza giustificazione dal contratto; Rousseau ha conservato, solo per le donne, la legittimità della servitù e del diritto del più forte, con la paradossale conseguenza che la famiglia è nello stesso tempo la cellula fondamentale della società e la sua principale fonte di corruzione: l'angelo del focolare è una donna che è stata educata non come una libera cittadina, bensì come finalizzata e asservita al piacere del marito e alle vezzosità viziose e alle ipocrisie del costume. John Stuart Mill rivendica, da liberale, pari diritti civili e politici per le donne, ma, assumendo la famiglia nucleare borghese e l'istinto materno come naturali, non ha gli strumenti per affrontare il problema della divisione sessuale del lavoro entro la famiglia stessa, e della assunzione acritica di questa divisione entro la società.
Come si vede, la tesi filosofica e quella politica della Okin si richiamano a vicenda: invece di compiacersi di differenze la cui origine è dubbia, occorre criticare, sul piano filosofico, il funzionalismo, e porre, sul piano politico, il problema della giustizia e dell'uguaglianza nella sede entro la quale questo funzionalismo è stato gelosamente e acriticamente conservato: la famiglia, nel suo carattere di istituzione i cui confini non possono essere detti privati, perché sono ritagliati e riconosciuti dal "pubblico", socialmente, giuridicamente e politicamente.



1. S.M. Okin, Women in Western Political Thought, Princeton, Princeton University Press, 1979-1992. 
2. S.M. Okin, Justice, Gender and the Family, New York, Basic Books, 1989, pp. 3-24 (trad. it. Le donne e la giustizia: la famiglia come problema politico, Bari, Dedalo, 1999; postfazione on-line): le teorie della giustizia devono applicarsi a tutti, e non si deve assumere tacitamente che la metà di noi si cura di ambiti della vita che sono al di fuori della sfera della giustizia sociale. La famiglia deve offrire a tutti le stesse possibilità di sviluppare le proprie capacità. Purtroppo, molta energia intellettuale femminista negli anni '80 è andata sprecata per la pretesa che giustizia e diritti siano modi maschilisti di pensare e che le donne debbano piuttosto basarsi su un'etica della cura. Ma la differenza fra giustizia e cura non è molto chiara; né è chiaro quale sia l'origine di questa differenza. In secondo luogo, non esiste una contrapposizione vera e propria fra giustizia e cura, perché la giustizia stessa implica la cura, come interesse per chi è diverso da noi.


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